Legge elettorale La maggioranza si ricompatta dopo giorni di tensioni
Per una volta Giorgia Meloni non si è attenuta al «se avanzo seguitemi, se indietreggio fucilatemi» che caratterizza il suo agire politico. Ieri in Senato la premier e leader di Fdi ha fatto effettuare ai propri senatori un dietro-front sulle preferenze, piegandosi ai diktat dei suoi alleati, Fi e Lega; l’esatto contrario di quanto accaduto alla Camera, dove la sfida era arrivata sino al voto di un emendamento, poi bocciato a scrutinio segreto. A Palazzo Madama i senatori di Fdi hanno votato contro l’emendamento del Pd che introduceva le vere preferenze, rispetto al quale l’altro ieri il partito aveva fatto trapelare la propria apertura, da imporre ai recalcitranti junior partner, che dunque hanno imposto la linea. Si tratta di una gestione di questo passaggio, da parte di Meloni, che è stato al centro del principale interrogativo della giornata, al di là dei fatti che costituiscono la cronaca della giornata.
DOPO LE TENSIONI di mercoledì, in cui Fdi aveva fatto trapelare l’apertura all’emendamento di Dario Parrini (Pd) sulle vere preferenze, la seduta del Senato di ieri ha visto in mattinata la conclusione della discussione generale sul Melonellum. La richiesta del capogruppo meloniano, Lucio Malan, di sospendere la seduta prima di iniziare le votazioni degli emendamenti, ha fatto capire che il chiarimento con gli alleati non c’era stato. Ed infatti ecco giungere a Palazzo Madama alcuni dirigenti di Fdi guidati da Giovanni Donzellii e Angelo Rossi, relatore alla riforma alla Camera. La riunione si è protratta sino a far ritardare ulteriormente la ripresa dei lavori d’Aula, dalle 14 alle 14,30, ma alla fine la decisione è stata presa. Dietro front sull’emendamento del Pd, come ha spiegato in dichiarazione di voto Malan: «È piuttosto chiaro che il tentativo è quello di spaccare il centrodestra. Ma noi, tra un emendamento del Pd che, strumentalmente e non al fine di averle davvero, propone l’introduzione delle preferenze e il mantenere gli accordi all’interno della maggioranza, non abbiamo dubbi: manteniamo la parola, e voteremo contro questo emendamento».
CERTO, FDI È RIUSCITA a ottenere da Fi l’eliminazione della norma anti-cespugli, difesa tenacemente dagli azzurri, ma si tratta comunque di una ritirata vera e propria che ha dato adito all’ironia del centrosinistra e di Roberto Vannacci. «La nostra impressione – ha detto in Aula Parrini – è che l’underdog Meloni non ci sia più ed abbia lasciato il posto a una consumata artista del galleggiamento, che in un battibaleno è passata dal tirare dritto al tirare a campare». Matteo Renzi ha letto un intervento di Meloni tonitruante pro-preferenze pronunciato nel 2014; il leader di Futuro nazinale, dopo aver esortato Fdi a votare l’emendamento del Pd analogamente a quanto fatto alla Camera con quello del suo partito, ha poi infierito con il suo tipico repertorio da caserma, circa la mancanza di attributi in Fdi.
AL NETTO DELLA CRONACA – l’assemblea di Palazzo Madama è andata avanti con le votazioni degli emendamenti, fase che si concluderà lunedì – l’interpretazione dei motivi che hanno spinto Meloni a questo tipo di gestione, sono stati al centro dei pour parler in Transatlantico. Non tutti i senatori di Fdi hanno condiviso la trattativa: «Meloni lo ha fatto per alzare la tensione», ha ironizzato un importante senatore, come a dire che con gli alleati ce ne è già a sufficienza. «Abbiamo affermato un principio – ha sostenuto un sottosegretario – ma non potevamo affossare la legge per una questione di principio. Il Pd voleva che votassimo il loro emendamento, ma col cavolo che avrebbe alla fine votato la legge». Oltretutto, ha detto Marco Lisei in aula, le preferenze vengono comunque introdotte – seppur con il capolista bloccato – per la prima volta dal 1992, e questo potrà essere rivendicato da Fdi, come fa subito sui social Meloni.
Dentro Fi circola un’interpretazione più sofisticata, alla luce del fatto alti dirigenti di Fdi abbiano confermato come l’apertura all’emendamento del Pd fosse stata vera: Meloni ha tentato davvero con le minacce di forzare la mano agli alleati perché l’approvazione di un emendamento dei dem avrebbe aperto il dialogo con loro su quando determinare la fine della legislatura, facendola arrivare a maggio 2027. Il capogruppo del Pd in commissione Affari costituzionali, Andrea Giorgis, ha commentato: «Meloni tra perdere la faccia e perdere la legge elettorale, ha preferito la prima opzione». Che in fin dei conti non si discosta da quanto affermato con più garbo in aula da Malan.
