Industria Federacciai ha convocato il suo consiglio direttivo per valutare se esistano le condizioni per presentare una proposta di aziende italiane. La spesa sarebbe di circa 1,5 miliardi
TARANTO-ARCELORMITTAL EX ILVA, GLI IMPIANTI ACCIAIERIA ACCIAIERIE IMPIANTO SIDERURGICO SIDERURGIA ARCELOR MITTAL
Se è concreta la possibilità che una cordata italiana si prenda l’ex Ilva di Taranto, lo si saprà domani. Federacciai ha convocato il suo consiglio direttivo per valutare se esistano le condizioni per presentare una proposta di aziende italiane, discussa mercoledì al tavolo sulla crisi dello stabilimento siderurgico convocato al ministero delle Imprese. Gli altri due attori coinvolti nella cordata sono Confindustria e Federmeccanica. La speranza del ministro Urso è di evitare che la fabbrica finisca nelle mani di gruppi stranieri, gli unici che finora hanno presentato offerte per acquisirla al bando di gara. In prima linea c’è il colosso indiano Jindal.
Il nodo principale riguarda l’area a caldo, oggetto di una sentenza della Corte d’appello di Milano che ne ha disposto la chiusura entro ottobre per motivi di salute e sicurezza. Bonificare l’altoforno dall’amianto e ridurre le sue emissioni inquinanti, condizione posta dai giudici per poterlo riaprire, sarebbe troppo lungo e complesso. Perciò si sta valutando la possibilità di sostituirlo con due forni elettrici ad arco da 3 milioni di tonnellate annue ciascuno, in modo da mantenere l’attuale quantità produttiva. Ma la spesa sarebbe di circa 1,5 miliardi, troppi per le possibilità della cordata italiana, che starebbe trattando col Mimit chiedendo che lo Stato ci metta una quota consistente.
L’elettrificazione tutelerebbe la salute dei tarantini e tutti i circa 16mila posti di lavoro, compresi i 7mila dell’indotto che sono quelli più a rischio se l’area a caldo non dovesse riaprire. Senza di essa l’ex Ilva continuerebbe a operare solo con l’area a freddo, decimando la sua operatività.
Sul ruolo del pubblico Urso non si sbilancia: ieri in un’intervista a Milano Finanza si è limitato a dire che «il ruolo dello Stato non può essere solo regolatorio; deve intervenire sulle frontiere delle nuove tecnologie». Eppure a Palazzo Chigi se n’è parlato a lungo giovedì sera in una riunione presieduta dal sottosegretario alla presidenza del consiglio Mantovano, che avrebbe proposto di attingere dai fondi Invitalia per coprire parte dell’investimento. La decisione sarà sciolta solo quando sarà chiaro se la cordata italiana potrà nascere o meno.
Certo è che la priorità del governo sembra essere la nuova proprietà più che la tutela dei posti di lavoro. Urso ha partecipato di persona al tavolo con Confindustria e Federacciai mentre ha snobbato quello coi sindacati, che continuano a essere critici e preoccupati. Per il segretario generale della Fiom-Cgil Taranto, Francesco Brigati, «il piano di decarbonizzazione sembra somigliare a un semplice adempimento burocratico privo di visione industriale».
Secondo quanto previsto dal decreto di autorizzazione ambientale approvato lo scorso anno, il piano avrebbe dovuto essere presentato entro luglio ma il governo non è stato in grado di trovare soluzioni. Sono terminati anche i 390 milioni di prestiti pubblici approvati a febbraio dalla Commissione Ue come misura straordinaria e temporanea per sei mesi. Ma il Mimit sembra lontano dal trovare una quadra. al.giu
