Frontiere Altri 15 giorni di controlli per i «cittadini di paesi terzi» provenienti dalla Spagna. E Madrid risponde a Roma con la stessa moneta
La prudenza, si sa, non è mai troppa. Ed è in nome della proverbiale «prudenza» che il governo ha deciso di prorogare di 15 giorni i controlli nei porti e negli aeroporti per i «cittadini di paesi terzi» provenienti dalla Spagna. La risposta di Madrid è arrivata a stretto giro: 15 giorni in più di sospensione di Schengen anche per chi arriva in Spagna dall’Italia. Nel primo mese di sospensione, fa sapere il Viminale, su 180 mila controlli sono stati effettuati 6 arresti e 31 respingimenti. Tra i respinti ci sono anche 8 cittadini marocchini: più che improbabile che provenissero da Ceuta.
LA PROROGA era già nell’aria da domenica sera, quasi annunciata dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. Restava da decidere la durata del prolungamento, elemento non secondario dal punto di vista del messaggio politico. Le ipotesi in campo erano due: una sola settimana, per «mettersi in pari» con il blocco spagnolo che sarebbe dovuto scadere il 7 settembre, oppure un mese, per rilanciare nella irresponsabile sfida in corso tra i due Paesi ma avviata da Roma. La troika composta dai ministri dell’Interno e degli Esteri e dalla premier è stata salomonica, ha optato per la via di mezzo: due settimane.
Incidentalmente è giusto il tempo necessario per arrivare in assetto da battaglia alla riunione dei ministri dell’Interno dei Paesi mediterranei dell’11 settembre. Ci saranno, faccia a faccia, sia Piantedosi che l’omologo spagnolo Fernando Grande-Marlaska. Salvo nuovi incidenti, potrebbe essere l’occasione giusta per sbloccare la situazione. I due si sono già sentiti ieri, ufficialmente perché l’Italia doveva comunicare la sua nuova scelta. Ma il colloquio dovrebbe essere andato decisamente più a fondo.
PIANTEDOSI DEFINISCE la decisione del governo «motivata e necessaria». Secondo il Viminale sarebbero stati gli stessi servizi segreti spagnoli a segnalare il rischio di infiltrazioni terroriste data la sussistente impossibilità di identificare una cospicua parte dei migranti ancora a Ceuta: secondo il ministero italiano sarebbero tra i 5 e i 10mila. II prolungamento dei controlli, prosegue il ministro, è stato limitato a 15 giorni perché è «apprezzabile lo sforzo che sta facendo il governo spagnolo insieme alla Ue per creare il giusto superamento della situazione. Spero che questa sia l’ultima proroga».
Tajani è più battagliero. La scelta, certo, è «provvisoria e motivata dalla necessità di proteggere la sicurezza delle frontiere italiane ed europee», ma il ministro degli Esteri evita di elargire riconoscimenti agli sforzi di Madrid per riprendere in pieno il controllo della situazione a Ceuta. Gelido, si limita ad affermare che il governo resta «in attesa che si creino realmente le condizioni per la ripresa della piena e libera circolazione». Non è solo un gioco delle parti.
Sin dall’inizio della crisi, e anzi da prima ancora degli ingressi in massa a Ceuta, Tajani è il più combattivo sostenitore dello scontro con Madrid. Il Ppe, ancor più della destra radicale, è deciso a chiudere i conti con il governo spagnolo di sinistra e quindi a sfruttare quanto più possibile l’incidente che ha messo nei guai Sanchez alla vigilia di elezioni già per lui molto difficili.
NEL COMPLESSO IL GOVERNO italiano sembra tirare in due direzioni opposte. Da un lato ha fretta di chiudere un incidente che si è rivelato più dannoso che altro, essendosi portato dietro a strascico il nodo dei dublinanti, in particolare quelli passati dall’Italia alla Germania. «L’impressione è che anche la parte italiana, come quella tedesca, abbia interesse a far funzionare bene il sistema», ha detto ieri conciliante il ministro degli Interni tedesco Dobrindt, aggiungendo però subito dopo che «entrambi i Paesi perseguono l’obiettivo che i casi Dublino vengano nuovamente presi in carico dall’Italia». Tanto per far capire che la questione non è certo chiusa.
DALL’ALTRO LATO, però, il governo di destra vuole ancora rimarcare ed esasperare la difficoltà in cui si trova il premier spagnolo e soprattutto non intende dare l’impressione di aver allentato le maglie per primo. Sanchez, però, ha invece tutto l’interesse a mostrarsi rigido e offeso dalla «coltellata alle spalle italiana». Quello di Ceuta è certamente per lui un grosso guaio, al quale cerca di porre riparo denunciando agli elettori sia il complotto internazionale che la slealtà di alcuni alleati nei confronti della Spagna e degli spagnoli. Non è escluso che, con la sua mossa improvvida e goffa, Giorgia Meloni abbia finito per offrirgli un appiglio.