Fronte orientale Putin: «La situazione ovviamente non è semplice da discutere». Ma ora Washington vuole convincerlo a trovare un compromesso
«Un giorno, quando saremo in pensione, avremo tutti questi incredibili ricordi e storie da raccontare e quelli con lei saranno in cima alla lista». Non è la battuta conclusiva di un film a lieto fine, ma l’introduzione del discorso che l’inviato della Casa bianca, Steve Witkoff ha fatto ieri a Vladimir Putin al Cremlino. Lui e l’altro inviato Usa, Jared Kushner, sono atterrati a Mosca ieri e oggi saranno a Kiev. Alla fine l’importanza della missione affidata loro da Donald Trump – presentare una «nuova proposta di pace» – era più pressante dei timori per la propria incolumità espressi alla vigilia. Poco prima del loro arrivo, Vladimir Putin ha annunciato una tregua di tre giorni su Kiev a partire dalla mezzanotte di ieri; gli ucraini, che in realtà l’avevano proposta, faranno altrettanto su Mosca.
AD ACCOGLIERE gli emissari statunitensi all’aeroporto moscovita di Vnukovo c’era Kirill Dmitriev, capo del Fondo d’investimenti sovrano russo e negoziatore scelto da Putin per trattare le questioni economiche con Washington. «Benvenute a Mosca, forze di pace» ha scritto su X il funzionario russo pubblicando una foto mentre stringe la mano a Kushner, che si è presentato all’appuntamento in jeans e scarpe da ginnastica bianche con il baffo Nike in bella vista. Nessun giornalista era presente a chiedergli conto di quel suo outfit inappropriato, ma si vede che a Mosca sono più accoglienti che a Washington. A pranzo i due ospiti sono stati portati in via Trubnaya, in un ristorante che sulle vetrine – bene in vista nelle foto – ha la scritta «tutto per la vittoria!». A quel punto i due si erano cambiati e infatti dopo un briefing con l’uomo di fiducia di Putin sono stati accompagnati al Cremlino.
NELL’UFFICIO CERIMONIALE, quello in cui si firmano i trattati, tra il rosso e l’oro dei tappeti, il presidente russo ha esordito dicendo che la «situazione ovviamente non è semplice da discutere» e ha ringraziato Trump per gli sforzi per mettere fine al conflitto. A sua volta Witkoff ha riferito che il presidente Trump gli ha chiesto di trasmettere i suoi «migliori auguri» a Putin.
MA PIÙ CHE un passo avanti, la visita degli statunitensi a Mosca sembra un tentativo di convincere Putin a cambiare idea. Molti analisti concordano con quanto ha scritto il Washington Post alla vigilia dei colloqui: «Dopo la visita del direttore della Cia a Mosca, Putin spinge ancora di più per una vittoria militare». Che il viaggio di John Ratcliffe non fosse stato un successo era già noto, ma secondo alcune fonti del Wp in realtà è stato un buco nell’acqua vero e proprio. Il capo della Cia avrebbe provato a convincere Putin a interrompere la guerra – non è chiaro con quale offerta – argomentando in modo abbastanza diretto sul fatto che un’ulteriore escalation sarebbe stata deleteria per la Russia. «Le cose non stanno andando bene per voi. È ora di negoziare. Risolviamo la situazione, perché tra sei o dodici mesi le cose andranno ancora peggio», ha insistito Ratcliffe. Inoltre, il funzionario avrebbe scoperto subito le carte: «se il vostro obiettivo nei negoziati è costringere gli ucraini a rinunciare al Donbass, semplicemente non accadrà.
IL MESSAGGIO è passato in modo chiaro, ha rivelato al quotidiano di Washington un’altra fonte anonima, ma senza risultati. Anzi, ottenendo l’effetto opposto di essere interpretata come un segno di debolezza. A riprova di questa ostinazione nel voler proseguire con la guerra, la settimana scorsa i russi hanno intensificato gli attacchi su Kiev, fino al giorno prima dell’arrivo degli inviati Usa con il raid sulla sede dei Servizi (Sbu) e su due aeroporti della capitale ucraina.
In modo analogo la stampa russa indipendente ha interpretato le dichiarazioni sulla tregua. Il Cremlino inizialmente non ha risposto alla proposta ucraina e poi a poche ore dall’atterraggio di Witkoff e Kushner, Putin ha accordato un cessate il fuoco di tre giorni su Kiev. Il messaggio è fin troppo chiaro: siamo noi che concediamo, nessuno ci può obbligare a niente.
È MOLTO PROBABILE che Witkoff – lui, soprattutto, che ha buoni rapporti con Mosca – sia stato incaricato di reiterare il messaggio, magari in maniera più accattivante per l’ascoltatore. Quando Putin si è seduto al tavolo circolare di fronte agli inviati Usa ha chiarito che si sarebbe parlato del conflitto «in tutte le sue componenti e tutti i suoi aspetti», ma le richieste russe – lo sappiamo perché le ripetono chiaramente in ogni occasione possibile – non prescindono dall’ottenimento dell’intero Donbass. Se lo avessero conquistato sul campo, molto probabilmente, un accordo si sarebbe già trovato.
