Ristretto Colpiti hangar, sistemi radar, depositi: il gruppo yemenita arriva nel cuore del regno. Teheran nega il coinvolgimento per evitare lo scontro aperto con Riyadh
Esplode una clamorosa escalation del conflitto nello Yemen che da giorni sta ridisegnando gli equilibri nella penisola arabica. Le forze del movimento Houthi rivendicano un attacco su larga scala contro la base aerea saudita di King Khalid, a Khamis Mushait, colpendo hangar dei caccia, sistemi radar, piste e depositi di munizioni. Nel comunicato il movimento accusa Riyadh di aggressione contro il popolo yemenita, parlando di oltre 300 raid aerei condotti con caccia F-15 e Typhoon decollati proprio dalla base colpita e rivendica l’impiego di decine di missili balistici e droni in un’operazione che definisce di alta precisione.
RIYADH DEVE PRENDERE atto di un salto di qualità nella capacità offensiva del movimento sciita, che promette di continuare le operazioni in profondità nel territorio saudita finché proseguirà quella che definisce un’ingiusta aggressione contro il suo popolo, avvertendo che ogni nuova azione contro di loro sarà contrastata con risposte più ampie e intense.
Poche ore prima un proiettile lanciato dallo Yemen raggiunge la regione meridionale di Jazan nel sud-ovest dell’Arabia saudita, ferendo due persone e danneggiando una moschea, alcuni veicoli ed edifici. Non è la prima volta che quest’area di confine finisce sotto il tiro degli Houthi, ma la frequenza degli attacchi delle ultime settimane va oltre l’azione dimostrativa. Il movimento ha ormai il controllo dell’intera costa del Mar Rosso e dell’isola di Mayun (Perim), snodo strategico dello Stretto di Bab el Mandeb da cui transita gran parte del traffico petrolifero mondiale, con ricadute dirette sulla capacità saudita di esportare greggio verso i mercati internazionali. Ora spinge verso Marib, ricca di giacimenti di petrolio e gas, e verso Taiz, due delle ultime roccaforti rimaste in mano al governo riconosciuto e sostenuto da Riyadh.
PER GLI ANALISTI la caduta di Marib potrebbe ribaltare in modo decisivo le sorti della guerra, indebolire la presenza del governo pro saudita e privarlo di una fonte essenziale di entrate. La città riveste anche un peso strategico per la sua posizione lungo la principale via di collegamento tra nord e sud dello Yemen e un peso umanitario non da poco, perché ospita gran parte degli sfollati interni del Paese. A Taiz, città che funge da ponte tra le aree controllate dagli Houthi e quelle governative e si estende verso la costa del Mar Rosso, i combattimenti restano intensi. La popolazione civile paga il prezzo più alto: dall’inizio di settembre oltre 85mila persone sono costrette a fuggire dalle proprie case, mentre più di 2mila raggiungono le coste di Gibuti in cerca di un rifugio.
L’esercito yemenita, appoggiato dai raid della coalizione a guida saudita, colpisce mezzi e postazioni Houthi nelle zone di Dhubab e Mocha, rivendicando il recupero di alcune posizioni nella provincia di Taiz. Il prezzo pagato però è alto: fonti vicine al governo parlano di oltre 500 soldati yemeniti uccisi e circa 1.500 feriti nei combattimenti delle ultime settimane, numeri che dicono quanto la controffensiva stia costando cara a un esercito già logorato da anni di guerra.
L’ESCALATION nello Yemen fa saltare l’incontro previsto in Oman tra i Paesi del Golfo Persico e l’Iran sulla navigazione nello Stretto di Hormuz: manca il consenso di un’Arabia saudita sempre più irritata con Teheran, accusata di aver aiutato gli Houthi ad allentare la presa saudita sullo Yemen. Il principe ereditario Mohammed bin Salman incontra, per la seconda volta in un mese, l’ammiraglio Brad Cooper, comandante del Centcom statunitense, a Gedda. Un incontro di persona che potrebbe essere letto come segnale del livello di preoccupazione saudita. Washington, però, continua a tenersi a distanza dall’ipotesi di attacchi diretti agli Houthi, offrendo per ora solo intelligence e assistenza nel puntamento.
RIYADH INTANTO avvia un’indagine su Tariq Saleh, comandante delle forze filo-saudite sulla costa occidentale yemenita, e sul fratello Ammar Saleh, convocati dopo la partenza improvvisa di Tariq per il Somaliland. L’accusa sarebbe di tradimento, legata all’avanzata delle forze Houthi nelle aree costiere prima presidiate dai suoi uomini.
Il ministero degli esteri iraniano nega qualsiasi coinvolgimento diretto di Teheran e il presidente Masoud Pezeshkian interviene di persona per dichiarare che l’Iran non è in guerra con Riyadh e che gli Houthi gestiscono in autonomia i propri problemi. Le smentite ufficiali, però, non convincono del tutto i governi del Golfo Persico, che notano come l’Iran stia di fatto capitalizzando sui successi degli Houthi a Bab el Mandeb per stringere la morsa sulle rotte petrolifere e spingere in alto i prezzi. Da un lato l’invito al dialogo diretto, dall’altro lo sfruttamento delle azioni degli alleati regionali per colpire l’economia saudita e costringere Washington a sedersi al tavolo.
SUL FRONTE NUCLEARE l’Iran accusa Stati uniti e Austria di aver compiuto un atto politico negando il visto al capo dell’agenzia atomica iraniana, Mohammad Eslami, che così non può partecipare alla conferenza annuale dell’Aiea a Vienna. Dentro il parlamento di Teheran la retorica si fa più dura: alcuni esponenti minacciano l’uscita dal Trattato di Non Proliferazione Nucleare, sostenendo che gli Stati uniti capiscono solo il linguaggio della forza.