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Prova a prenderli Accuse pesantissime, decine di arresti, retate su base etnica. Il giorno dopo la rivolta di Milano, mentre se ne annunciano di nuove, si allarga la risposta repressiva. Il governo vara altre leggi di emergenza: impiego dei militari e fermo indiscriminato. Non servirà

Prova a prenderli Dopo gli scontri, i dubbi sui motivi della rabbia. C’è solo una certezza: torneranno ancora

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16246c6a-c165-424f-852f-7a7e89522a43 Ottobre 2026, scontri a Milano – Foto di Andrea Carrubba/Anadolu via Getty Images

Quello che vedi è quello che hai. Alcuni ragazzi hanno un sorriso irresistibile, altri devono farsi una reputazione. I marginalizzati, i criminalizzati, i razzializzati. Loro: i maranza.

Due giorni di riot a Milano: sabato a margine di una manifestazione completamente autorizzata e domenica senza nemmeno bisogno di trovare un pretesto. La verità, al netto di tutto, è talmente semplice che si può riassumere con le due frasi scritte in rosso su un muro vicino al liceo scientifico Leonardo da Vinci, davanti al tribunale. Dice: «Picchia lo sbirro, ruba al padrone». Alla domanda su chi sia stato a fare tutto questo la risposta è sfuggente. Se poi si chiede il perché entriamo nel campo minato della sovrainterpretazione. Ma l’odore del Napalm si sente forte e quello va seguito per cercare di capirci qualcosa. Un espertissimo agente della digos sostiene che questo sia il primo vero pericolo per l’ordine pubblico da tanti anni a questa parte. Almeno a Milano.

GLI AVVOCATI specializzati in certe cose si affannano tra il palazzo di giustizia e la questura, ma hanno pochi clienti. I difensori degli arrestati sono per lo più quelli d’ufficio e i familiari di chi si è messo nei guai hanno l’aria spaesata. In via Fatebenefratelli ancora all’ora di pranzo di ieri c’era chi aspettava di poter rivedere proprio figlio. Preoccupazione e stanchezza hanno lo stesso volto. Esce un ragazzo, avrà sì e no sedici anni. Un poliziotto gli fa: «Ma come sei vestito?». La madre lo porta via senza mai alzare lo sguardo dal marciapiede.

Parla chi ha una denuncia ma è a piede libero. «Non ci vedono mai, ora finalmente lo hanno fatto», dice un ragazzo appena maggiorenne. E quindi? «Che ne so? Io non ho fatto niente». Ovviamente. Molti fermi sono stati effettuati sulla base del colore della pelle e dell’abbigliamento. Chi tutela l’ordine non è incline all’osservazione delle sfumature. Allora si pone un problema semantico: maranza è termine etnico o generazionale? Non c’erano solo le famose seconde generazioni a fare a botte con la polizia e a sfondare i negozi per sfregio e per saccheggiarli. Molti erano italiani con genitori, nonni e anche bisnonni italiani. Comunque ci tengono molto ad autodefinirsi così: maranza. Venivano da Milano (non solo periferia) e dai suoi dintorni. Ma anche da un po’ più lontano: Padova, Verona, Alessandria. Avevano letto dell’appuntamento in piazza del Duomo su Telegram. Non avevano aspettative particolari, dicono. Poi però le cose sono andate come sono andate e allora eccoci qui a brigare con avvocati e poliziotti, giudici e pubblici ministeri.

LUIS HA 21 ANNI, studia beni culturali alla Statale ed è «l’organizzatore», cioè quello che materialmente ha chiesto l’autorizzazione per la manifestazione di sabato a nome di «Milano in piazza». Tutto è nato parlando di quanto sia difficile la vita – pochi soldi, tante spese – con i suoi amici. Poi hanno fatto un gruppo su Whatsapp che in breve ha raggiunto il limite massimo di iscritti, oltre 2000. Così tutti si sono spostati su Telegram e lì hanno deciso di scendere in piazza. «Con chi ha fatto gli scontri noi non c’entriamo niente», sottolinea. Dice che la colpa è tutta dei maranza. «Sono arrivati e da subito hanno cominciato a creare problemi». Non se lo aspettava Luis. Non c’era servizio d’ordine in piazza del Duomo, che, a proposito di ordine pubblico, sarebbe una «zona rossa». Non c’era niente. All’inizio quasi neanche la polizia. Troppo indaffarata a gestire male la situazione: hanno fatto partire il corteo troppo presto e poi lo hanno spezzato in tre tronconi. Dopo ancora lo hanno chiuso senza lasciargli via d’uscita. Così è partita la prima sassaiola. Il resto è noto.

IN QUESTURA pensano di sapere cosa sia successo. C’era un gruppo di Telegram chiamato «17 ottobre civile» dentro il quale i maranza si sarebbero organizzati al puro e semplice scopo di scontrarsi con la celere e prendere a mazzate le vetrine. Con una tattica particolare: mandare avanti chi in ogni caso di «custodia» se ne fa poca, cioè i minorenni. Magari con precedenti, già avvezzi ad avere a che fare con la polizia. Di provocazione in provocazione, quando il minore in questione viene preso, si va a liberarlo. Cioè a scontrarsi. Una, due, tre, dieci volte. Senza piattaforme, senza rivendicazioni. La rabbia non è solo cieca, è anche sorda e muta. È un fatto esistenziale. Per questo è inutile dire che «bisogna ascoltare». Quel tempo, in realtà, è già finito.

«LA QUESTIONE è sia pre-politica sia post-politica», ragiona Carlotta Cossutta. «Alla base sembra esserci una forte insoddisfazione per la propria vita. Dal covid alla guerra, passando per il genocidio di Gaza: questo sono stati gli ultimi anni. E le prospettive sono tremende. D’altra parte non si cerca alcuna mediazione, quindi è difficile anche capire di preciso cosa si dovrebbe ascoltare». Nessuno lo sa. Il sindaco Sala chiede più polizia. Il governo è pronto a varare nuovi pacchetti sicurezza. I protagonisti degli scontri, tutti ne sono sicuri, torneranno. Pare ci siano già delle date: il prossimo weekend. E quello dopo ancora. Ieri, nel primo pomeriggio, a un certo punto pareva fosse scattata di nuovo l’ora del tafferuglio. Paranoia? Intorno a piazza del Duomo camionette della polizia e dei carabinieri. Fuori dai negozi guardie private con cui sembra meglio non litigare.

TUTTI pensano che ci saranno altri pomeriggi di tafferugli nel ricchissimo cuore di quella che continua a ritenersi capitale morale, nonostante tutto. Uno strano risveglio civile: gli scacciati sono qui. E sono proprio quello che sembrano. Vogliono ridare indietro un po’ di quello che ricevono ogni giorno della loro vita.