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Sindrome cubana Il governo dell’isola non si arrende: è disposto a trattare, senza rinunciare alla sovranità

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31d256a9-2917-4e4a-b7fd-ad0b29dc863d Classic American cars used as taxis drive along a street in Havana, Cuba, Thursday, June 25, 2026. (AP Photo/Ramon Espinosa)

Cambia la tattica. Non l’obiettivo finale che resta quello di mettere fine all’ “eccezione” Cuba in America Latina. «Alternativa di regime più che cambio di regime», così il New York Times descrive il (supposto) cambio di tattica dell’Amministrazione Trump, secondo “fughe” di notizie raccolte tra stretti collaboratori del tycoon. Il giornale dell’intellighenzia liberal-democratica statunitense non si interroga però sulla seconda parte del problema. Ovvero che non tocca al presidente-re degli Usa decidere la natura del governo dell’Avana.

Invece, con l’ordine presidenziale esecutivo 14.404, il primo maggio, Donald Trump aveva dato al Segretario di Stato la licenza d’uccidere. Ovvero di mettere sotto sanzioni (extraterritorriali) qualsiasi settore – economia, commercio e finanza – che potesse mantenere in vita – possibilmente con dignità – la popolazione cubana.

RUBIO NEI TRE MESI SEGUENTI ha usato con cinismo e crudele determinazione tale strumento di politica neocoloniale. I risultati sono stati devastanti: le imprese che monopolizzano il trasporto marino dei container hanno smesso di inviarli a Cuba (attualmente 7.000 container sono bloccati in vari porti del Caribe, uno con 3,5 milioni di siringhe, dono per l’ospedale di Santiago); Visa e Mastercard non operano più nell’isola; non «una goccia di petrolio» ha superaro il blocco navale Usa; gli apagones anche nella capitale superano le trenta ore consecutive; gli ospedali sono senza energia e medicine (quasi 100.000 operazioni sono in stand by); il trasporto pubblico è al collasso; il turismo è crollato del 61%; data la scarsità di beni l’inflazione è alle stelle.

Ma Cuba non si è arresa. Ha ribadito la disponibilità a trattare ma mantenendo ben chiaro che non rinuncia alla sovranità. Come reazione Rubio nei giorni scorsi ha aggiunto altre sanzioni, contro istituzioni (militari), società che gestiscono energia e porti, contro alti personaggi politici. Tanto che lo scrittore Raphael Rojas ha affermato che con determinazione «Rubio ha imboccato la strada per la ricolonizzazione di Cuba», una tesi, quella di Cuba colonia Usa che data dai tempi di Teddy Roosevelt. Tesi che mette in guardia anche gli alleati dell’isola. Di recente il politico russo Igor Yushkov ha avvertito Putin sul rischio di investire forte a Cuba (in particolare per la produzione di energia elettrica) per il pericolo «che all’isola sia imposto un cambio di governo».

UNA MISSIONE (fine luglio) di parlamentari statunitensi democratici a Cuba ha definito la situazione «tragica», mettendo il luce il rischio «di una Gaza silenziosa»; un documento redatto da una missione dell’Onu (7 agosto) parla di «castigo collettivo» e rischio «di genocidio».

Cuba non si è arresa, anche se, come ha affermato il viceministro degli esteri Carlos de Cossío, sa di «essere stata messa con le spalle al muro».

È a questo punto che sono uscite le fughe di notizie che annunciano: 1) Cuba è diventata una «priorità n.1» per i servizi segreti e di sicurezza degli Usa; 2) la Cia ha messo a punto una squadra di «specialisti» che operi nell’isola per cercare di dividere i membri del gruppo dirigente, anche con il ricatto (indagando sui beni “occulti” dei medesimi); 3) che tale squadra di spioni non ha (ancora) licenza di uccidere alti dirigenti e che, dunque, la priorità sarebbe trovare «un’alternativa» di leader «pragmatici e disposti ad accettare le condizioni poste dagli Usa», piuttosto che a «cambiare il governo».

INSOMMA, UNA SOLUZIONE “alla venezuelana”. Con la differenza che a Cuba non solo non appaiono politici o militari equivalenti ai fratelli Rodríguez (Delcy e Jorge) venezuelani, ma che la struttura politico-militare dell’isola rende ben più difficile una soluzione che cambi il vertice attuale (e la Costituzione che lo sostiene) e garantisca la governabilità dell’isola. Il NYTimes fa anche i nomi di un generale (che non riporto per decenza professionale) e del nipote di Raúl Castro come possibili (per Washington) Quisling o emuli di Delcy Rodríguez.

Il 19 giugno l’Assemblea nazionale del Poder popular ha approvato un pacchetto di 176 «Misure economiche e sociali» che rappresentano un possibile e radicale cambio di modello cubano, sempre «di carattere socialista».

Nonostante le pressioni esterne e dubbi e critiche interne (che riteniamo salutari per un dibattito serio e democratico) il governo dell’Avana ha proceduto a varare le prime 110 misure, molte delle quali orientate a evitare un allargamento della forbice sociale e un aumento della povertà. Si vedrà nelle prossime settimane se il pacchetto di riforme – che comunque richiede tempo – potrà attuarsi.

MA GIÀ OGGI APPARE CHIARO che l’Amministrazione Trump ha altre priorità: creare una colonia, non una Cuba indipendente e che funzioni (secono il lascito politico di Fidel, di cui oggi si festeggia il centenario della nascita). Come è ben noto al giornale di New York, la questione di Cuba è da sempre considerata parte della politica interna e di sicurezza degli Usa. In questi tempi ancora di più, perché entra nel dibattito sulla crisi del Partito repubblicano in vista delle elezioni di Mid Term e sulle presidenziali 2028. Se quanto afferma il NYTimes ha consistenza, significherebbe che Trump è orientate più verso la linea del suo vice, J.D. Vance, e che, dunque, Marco Rubio deve far ricorso alla sua base, radicali e mafiosi dell’anticastrismo, per recuperare terreno.

Dunque, nel ruolo di “Narco” Rubio, come scrive il giornale messicano la Jornada, sempre più impegnato a far credere che Cuba sia «la cabeza de la serpiente» del terrorismo rosso internazionale.