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Sforo italico Il simbolo di una legge di bilancio modesta varata dal Consiglio dei ministri è la personalizzazione delle targhe delle auto. Per il resto, una pioggerellina di bonus per il «ceto medio» e nessun rimedio ai problemi del caro-vita

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b93b67f9-2e69-425c-b785-ce65667a45b0 La presidente del Consiglio Giorgia Meloni con il ministro dell'economia Giancarlo Giorgetti – Ansa

L’operazione riuscita della modesta legge di bilancio varata ieri dal Consiglio dei ministri è stata quella di nascondere il più grande aumento della spesa militare della storia repubblicana nel prossimo biennio (14 miliardi di euro) e di rivendicare solo una parte della «flessibilità», pari anch’essa a 14 miliardi, concessa dalla Commissione Europea al governo.

LA PRESIDENTE del Consiglio Giorgia Meloni, scesa in conferenza stampa a Palazzo Chigi, ha presentato una manovra finanziaria, tanto piccola quanto sopravvalutata, come il rimedio ai problemi di cui è il risultato. Il fatto di non essere usciti dalla procedura europea di infrazione per deficit eccessivo (il 3,1% e non sotto il 3% nel rapporto deficit/Pil) ha costretto il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti (chiamato «Gianca’» da Meloni) a irrigidire l’austerità e a moltiplicare le mancette elettorali rivendicate ieri dai capetti della maggioranza. La più grande di queste, e non certo la meno effimera, è il taglio dell’aliquota Irpef dal 43% al 33% ai redditi fino a 55 mila euro (non 60 mila come ripetuto da mesi).

RISULTATO DI UN TIRA E MOLLA fino all’ultimo minuto (ieri la misura era stata data per dispersa), questo totem della propaganda fiscale dell’esecutivo è stato presentato da Meloni con queste parole: «Un segnale al ceto medio, che costa e che in questa manovra è uno dei punti più pesanti. Ma abbiamo fatto quello che potevamo fare». Il costo è stimato in 1,2 miliardi sui 26 complessivi della manovra. Portare il taglio fino a 60 mila euro avrebbe richiesto 2,7 miliardi. Sono molti per una misura che presenta, al momento, coperture incerte. I soldi necessari a finanziarla dovrebbero arrivare dal «contributo» chiesto alle banche e alle assicurazioni Sono circa 5 miliardi finanziati dall’aumento dell’Ires del 3%. Per le banche si passa dal 27,5% al 30,5% e per le assicurazioni dal 24% al 27%. Ci sarà un aumento della Tobin tax.

«NON È UNA MANOVRA contro qualcuno – ha detto Meloni – in un momento complesso, a chi ha meno problemi, viene chiesto di dare una mano nell’ambito di quello che è sostenibile». Per giustificare una misura, voluta e imposta dalla Lega, Meloni si è dedicata a un paragone che è tutto un programma: «Noi come Stato diamo il buon esempio, perché un’altra parte di queste coperture arriva dal taglio alla spesa dei ministeri che cuba complessivamente circa 1 miliardo». A parte il discutibile uso dell’orrenda parola «cubare», qui c’è la confusione tra Stato e governo. Questo è il segno della confusione tipica dei nazionalisti. E poi c’è l’improprio paragone tra il taglio alla spesa sociale via ministeri e quello di una partita di giro sui guadagni delle banche. Di certo non sembra essere destinata a spegnere il borbottìo dei banchieri e non porrà rimedio ai problemi indotti dall’austerità sui servizi pubblici.

LE COPERTURE del nuovo contorcimento fiscale deciso da un governo giunto alla sua ultima legge di bilancio sono talmente incerte che la stessa Meloni si è augurata che le banche non si rivolgano ai tribunali per contestare una misura che, a loro dire, sarebbe incostituzionale. Non lo è, ma il problema è un altro ed è politico: quello di non avere mai pensato di riformare, a cominciare dall’Italia, la tassazione dei capitali alla luce dei profitti speculativi realizzati anche nella crisi energetica prodotta dalla guerra contro l’Iran voluta da Trump, l’(ex) alleato di Meloni. E di pensare che la crisi energetica, e l’inflazione che produce, possano essere fermati con i bonus agli autotrasportatori o con i tetti ai carburanti decisi dalle multinazionali del diesel e della benzina. Nemmeno la manciata di miliardi che il governo spera di ottenere dalla trattativa con l’Unione Europea (Commissione UE + Consiglio UE: cioè gli altri governi) riuscirà a tappare i buchi prodotti dal caro-energia. Per ora non sono contemplati, ma se arrivassero arricchirebbero il piatto elettorale.

LA MORALE DELLA «COPERTA corta» rilanciata dal governo ha coperto almeno due assunti ingannevoli. Sulla sanità il ministro Schillaci e le Regioni avevano chiesto 5,5 miliardi in più; ne saranno dati 3,4 al Fondo sanitario nazionale. Per il resto c’è spazio al populismo compassionevole del «bonus dentiere» da 300 euro per gli over 75 con pensione fino a 28 mila euro, che riguarda 5 milioni e mezzo di persone. Oltre al definanziamento, alla sanità il melonismo lascia un altro problema: avere reso «strutturale» l’esenzione del bollo (oltre 2 miliardi) ha tolto alle Regioni una fonte stabile per finanziare gli ospedali. Non è stato chiarito dove trovare i soldi dopo che saranno finiti quelli del Pnrr.

IL SECONDO ASSUNTO è sulle pensioni: caldissimo per una Lega alla canna del gas. Ieri Salvini ha fatto credere che da domani si andrà in pensione a 64 anni e non a 67 e che la «riforma» Fornero è superata. Non lo è affatto e in realtà si parla di un «fondo per la flessibilità» da 850 milioni che arriverà forse nelle prossime settimane. Alla fine della giornata resta lo sconforto di Giorgetti che non vedeva l’ora di lasciare la conferenza stampa ed è stato trattenuto da Meloni per rispondere di un lavoro che considera ben fatto. In fondo, ha ragione. Di questa manovra resterà solo una misura: la possibilità di personalizzare le targhe di moto e auto. Del resto, è meglio non parlarne.