Il dialogo Nella perizia ordinata dai pm la registrazione dei poliziotti durante l’intervento al Pilastro: «È morto». «Che cazzo me ne frega». La relazione: lo schiacciamento del torace è una delle tre cause del decesso
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Napoli, presidio per chiedere «verità e giustizia» sulla morte di Abderrahim Fakir – Foto di Ciro Fusco/Ansa
Domenica 19 luglio. Mattina. In via Italo Svevo, nel quartiere Pilastro di Bologna, due agenti di polizia sono davanti al corpo di Abderrahim Fakir, un 42enne di origine marocchina che da qualche ora si aggira per le strade in stato confusionale. Sono stati i residenti, allarmati, a chiamare le forze dell’ordine.
«È schiattato, ah», fa uno. «Cazzo me ne frega a me»,ribatte l’altro.
Il dialogo è contenuto nel video registrato dalla bodycam che uno dei poliziotti portava addosso. Materiale finito nelle 287 pagine di perizia redatta per conto della procura di Bologna dalle professoresse Valentina Bugelli, Cristina Basso e Manuela Bonizzoli e dal professore Luca Morini.
QUESTA MATTINA il capo Paolo Guido incontrerà l’aggiunta Morena Plazzi e i pm Francesca Arienti e Domenico Ambrosino per capire cosa fare del fascicolo aperto secondo i criteri del cosiddetto «scudo» per gli uomini in divisa voluto dal governo: non c’è infatti iscrizione nel registro degli indagati, ma in un modello a parte senza ipotesi di reato e con tempi molto più stretti del normale. Entro il 19 di novembre gli inquirenti dovranno decidere se archiviare l’inchiesta o se procedere, verosimilmente per omicidio colposo, nei confronti dei due agenti e quattro soccorritori coinvolti nella morte di Fakir.
Il decesso dell’uomo è stato constatato alle 12 e 57. Prima, alle 12 e 13, i due agenti della polizia arrivati sul posto chiamano la centrale. «Mi fate venire un’ambulanza? Siamo in Panzini angolo Svevo, nel giardino. Uomo di 50 anni, ha dei tagli sulle braccia, è molto agitato». Poi, ancora, alle 12 e 15: «Ti aggiorno. È molto agitato e non si riesce nemmeno ad avvicinare, quindi se mi fai avvicinare anche l’automedica». La risposta: «C’è da attendere in realtà per l’ambulanza perché al momento sono tutte occupate». Ore 12 e 25, altra chiamata dei poliziotti: «Mi fai accelerare un’ambulanza, me la solleciti?». E dalla centrale: «Io ti ho detto, non c’hanno le ambulanze, più che chiamarli due volte, non possiamo fare altro».
POCO DOPO arrivano quattro volontari della croce rossa. E cominciano le scene ampiamente circolate sotto forma di video: Fakir schiacciato a terra, gli agenti sopra di lui che cercano di tenerlo giù.
I dialoghi registrati dalla bodycam sono drammatici.
«Mi stanno per uccidere», dice Fakir. Una voce indistinta fa «Taser! Taser! Taser!». Un agente risponde: «Non lo posso usare così». Fakir urla parole confuse in arabo e in italiano: «Uccidimi», dice. «Aiuto». I poliziotti non riescono ad ammanettarlo, si agganciano tra loro, lui continua ad agitarsi, morde la gamba di uno dei due. Urla. Voci incomprensibili si sovrappongono.
«Voi non avete una siringa che lo faccia dormire?», domanda un residente della zona che assiste alla scena. Fakir a terra continua a urlare e ad agitarsi. Poi, lentamente, la sua voce cala d’intensità. Alla fine si spegne del tutto. «Respira?», chiede un volontario. «Per me può essere pure schiattato…», dice un poliziotto. Cominciano le operazioni di massaggio cardiaco. «Se schiatta ci divertiamo…», conclude l’agente.
PER I PERITI Abderrahim Fakir è morto per tre concause principali: l’assunzione di cocaina, le condizioni cardiache pregresse e lo schiacciamento e la posizione prona tenuta durante le fasi del contenimento. Sei minuti e 27 secondi a pancia in giù con due uomini sopra a comprimerlo sull’asfalto. Una procedura che avrebbe ostacolato la sua respirazione. Un fattore «non autonomamente letale» ma che comunque ha contribuito alla sua morte insieme al resto.
«In definitiva sono ravvisabili delle criticità per quanto attiene la condotta del personale soccorritore e del personale sanitario successivamente intervenuto – si legge nella relazione – poiché non risultate aderenti ai protocolli dell’emergenza sanitaria, né sotto il profilo della tempestività, né sotto quello dell’efficacia delle manovre stesse». Tuttavia, proseguono gli esperti, anche nel caso di un intervento «tempestivo e correttamente eseguito le probabilità di sopravvivenza dell’Abderrahim sarebbero state attorno al 15%».
Sul triage telefonico del 118, gli esperti nominati dalla procura sottolineano come non sia stato approfondito «un quadro che, secondo il manuale della stessa centrale, richiedeva domande mirate o l’assegnazione del codice rosso base».
PER QUANTO RIGUARDA l’autopsia, Fakir aveva diversi traumi e lesioni, un quadro prodotto in parte prima dell’intervento della polizia – una frattura al piede e la riapertura della ferita al polso – e in parte durante le manovre di contenimento da parte dei poliziotti: capo, collo, spalle.
L’avvocato della famiglia della vittima, Fabio Anselmo, in tutto questo ha annunciato che il suo consulente, Vittorio Fineschi, redigerà a sua volta una relazione «dopo aver preso atto della forte discrasia tra quanto da argomentato nella riunione conclusiva tenutasi a Padova e quanto viceversa scritto in consulenza».