Elezioni Stallo elettorale in Israele: affluenza alta ma né la coalizione di Netanyahu né quella dei suoi avversari avrebbero i numeri per governare. Entrambe escludono accordi con le liste arabe. Per gli exit poll il partito del premier che sta guidando il paese verso l’abisso è ancora il primo
Elezioni Il blocco anti-Netanyahu avanti negli exit poll. La Commissione elettorale: risultati stasera
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Elettori israeliani in un seggio a Herziliya – Foto Gideon Markowicz/Getty Images
Benyamin Netanyahu ancora una volta ha sorpreso tutti ottenendo con il suo partito, il Likud, il maggior numero di voti, superando Yashar di Gadi Eisenkot per mesi dato in vantaggio dai sondaggi. I suoi appelli incessanti alla mobilitazione e al voto utile, uniti a un’affluenza, 77,7%, mai così alta dal 1999 hanno messo il Likud davanti a tutti gli altri partiti con 23-24 seggi (contro i 20-22 di Yashar). Ma la sua maggioranza di estrema destra religiosa è uscita nettamente sconfitta dal voto, appena 50 seggi.
NON POTRÀ GOVERNARE. Gli exit poll diffusi alle 22, alla chiusura delle urne, dalle principali reti televisive davano il blocco del cambiamento anti Netanyahu a 52-53 seggi. A ciò occorre aggiungere i 17-18 seggi (frutto di una affluenza-record del 75%) che hanno ottenuto i partiti arabi – Lista unita e Ra’am – che rappresentano i palestinesi d’Israele. Un risultato per gli arabo-israeliani eccezionale che però Eisenkot e i suoi alleati non intenderebbero considerare per la formazione di un governo, perché non sono sionisti. Eppure, se davvero vogliono rimuovere Netanyahu dal potere dovranno rivedere le loro posizioni.
Mentre andavamo in stampa, erano disponibili solo gli exit poll. I voti reali dovranno confermare quei dati. Fino a stasera l’equilibrio politico rimarrà incerto e un risultato più definitivo non emergerà prima di domani. Ci sono da contare oltre 650mila schede con i voti espressi da soldati, diplomatici ed elettori con disabilità, conteggiate separatamente: potrebbero modificare non poco la distribuzione finale. Lo spostamento a destra anche delle forze armate forse darà alla destra un paio di seggi.
E non è detto che Netanyahu, che ieri sera si proclamava «vincitore», riconosca la sconfitta del suo blocco. I media israeliani rivelano che il Likud già si prepara a contestare i risultati affermando che il voto è stato «rubato» con presunte «frodi» nei seggi nelle comunità palestinesi. È molto probabile che Netanyahu punti a farsi affidare l’incarico per la formazione del governo dal capo dello stato Herzog così da provare a «comprare» qualche partito di opposizione. Lo sbocco più probabile però sono elezioni anticipate il prossimo anno. O un governo di unità nazionale.
IERI, QUANDO ha appreso dell’elevata affluenza alle urne nelle comunità arabe, Netanyahu ha esortato i suoi sostenitori a recarsi a votare: «Stanno cercando di rubarci le elezioni». Poi ha avvertito che la vittoria dei partiti sionisti dell’opposizione insieme alle formazioni arabe non sioniste porterà «alla fine dello Stato ebraico come lo conosciamo». Ma il suo abituale allarme è in parte fallito. Hanna Swaid, un ex deputato arabo, ha spiegato che «i cittadini palestinesi d’Israele sono determinati a cacciare i ministri estremisti», riferendosi al ministro della sicurezza nazionale Ben Gvir e al ministro delle finanze Smotrich.
I LEADER della Lista comune si sono detti «ottimisti riguardo agli sforzi del nostro popolo per rovesciare il fascismo che sta distruggendo la nostra gente in Cisgiordania, a Gaza e all’interno di Israele». A mobilitare i palestinesi è stata anche la linea del ministro anti-arabo Ben Gvir di non intervento contro i criminali (in molti casi informatori dei servizi segreti) che seminano il terrore e fanno morti a ripetizione nelle comunità arabe in Galilea.
Netanyahu ha molto da rimproverarsi. I suoi appelli drammatici al voto utile hanno rafforzato oltre ogni previsione il Likud, ma a danno degli altri partiti di destra suoi alleati. I due partiti estremisti di Ben Gvir e a Smotrich non hanno fatto progressi. A fare danni è stato anche il fallimento di un altro partito dell’ultradestra, Popolo di Israele, del generale Ofer Winter, che non ha superato la soglia di sbarramento disperdendo migliaia di voti.
NETANYAHU, FORSE l’ha capito ieri, ha perduto consensi anche tra gli israeliani di destra non accettando l’istituzione di una commissione d’inchiesta sul fallimento degli apparati di sicurezza quando Hamas, il 7 ottobre 2023, ha lanciato il suo attacco nel sud di Israele. E anche per la mancata assunzione di responsabilità per l’accaduto. Più di tutto non ha compreso l’ampiezza del conflitto in Israele sull’esenzione degli ebrei ultraortodossi (haredim) dal servizio militare di cui lui si è fatto garante con i partiti religiosi Shas e Unità dell’Ebraismo nella Torah. Un errore decisivo se si considera che proprio lui ha scatenato guerre a ripetizione a Gaza e nella regione coinvolgendo un numero molto ampio di riservisti e per lunghi periodi, con ricadute sociali ed economiche.
La carenza di soldati ha reso sempre più difficile giustificare una disparità di obblighi ritenuta insopportabile anche da tanti israeliani che avevano votato per il premier e i suoi alleati nel 2022. Netanyahu invece ha scelto di stringere ancora di più l’alleanza con i partiti haredi che rifiutano la leva obbligatoria.
Eisenkot ha salutato i primi exit poll come «un voto di sfiducia totale nei confronti di Netanyahu e del governo del 7 ottobre da parte della maggioranza sionista e della maggior parte dei cittadini israeliani». E ha promesso di agire immediatamente per «attuare la volontà del popolo», ossia sostituire il governo di Netanyahu, escludendo però di poter far ricorso ai partiti arabi. Invece un suo alleato, Yair Golan, leader del partito sionista di sinistra Democratici, afferma di essere pronto a lavorare per impedire a Netanyahu di restare al governo, lasciando intendere di voler negoziare con almeno uno dei partiti arabi.