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Elezioni Domani iniziano le consultazioni in Israele. Il premier chiede di non certificare i risultati e pensa ai raid sull’Iran per restare

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ed8ce47f-9a65-41c3-bfb8-11b0585e2d5b People call for the formation of a Jewish-Arab government during a protest following Israel’s general election in Tel Aviv, Israel, Saturday, Oct. 31, 2026. (AP Photo/David Goldman)

Se non ci saranno nelle prossime ore sorprese dal mondo della politica, domani il presidente israeliano Isaac Herzog, dopo aver ricevuto i risultati definitivi delle elezioni del 27 ottobre, avvierà le prime consultazioni con i rappresentanti dei partiti eletti alla Knesset per assegnare l’incarico di formare il prossimo governo.

COMINCERÀ dalle formazioni più piccole per arrivare giovedì sera ai due partiti principali, Yashar (21 seggi) di Gadi Eisenkot e Likud (27 seggi) del premier Benyamin Netanyahu. Oggi si incontreranno tutti e quattro i partiti sionisti del blocco del cambiamento, schierato contro il primo ministro, per decidere le prossime mosse. A cominciare dall’indicazione di Gadi Eisenkot come premier incaricato e dalle soluzioni per formare un nuovo governo. Lo stallo resta. Nessuno dei due blocchi contrapposti ha la maggioranza. E la possibilità che le formazioni sioniste anti-Netanyahu accettino qualche forma di alleanza con i due partiti arabi, Lista congiunta e Raam, è remota.

Netanyahu, ora in minoranza nella nuova Knesset con appena 53 seggi su 120, punta molte delle sue carte su un nuovo attacco israelo-americano all’Iran per guadagnare tempo e capacità di manovra. Insiste anche sul «voto rubato», ossia sulla presunta «illegittimità» del risultato elettorale a causa di «finanziamenti» provenienti da Stati esteri per invogliare i cittadini palestinesi a votare in massa. Il Likud ieri ha ufficialmente chiesto di non certificare l’esito delle elezioni fino all’accertamento delle «gravi ingerenze straniere».

TUTTAVIA, PROPRIO il giudice Solhberg, che aveva chiesto allo Shin Bet (il servizio segreto interno) di «indagare in profondità», ieri ha affermato che il risultato del voto non è in discussione, mandando su tutte le furie il Likud. La destra continua a saturare i social con rivelazioni di nuovi «crimini arabi». Dopo Qatar e Turchia, adesso punta il dito contro l’Autorità nazionale palestinese: notoriamente con le casse vuote, ma che, secondo il blocco pro-Netanyahu, avrebbe «pagato» gli elettori arabo israeliani.

IERI A NAZARETH si sono incontrati, per la prima volta dal voto, anche i leader palestinesi. Hanno ribadito l’intenzione di fare il possibile per impedire che Netanyahu e i suoi ministri più estremisti restino al potere. Hadash, componente principale della Lista congiunta, al termine dell’incontro ha ribadito la necessità di ampliare la cooperazione con altri partiti. «Affermiamo che far cadere il governo di Netanyahu costituisce un compito storico e urgente, data la politica di distruzione e morte a Gaza, l’inasprimento dell’occupazione, il terrorismo dei coloni, la violazione dei diritti della popolazione araba e il pericolo rappresentato dal costante scivolamento verso il fascismo», ha scritto in un comunicato.

La palla ora è nel campo sionista. La candidatura di Eisenkot a premier incaricato ha raccolto consensi. Naftali Bennett, leader di B’Yachad (destra). e Yair Golan, alla guida dei Democratici (sinistra sionista), hanno annunciato che raccomanderanno al presidente di affidare ad Eisenkot l’incarico di formare il nuovo esecutivo. A loro si è aggiunto Liberman, dopo giorni di speculazioni. Il leader di Yisrael Beitenu ha inoltre dichiarato che sosterrà la candidatura dell’ex premier Yair Lapid alla presidenza della Knesset, al posto di Amir Ohana, un fedelissimo di Netanyahu che ha avuto un ruolo centrale nella presentazione di progetti di legge contestati. Allo stesso tempo, ha confermato il veto a un governo di minoranza dipendente dai partiti arabi. In alternativa ci sarebbe un accordo con Giudaismo Unito della Torah (Gut), formazione religiosa ultraortodossa alleata di Netanyahu. Sarebbe clamoroso. Gut è schierata contro la leva per i giovani religiosi, sul quale insiste Eisenkot. Un compromesso potrebbe persuadere Gut ad abbandonare Netanyahu.

SULLO SFONDO, quasi ignorate dai media, ci sono Cisgiordania e Gaza. L’esercito israeliano ha tolto l’assedio alla città di Hebron e migliaia di palestinesi sfollati, dopo 11 giorni, ieri sono tornati nei quartieri occupati dalle forze israeliane dopo l’attacco nel quale il mese scorso erano rimasti uccisi due soldati e due palestinesi armati. Molti di loro hanno trovato macerie al posto delle proprie case. Sempre in Cisgiordania si segnalano nuove aggressioni di coloni israeliani a danno dei contadini palestinesi.

A Gaza, un bombardamento ha ucciso almeno cinque persone. Israele sostiene di aver colpito miliziani di Hamas. Dal 29 ottobre l’aviazione israeliana ha ucciso almeno 21 palestinesi, tra cui sei poliziotti e due minori. Altri due palestinesi sono morti per le ferite subite.