Stampa

Compagni di classe La guerra, il carovita, il diritto allo studio, la questione razziale, la libertà di manifestare. Si riempiono ancora le piazze italiane, convocate per lo sciopero generalizzato dal sindacato di base. Ma conquistate da centinaia di migliaia di giovani decisi a riprendersi tutto

Compagni di classe Sessanta città per lo sciopero generale di Usb e sindacati di base. Giovani e studenti esondano: si manifesta dal mattino a tarda sera

LEGGI ANCHE La mobilitazione globale dei portuali contro i traffici di armi e la guerra

a5676271-665a-40ff-b83f-2cf8dbaeb243 Lavoratori, studenti e attivisti manifestano a Roma per lo sciopero generale – foto Alessandra Tarantino/Ap

L’atto secondo del movimento d’autunno contro il governo e il carovita si consuma nel corso di un’intera giornata: in sessanta città scendono in piazza centinaia di migliaia di persone. «Siamo due milioni, riprendiamoci il futuro», dicono da Usb che ha convocato lo sciopero generale cui si è unita la rete intersindacale composta da Adl Cobas, Confederazione Cobas e Clap. I primi dati parlano di uno sciopero sostanzioso nelle scuole ma relativamente alto anche negli altri settori, soprattutto del pubblico impiego. Siamo ai livelli di quello per Gaza dell’anno scorso.

È L’OCCASIONE che serviva. L’oceanica manifestazione romana ne è una rappresentazione. Dal mattino i rappresentanti del sindacato di base si ritrovano in piazza dei Cinquecento, davanti alla stazione Termini. È il luogo da cui partirono le grandi manifestazioni per la Palestina. Si ritrovano proprio le nuove leve che contro il genocidio hanno conosciuto il battesimo della piazza: «Non chiamateci Generazione Zeta, preferiamo definirci Generazione Gaza», dicono. Ci sono gli studenti medi e gli universitari, insieme ai collettivi di quartiere, che nel vuoto lasciato da alcuni centri sociali fungono da strutture aggregative e di formazione politica.

ECCO, I QUARTIERI. All’appuntamento principale ci si arriva tutti insieme: almeno sei cortei partono da Ostiense, San Lorenzo, La Sapienza, Tufello, Prenestino, Appio Latino. Si infilano dietro il grande camion di Usb, che è preceduto da due trattori in segno di connessione con le lotte degli agricoltori del sud delle scorse settimana. Un ragazzo porta una cornice appesa al collo con la scritta «Sono una vetrina». Quelli che proteggono i negozi più delle vite umane avranno qualche remora a colpirlo, evidentemente. «Siamo le tenebre che vi cancelleranno» recita uno striscione che riecheggia uno slogan francese. Ci sono anche i genitori, arrivati per difendere i diritti dei loro figli dopo le centinaia di fermi preventivi della scorsa settimana. Quelli del Pilo Albertelli, il liceo dell’Esquilino intitolato all’insegnante partigiano dell’istituto, ostentano il QrCode della petizione che hanno lanciato contro la repressione.

NELLE SCORSE settimane, a ogni scadenza il governo mandava in avanscoperta il ministro dell’istruzione per spiegare quanto avesse investito sulla scuola. Era per puntare il dito contro una generazione considerata ingrata, che persevera a manifestare sobillata chissà da chi o per mera imitazione dei colleghi francesi. Anche stavolta Giuseppe Valditara ci prova. Succede a metà mattinata, quando già è evidente il volume della mobilitazione studentesca. Fa sapere di aver «convocato al ministero per la prossima settimana le consulte studentesche per un confronto sulle istanze del mondo giovanile» e di avere istituito un ennesimo tavolo tecnico «sulle problematiche giovanili costituito da personalità di alto profilo scientifico».

