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Il caso Il creatore della pagina «Movimento 17 ottobre» è a San Vittore: cella singola in «alta sicurezza». Oggi l'interrogatorio in carcere

27aa4e98-036a-4d7e-8f28-bc2af7618278 Milano, cariche della polizia in piazza del Duomo – Foto di Matteo Corner / Ansa

È in una cella singola di San Vittore, Youssef Siher, il 31enne arrestato sabato in quanto creatore della pagina di Instagram e del gruppo di Telegram chiamato «Movimento 17 ottobre» insieme a sua moglie, Sagia Hammoud, indagata a piede libero.

Lui invece lo hanno messo nella sezione «Alta sicurezza 2», quella riservata ai pericoli pubblici, gli individui nocivi per la sicurezza dello Stato. E del resto lui di quello è accusato: istigazione a delinquere e violenza organizzata (reato nato con l’ultimo decreto sicurezza) con finalità di terrorismo. Stamattina, alle 9 e 30, Siher, difeso dall’avvocata Yasmina Abu Sharar, sarà interrogato dalla gip Tiziana Landoni. La procura di Milano – il fascicolo è affidato alla sostituta Francesca Crupi – ha chiesto la convalida del fermo e la custodia cautelare in carcere. La decisione arriverà entro domani. Sin qui, il fermato non ha mai parlato. E anche oggi potrebbe avvalersi della facoltà di non rispondere.

PER GLI INQUIRENTI il 31enne non sarebbe responsabile dei riot della settimana scorsa ma avrebbe cercato nei giorni successivi di metterci in qualche modo il cappello sopra e, magari, di replicarli. Ad ogni modo il passaggio è importante perché significa che nemmeno per la procura di Milano i fatti del 17 e del 18 ottobre hanno avuto una regia.

La posizione di Siher resta lo stesso delicatissima, il ritratto che ne emerge dagli atti è ruvido: presidente dell’associazione Alba Nascente, «prossima alla prassi della Fratellanza musulmana», «aderente» al nucleo milanese dei Giovani Palestinesi d’Italia, di cui sarebbe una delle «figure emergenti», pieno di «contatti con ambienti antagonisti» come il movimento Bds, il Fronte della gioventù comunista, «varie realtà sindacali» di Firenze e di Brescia, i centri sociali del nord est.

Su Rihla (in arabo: viaggio), il suo blog, «sostiene posizioni anti-israeliane e anti-occidentali».

Ma questi non sono reati: l’inchiesta su di lui, noto sia alla digos milanese sia all’Aisi (i servizi segreti interni), è nata contestualmente alla nascita delle pagine social del Movimento 17 ottobre, alle 19 e 58 del 18 ottobre. Lì, sempre a parere della procura, l’uomo «istigava a commettere delitti contro l’ordine pubblico» e a creare «gruppi di facinorosi al fine di commettere condotte di violenza» con frasi come «lo stato ci piscia addosso e i media ci fanno credere che piove» e «Meloni dichiara guerra al futuro di questo paese e noi dichiariamo guerra a questo presente infame».

IN BREVE su Telegram il gruppo è cresciuto fino a contenere oltre 6000 utenti: alcuni chiedevano lumi sulle future piazze, altri discutevano di politica, altri ancora auspicavano «azioni violente»: «Bisognerebbe distruggere i ripetitori della Rai», è il suggerimento di un partecipante. Chi indaga sostiene che Siher queste «azioni violente» le stesse organizzando davvero. Le prove sarebbero nella messa a disposizione di un file intitolato Rivoluzione, istruzioni per l’uso.pdf, «Liberamente ispirato dal manuale della rivoluzione egiziana del 2011». Si tratta di una guida alla «mobilitazione collettiva di disobbedienza civile contro il governo Meloni e le sue politiche». Tre gli obiettivi principali individuati: manifestare il proprio dissenso, coinvolgere il maggior numero possibile di persone e proteggere i partecipanti alla protesta. Altre indicazioni riguardano l’abbigliamento, la necessità di portarsi dietro dell’acqua e un kit di primo soccorso. Come «strumenti da utilizzare durante gli scontri» vengono indicati «scudi e vernice spray».

LA FINALITÀ terroristica di tutto questo è un ragionamento circolare: l’indagato avrebbe «intimidito e cagionato timore nella popolazione», tanto che a Milano e in altre città sono stati disposti vasti dispiegamenti di forze dell’ordine e addirittura dell’esercito, «creando così la percezione di una situazione di grave pericolo». Il fatto è che la massiccia presenza di divise non l’ha certo decisa Siher, ma il governo.

E comunque è la stessa procura ad ammettere che nelle attività oggetto dell’indagine «non vi sono diretti riferimenti alla commissione di atti di devastazione e saccheggio», anche se «i richiami contenuti nei vari post sono chiaramente evocativi della finalità violenta delle piazze organizzate», che per qualche motivo sarebbero state «emulatrici di quelle del 17 ottobre».

Questo si potrebbe desumere anche dal fatto che si sarebbe trattato di «manifestazioni non autorizzate». Le modalità delle «condotte criminose», infine, sono descritte come frutto di «particolare abilità e acume» nonché parte di una «strategia rivoluzionaria». Di più: «un chiaro disegno eversivo».

QUANTO ALLE ESIGENZE cautelari, la procura parla di pericolo di fuga perché Siher «sebbene italiano di seconda generazione» ha dimostrato di essere in grado di rendersi irreperibili, come quando sabato scorso è andato via dal suo indirizzo di residenza, a Mezzano, in provincia di Brescia. Il suo «profilo di spicco nel movimentismo pro pal» e i suoi «contatti con l’antagonismo» dimostrerebbero l’esistenza di una rete tale da permettergli eventualmente di riparare all’estero.

In realtà quando lo hanno trovato di strada ne aveva fatta poca: era a casa di due amiche a Milano, la città dell’insurrezione mancata.