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Israele oggi alle urne Il suo rivale Eisenkot chiede una svolta agli israeliani. Entrambi invocano il voto utile. Elettori arabi saranno sotto sorveglianza. Il leader del Likud spera nello stallo e nel ritorno alle consultazioni il prossimo anno

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7181e302-5535-414a-af09-e9fb1adacbb3 La «pubblicità» di un canale televisivo israeliano – Foto Jamal Awad/Ap

Milioni di israeliani vanno oggi alle urne per una sfida sul filo dei voti che, a meno di sorprese, non porterà nessuno degli schieramenti contrapposti a conquistare almeno 61 seggi sui 120 della Knesset, necessari per formare una maggioranza. Si tratta delle prime elezioni successive al 7 ottobre 2023, quando, dopo l’attacco di Hamas nel sud di Israele (circa 1.200 morti), il premier Benyamin Netanyahu lanciò una interminabile e devastante offensiva militare che ha distrutto gran parte di Gaza e ucciso almeno 74 mila palestinesi, oltre a scatenare guerre contro l’Iran e il Libano. La mancata istituzione di una commissione d’inchiesta statale sulle responsabilità del fallimento della sicurezza il 7 ottobre e l’esenzione dal servizio di leva garantita ai giovani religiosi ultraortodossi (haredim) sono questioni che oggi potrebbero giocare contro il premier.

IL BLOCCO dell’estrema destra religiosa che fa capo a Netanyahu e quello del cambiamento, guidato di fatto dall’ex capo di stato maggiore Gadi Eisenkot, si contendono la vittoria in una campagna che ha assunto sempre più i contorni di un referendum sul futuro politico del premier, al potere da quasi due decenni. I sondaggi attribuiscono a Yashar, la formazione (presunta) centrista dell’ex capo delle forze armate, un vantaggio sul Likud di Netanyahu. Le ultime rilevazioni restituiscono un quadro incerto, in cui poche migliaia di voti, forse quelli degli oltre 70mila espatriati rientrati in Israele, potrebbero dare a Eisenkot un paio di seggi, decisivi per l’assegnazione, da parte del presidente Herzog, dell’incarico di formare il nuovo governo. Secondo i principali sondaggi, il blocco anti-Netanyahu – composto anche dai partiti e dalle liste Democratici di Yair Golan, Insieme degli ex premier Naftali Bennett e Yair Lapid e Israele è la nostra casa di Avigdor Lieberman – raccoglierà tra 52 e 56 seggi, contro i 50 attribuiti al campo del primo ministro. Le liste arabe, Raam e Lista unita, otterranno tra 14 e 16 deputati. Potrebbe superare la soglia del 3,25% Popolo di Israele, formazione di estrema destra guidata dal generale della riserva Ofer Winter. Un suo insuccesso, invece, si tradurrebbe nella perdita di migliaia di voti decisivi per la destra.

PER QUESTO NETANYAHU ha chiesto un voto utile. Altrettanto ha fatto Eisenkot, che punta a fare di Yashar il partito più grande della Knesset, per rafforzare la pretesa di ricevere l’incarico, anche nell’ambito della contesa per stabilire chi, all’interno dell’opposizione, guiderà il possibile dopo-Netanyahu. Ronen Manelis, capo della campagna di Eisenkot, ieri è stato esplicito nel denunciare che gli altri leader del blocco del cambiamento non hanno ancora garantito che indicheranno l’ex capo di stato maggiore come premier incaricato. Netanyahu, al contrario, ha gli alleati dalla sua parte.

NELLE ULTIME ORE prima del voto, Likud e Yashar hanno concentrato gli sforzi sulla mobilitazione dei propri elettori. Gli attivisti del partito di Netanyahu si sono mossi soprattutto nelle città della periferia israeliana, in particolare nel sud, organizzando incontri pubblici e reti di messaggistica con l’obiettivo di raggiungere gli elettori. Quelli di Yashar hanno invocato un cambiamento della leadership e la fine del lungo regno di Netanyahu, peraltro accusato di corruzione e sotto processo. Eisenkot non ha pronunciato una parola di condanna per la distruzione di Gaza e le condizioni dei suoi abitanti, né per le violenze dei coloni contro i civili in Cisgiordania. La questione di milioni di palestinesi sotto occupazione è stata ignorata ed è entrata nella campagna solo per dare a Netanyahu e al suo avversario la possibilità di negare lo Stato di Palestina.

L’affluenza alle urne sarà determinante, prevedono gli analisti. Netanyahu l’ha invocata rivolgendosi ai suoi sostenitori e insistendo sui temi della sicurezza nazionale e dell’identità dello Stato. I suoi toni sono stati apocalittici: una vittoria del campo avversario, ha continuato a ripetere, aprirebbe la strada a un governo sostenuto dai partiti arabi, espressione dei palestinesi cittadini d’Israele, con «conseguenze disastrose». Netanyahu ha condensato questa contrapposizione nella formula «io e Trump, oppure Eisenkot e Mansour Abbas», leader del partito arabo Raam.

HA FATTO LEVA sulla percezione di una «minaccia per l’esistenza di Israele quale Stato ebraico». Non solo. Ha anche mostrato un immagine prodotta dall’Ai che mostra Tel Aviv distrutta da una atomica iraniana. «Netanyahu, disperato, ora ci dice che moriremo tutti se non lo rieleggiamo», ha ironizzato David Horowitz, direttore di Times of Israel. Secondo la Cnn, a scopo elettorale, Netanyahu ha chiesto alla Casa bianca di attaccare l’Iran in questi giorni. Trump avrebbe risposto di no, per ora. Il presidente Usa ha comunque espresso, per la seconda volta in pochi giorni, il proprio «completo e totale sostegno» alla rielezione di Netanyahu, definendolo un leader forte e un partner fondamentale.

LEGGERMENTE INDIETRO nei sondaggi, il primo ministro punta a un pareggio elettorale e a sfruttare l’assenza di una maggioranza parlamentare per arrivare a un voto anticipato il prossimo anno, restando nel frattempo in carica. «Netanyahu vuole un pareggio, ma Israele ha bisogno di un ko», ha detto Eisenkot in chiusura della campagna elettorale a Tel Aviv. «Conosciamo Netanyahu, non si ferma davanti a nulla, a nessuna menzogna, a nessuna misura estrema, pur di rimanere al potere…Chiunque pensi che Israele possa sopravvivere altri quattro anni come questi vive in un pericoloso equivoco», ha aggiunto il leader di Yashar, esortando i simpatizzanti del Likud ad abbandonare Netanyahu.

Sullo sfondo c’è la variabile degli elettori arabo-israeliani, che possono incidere sensibilmente sulla distribuzione dei seggi. Una loro elevata partecipazione al voto metterebbe ancora più in difficoltà la maggioranza uscente. Per questo, il loro voto sarà «sorvegliato» da ben duemila militanti del Likud e della destra. Si temono provocazioni e intimidazioni. Nel 2015 Netanyahu mobilitò l’elettorato di destra con un allarme poi tristemente celebre: «Gli arabi stanno andando a votare in massa».