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Le regole del giogo I sei dubbi di costituzionalità presentati ieri alla Camera: il deposito il 26 ottobre. Road map con tempi serrati: «La prima udienza potrebbe tenersi tra marzo e giugno». Una sentenza non renderebbe inservibile la legge: «Vogliamo depurarla»

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853e632f-1e39-4dc2-ab3e-46cb1db92a0c Roma, la Rete per un voto libero e uguale presenta i ricorsi contro il Melonellum – Roberto Monaldo/La Presse

E così la «straordinaria macchina dei ricorsi» contro la legge elettorale, come l’ha definita Roberto Zaccaria, si è messa in moto. Ieri la Rete per il voto libero e uguale, composta da avvocati e costituzionalisti che hanno approntato il testo, ha presentato la road map dell’iniziativa legale e i sei punti che intende sollevare nei tribunali italiani con l’obiettivo di arrivare a una sentenza della Consulta entro le prossime elezioni.

SI PARTE il 26 ottobre, quando i novantanove legali coordinati dall’avvocato Pietro Adami si recheranno materialmente nelle 29 corti d’appello italiane (più la circoscrizione estera) per sollevare le questioni di costituzionalità: un’azione di accertamento con procedura semplificata, che dovrebbe portare i giudici a fissare le prime udienze a metà gennaio. Da quel momento i giudici, ha spiegato Adami, potrebbero decidere sin dalla prima udienza di trattenere la causa in decisione e fare un’ordinanza di remissione alla Consulta, chiamata allora a decidere. «La Corte ha la possibilità di valutare l’urgenza e fissare l’udienza in tempi brevi. Entro la primavera, tra marzo e giugno, potremmo avere la prima udienza» ha spiegato ieri Adami.

CHE CIÒ POSSA ACCADERE lo ha fatto intendere alcuni giorni fa già Giovanni Amoroso, attuale presidente della Consulta, in un’intervista al Corriere quando ha detto che la Corte potrà decidere di dimezzare i termini. Il primo scoglio dunque sarà quello dei giudici ordinari: «Non faremmo tutto questo se non pensassimo di poter avere un giudizio entro le elezioni» ha detto ancora Adami, «scommetto sui piccoli tribunali».

IL MOTIVO di fondo dei ricorsi è tutto sommato semplice: si sostiene che ci sono dei dubbi riguardo alla possibilità che con la nuova legge elettorale vengano lesi i diritti di elettorato attivo e passivo. Il costituzionalista Enrico Grosso ha illustrato i sei punti critici che saranno contenuti nella bozza di ricorso che verrà distribuita alla rete di avvocati che potranno integrarla o modificarla caso per caso, come nel caso della circoscrizione esteri, ridisegnata dalla destra in una circoscrizione globale unica per il Senato.

IN TESTA c’è il premio di maggioranza (70 deputati e 35 senatori) «la sua ragionevolezza e la sua proporzionalità sia in termini numerici sia sotto l’aspetto della modalità della sua assegnazione attraverso un numero fisso», ha spiegato Grosso. Poi c’è l’autonomia delle due Camere: il premio scatta solo se si raggiunge la maggioranza sia alla Camera che al Senato, formalmente due corpi elettorali distinti, ed è assegnato su base nazionale anche a Palazzo Madama, che viene invece eletto su base regionale. In terzo luogo «la libertà di voto e selezione degli eletti che devono essere prevedibili dai cittadini»: sostanzialmente per l’impianto del Melonellum in molti i casi per i cittadini diventerebbe imprevedibile l’effetto del proprio voto, che tra listone-premio e pluricandidature potrebbe avere esiti diversi da quelli immaginati nella cabina.

ANCORA c’è la mancanza di una quota di genere prevista per i capilista bloccati, che così potrebbero essere tutti uomini. La sproporzionata quota di firme richiesta ai nuovi partiti per accedere alla competizione elettorale, seimila sottoscrizioni per ogni collegio. E infine il punto più critico, l’obbligo di indicare nel programma il candidato presidente del consiglio o della coalizione. Un obbligo formale, pena la decadenza delle liste. «Non esiste un obiettivo politico giuridicamente vincolante, non è detto che ogni lista debba presentarsi agli elettori per governare», ha spiegato Grosso, «la natura obbligatoria è una forzatura, per non parlare delle prerogative del Presidente della Repubblica».

IN QUESTO CASO la soluzione più praticabile, in un eventuale giudizio, sarebbe rendere l’indicazione un’opzione non obbligatoria. Ma in generale una sentenza non renderebbe la legge inservibile: «Le leggi elettorali sono costituzionalmente necessarie, per cui l’accoglimento di un ricorso deve predisporre la possibilità di averne una» ha spiegato Grosso. I ricorsi servirebbero a «depurare» il Melonellum, lasciandolo a quel punto «idoneo per essere applicato». Se per esempio dovesse essere censurato il premio di maggioranza, il testo contiene già in sé la soluzione: un ritorno al proporzionale puro.