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La guerra grande Il Golfo prova a mediare e Vance scrive all’Iran: «Torniamo al tavolo». Trump, però, è imprevedibile e le parti restano distanti. Khamenei ordina: colpiremo tutti i bersagli, materiali e immateriali. Europa non pervenuta

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693c5971-2f2d-4f16-b97b-afea32d6e37a Teheran, un murale con il volto della Guida suprema Ali Khamenei, ucciso a febbraio del 2026 – Abedin Taherkenareh/Epa

Una nuova guerra statunitense contro l’Iran potrebbe rivelarsi devastante per Teheran e i paesi vicini, ma anche per Washington, sul piano economico e politico, e per il mercato energetico, da cui dipende in parte l’economia mondiale.

J.D. VANCE, vice presidente americano, ha scritto a Mohsen Rezaei, il massimo responsabile della sicurezza iraniana, per esplorare un quadro di riferimento per la ripresa dei negoziati. Teheran continua a guardare con notevole sospetto le iniziative concilianti di Washington e le sue minacce militari, ma apparentemente la lettera di Vance è giudicata un passo positivo. Il ministro degli esteri iraniano Abbas Araghchi afferma che, dopo la visita a Teheran dei mediatori qatarioti, una delegazione iraniana è a Doha, impegnata in un tentativo di far rivivere il cessate il fuoco tra Stati uniti e Iran.

I corridoi dei ministeri pullulano di mediatori, negoziatori, burocrati, consulenti e militari, in un continuo andirivieni tra Teheran, Doha, Islamabad, Istanbul e altrove. I canali di comunicazione con la Casa bianca non si interrompono un secondo. Tutti cercano una soluzione per scongiurare una possibile catastrofe. Eppure le parti faticano a trovare la via del compromesso, pur sapendo quale enorme prezzo comporterebbe il fallimento della diplomazia.

Gli Stati uniti stanno intanto preparando un’operazione militare con l’intenzione di infliggere danni enormi all’Iran. La macchina da guerra Usa è guidata da un’imprevedibilità assordante. Alla fine della giornata, a decidere è Trump. Secondo un funzionario statunitense, se i repubblicani dovessero perdere nettamente alle elezioni, il presidente sarebbe più incline a ordinare l’attacco. «Se si sente imbarazzato o privato dei suoi diritti, farà qualcosa di audace. È quello che tutti stanno dicendo agli iraniani», scrive Axios.

ALCUNI OSSERVATORI ritengono invece che Teheran stia rallentando deliberatamente i negoziati con Washington fino alle elezioni di metà mandato della prossima settimana, per poter rivendicare una vittoria morale nel caso in cui il Partito repubblicano perdesse. Di certo, dopo l’assassinio della Guida suprema Ali Khamenei, il pensiero strategico di Teheran è più incline a correre rischi e ha abbandonato la «pazienza strategica» che per anni aveva distinto la politica di Khamenei.

Teheran alza la posta. La nuova Guida suprema, Mojtaba Khamenei, detta le sue direttive ai vertici delle forze armate in vista di una possibile minaccia nemica: «Risposta immediata, potente e senza limiti geografici». Secondo Khamenei, «la prontezza combattiva intelligente è necessaria per la massima deterrenza». Ordina di rafforzare l’intelligence militare, di approfondire la difesa locale sia nella dottrina sia nella tattica, di usare tecnologie avanzate e di rinsaldare lo spirito rivoluzionario e il morale.

Dispone infine l’aggiornamento del «banco dei bersagli», che includerà tutti gli asset «materiali e immateriali» del nemico americano-sionista a portata delle forze armate. L’Iran promette di rispondere a qualsiasi attacco alle proprie infrastrutture energetiche colpendo impianti petroliferi e del gas in Arabia saudita, Emirati, Qatar, Kuwait e Bahrein. Un attacco Usa sarebbe condotto congiuntamente con Israele e l’Iran risponderebbe con ogni probabilità con missili su Tel Aviv.

Teheran non può affrontare l’enorme superiorità militare degli Stati uniti, ma dispone di capacità asimmetriche rilevanti. Secondo alcune fonti, oltre 700 obiettivi in tutta la regione restano alla portata dell’arsenale balistico iraniano. La superiorità militare americana non equivale automaticamente a un vantaggio strategico e resta da capire se Washington, riaprendo la guerra, possa raggiungere i suoi obiettivi.

SECONDO UN FUNZIONARIO statunitense, i colloqui sono bloccati finora da due richieste contrapposte. L’amministrazione Trump insiste perché l’Iran faccia concessioni nucleari come parte della ripresa dei negoziati. L’Iran vuole che gli Usa revochino prima il blocco navale, sblocchino i fondi congelati e consentano la vendita di petrolio. Ora i mediatori devono proporre soluzioni creative e, soprattutto, un meccanismo concordato per attuare gli accordi, con garanzie credibili. Senza, le intese di principio difficilmente diventeranno un accordo stabile. Il tempo stringe.

Egitto, Turchia, Iraq, Pakistan e Arabia saudita hanno esortato l’Iran ad accettare di riprendere i negoziati prima del midterm. Resta in silenzio l’Europa, pur subendo effetti economici devastanti che mettono a rischio il benessere di milioni di persone. Nessuna voce ha chiesto alla Casa bianca di moderare le proprie azioni o di privilegiare il negoziato.

L’escalation della guerra provocherebbe una nuova impennata dei prezzi di petrolio e gas. Lo choc energetico potrebbe innescare una forte ondata inflazionistica globale, costringerebbe le banche centrali a fermare il taglio dei tassi e trascinerebbe al ribasso le borse mondiali.