TUTTO SI TIENE: la guerra, il carovita, il diritto allo studio, la questione razziale i ragazzi che condividono il banco con i compagni con background migratorio vivono sulla pelle. Ci sono quindicenni con i cartelli sul costo del gasolio e pensa che non questione che li riguarda ignora quello che vivono in famiglia. «Mia madre prende 1600 euro al mese e ne paga mille di affitto», spiega Francesca, 18 anni, che espone la scritta «Stiamo con le pezze al culo». «Il costo della benzina, dei trasporti, delle bollette è altissimo, i miei fanno fatica – ragiona un ragazzo del liceo scientifico Righi – Ma non è soltanto una questione di soldi: è una questione di diritti, e della possibilità di far sentire la nostra voce non possiamo pagare il prezzo di tutto». Gli studenti sono convinti che la lotta paga. Serve occupare perché, dice Aurora all’ultimo anno di liceo artistico, «ci mancavano le aule per il disegno e dopo abbiamo ottenuto un piccolo stanziamento. Non basta, però almeno quello lo hanno sbloccato». Qualche metro più avanti è Claudio, studente di fisica, a sostenere che «funziona protestare, guarda in Francia dove alla fine hanno messo fondi per la scuola».

GLI STUDENTI fanno da traino, le persone più grandi si mimetizzano nella fiumana. Qualcuno è persino intimidito, come Viola e Marica che lavorano a partita Iva. «I soldi spesi per il riarmo si ripercuotono su di noi, con il mio stipendio l’affitto non lo pago, il paese è al collasso». «Siamo centomila» dicono da Usb. Il corteo si infila sotto Porta Pia, lambisce i ministeri delle infrastrutture e dell’economia, imbocca via Cavour e arriva su via dei Fori, poco prima del Colosseo. Qui succede quello che era avvenuto sabato scorso: migliaia di persone decidono di proseguire, e lasciano il resto del corteo a montare una tendopoli. Si marcia verso Piramide. Qualcuno decide che non va bene neanche questo. Un centinaio di persone provano a forzare il cordone di polizia all’altezza del Celio per arrivare a San Giovanni.

Breve fronteggiamento, cassonetti per strada e bottiglie lanciate contro gli scudi. La maggior parte sfila in direzione Circo Massimo e poi fino a Porta San Paolo. Ma chi si pensa che sia finita qui, e che la gente sia soddisfatta di essersi presa un’altra fetta di città, si sbaglia di grosso. Succede che in maniera del tutto spontanea, di fronte alla proposta estemporanea di un gruppetto che urla la necessità di raggiungere il «ministero della fucking istruzione» (sic) a migliaia si rimettono in marcia. È come se a ogni tappa si sentisse il bisogno di esondare dai confini dati non sono dalle controparti istituzionali, anche dai più grandi che hanno accompagnato il cammino. Allora l’apparato di sicurezza sbaracca gli argini alle porte di Testaccio e si precipita a riposizionarsi a Trastevere, davanti al ministero. Traffico in tilt, qualche momento di nervosismo. Appare una ballerina di danza classica sulle punte, con tanto di tutù, a rendere ancora più paradossale la gestione della piazza.

Valditara è barricato dentro. Apparirà alle 19 per ringraziare personalmente i poliziotti in tenuta antisommossa. A loro si erano rivolti i manifestanti: «Non siamo contro di voi». E ancora: «Dovreste scendere in piazza con noi, lottiamo anche per i vostri figli, cosa direte loro quando non riuscirete a pagargli gli studi?». Poi il coro «Siamo tutti lavoratori». Quella che sembra spavalderia davanti alle forze dell’ordine è la ferma, forse ingenua, convinzione che la coperta è corta per tutti, che c’è una condizione di disagio che accomuna i lavoratori e i loro figli mentre una piccolissima parte di popolazione ha accesso ovunque e comanda su tutto. L’aura battle degli ultimi resistenti, qualche centinaia di giovanissimi, riparte anche da qui. Si punta al parlamento. Gli uffici stampa dentro i palazzi rilanciano immagini di misure di sicurezza straordinarie. Fronteggiamenti con la polizia a ponte Sisto. Qui si vede la prima vera carica e i lacrimogeni. La massa indietreggia e ritorna su via Marmorata. Qui altri scontri, la polizia usa gli idranti e ferma 8 persone.

OGNI CITTÀ contiene storie significative. A Napoli 20 mila persone hanno sfilato per il centro per raggiungere sulle banchine i lavoratori portuali. A Bologna 50 mila persone hanno bloccato per tre ore la tangenziale. Giusto qualche momento di tensione, come a Torino, quando un corteo spontaneo che si è formato è arrivato in centro e a Mestre. Cariche a Brescia e Vicenza. Erano ventimila a Firenze. E diecimila a Cosenza e Padova. Potrebbero ricomparire da un momento all’altro.