Poveri ma bellici Le audizioni sulla manovra in attesa del consiglio Ue. Un equilibrio tiratissimo tra il riarmo e la necessità di attutire l’impatto dell’inflazione sui salari impoveriti
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Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti durante l’audizione sul Dpfp – Foto di Roberto Monaldo/LaPresse
Un equilibrio tiratissimo tra il riarmo e la necessità di attutire l’impatto dell’inflazione sui salari impoveriti. È emerso ieri dall’audizione della presidente dell’Ufficio parlamentare di bilancio (Upb) Lilia Cavallari sul Documento programmatico di finanza pubblica (Dpfp). I rilievi della Corte dei conti, della Banca d’Italia e dell’Istat davanti alle Commissioni Bilancio di Camera e Senato hanno permesso di capire in quale palude si trova il governo Meloni .
LA SUA POLITICA ECONOMICA si regge sulla nuova richiesta di flessibilità fatta alla Commissione Ue tramite la clausola di salvaguardia nazionale. Parliamo di 29 miliardi nel biennio 2027-2028 (lo 0,6% del Pil all’anno), destinati al riarmo e alla sicurezza energetica. Giorgetti e Meloni hanno chiesto la possibilità di usare una parte dei fondi destinati alla transizione energetica (14 miliardi circa) per contenere gli effetti dell’inflazione. Dovranno difendere questa proposta al Consiglio Europeo di giovedì e venerdì. Le sorti della prossima legge di bilancio, l’ultima della legislatura, sono appese a questa trattativa. Lo ha confermato in audizione il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, impegnato in una lotta con Bruxelles fino all’ultimo cavillo. «Se l’Ue dice no alla nuova flessibilità sbaglia» ha detto. Questo è un altro modo per garantirsi un po’ di ossigeno nel tempo che separa la prossima legge di bilancio dal voto politico del 2027.
CHE DICA «SÌ» O «NO» dalle audizioni ieri è emerso il fatto che il governo avrà comunque poco o nessuno spazio fiscale per fare gli interventi sognati dalle forze di maggioranza. A meno che, ha osservato l’Upb, non decida di fare nuovi tagli alla spesa sociale o trovare nuove entrate: prospettive improbabili al momento. Sono esigui i margini per varare bonus o misure straordinarie a tutela dei redditi. Senza contare il fatto che uno scostamento minimo a fine anno rischia di compromettere l’uscita dalla procedura Ue di infrazione per deficit eccessivo.
ANCHE NEL CASO in cui il governo ricevesse da Bruxelles l’agognata libertà di spendere più soldi in bonus anti-caro vita, gli spiccioli basterebbero appena per finanziare la flat tax al 5% sui rinnovi contrattuali, meno per la riduzione delle aliquote Irpef fino a 60mila euro. Restano escluse le proposte fantasiose avanzate sulle pensioni dal partito di Giorgetti: la Lega. L’impossibilità di varare interventi a deficit, anche nel caso in cui si rientrasse dalla procedura di infrazione nella prossima primavera, spiega la ragione per cui l’esecutivo sarebbe orientato a tornare con il piattino in mano a bussare alle porte delle banche in cerca di risorse.
RESTA DA CAPIRE cosa autorizzerà di nuovo la Commissione Europea e in quale modo. Per la Corte dei Conti i soldi non andranno spesi a pioggia e in maniera «distorsiva», ma con aiuti mirati: come il bonus pendolari in Francia. In realtà sembra che il governo stia pensando a stemperare i costi dell’inflazione con l’extragettito Iva, con o senza «accise mobili». Qualsiasi cosa uscirà dal negoziato con Bruxelles, per l’Upb sarà difficile trovare le risorse necessarie per prepararsi a nuovi shock in un’economia globale in guerra. Rispetto alla fiammata inflattiva del 2021-2022 i rincari attuali sono più contenuti, ha osservato Banca d’Italia. Tuttavia, non è escluso che possano aumentare e costare più caro. In ogni caso, resterà il problema strutturale: per l’Upb è la dipendenza dell’Italia dal gas per l’energia elettrica.
LA VITA SOCIALE si deteriora. Lo ha confermato l’Istat: il potere di acquisto è crollato. Tra il 2021 e il secondo trimestre 2026, le retribuzioni reali di fatto sono scese del 9,4% e quelle contrattuali del 9,3%. La cattiva notizia per il governo è questa: nel secondo trimestre 2026 si è bloccato il recupero dei salari nominali, e per l’anno in corso le retribuzioni contrattuali cresceranno solo del 2,5%, contro un’inflazione al 3%. I dati contrastano con quelli che vedono il Pil crescere dello 0,9% nella prima metà dell’anno grazie a consumi e Pnrr, come confermato da Andrea Brandolini per Banca d’Italia. La crescita in atto produce lavoro povero e non risolve l’aumento della spesa per interessi, spinta dal rialzo dei tassi su tutte le scadenze. Senza contare che gli oneri sul debito pubblico saliranno dal 4,2% al 4,6% del Pil, con un aggravio stimato dall’Upb in ulteriori 4,5 miliardi nel solo 2029. Il picco del debito slitta al 2029 (al 137,7% o al 138,4% con tassi più alti), appesantito anche dai 160 miliardi di bonus edilizi.
PENSARE, come ha detto ieri Giorgetti, che il riarmo porterà a un rimbalzo della crescita è un’illusione. Rispetto a quella per scuola, per esempio, si sa che la spesa militare ha un moltiplicatore più basso e accresce le diseguaglianze. È tutto da vedere se, nei prossimi due anni, ci sarà un governo capace di investire nelle energie rinnovabili. Non va dimenticato nemmeno il primato dell’avanzo primario di bilancio. Giorgetti lo ha giustificato con l’aumento della spesa degli interessi sul debito. É noto invece che non servirà a colmare l’assenza degli investimenti per la crescita, ma ad aggravare l’austerità. È l’eredità di quattro anni di melonismo economico.