Riforma elettorale La destra accelera sulla riforma dell’elezione dei sindaci per spaventare il centrosinistra
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Torino, seggio elettorale – foto di Alessandro Di Marco / Ansa
Il centrodestra ha posto una pistola sul tavolo del confronto con le opposizioni sulla legge elettorale. Prima ancora che esso sia convocato. Preventivamente, come una minaccia, che è stata esplicitata. Si tratta della legge per eleggere i sindaci eliminando di fatto i ballottaggi, che il centrodestra ha ripreso ad esaminare in Senato. La minaccia è di approvarla a tambur battente così da applicarla sin dalla tornata delle amministrative di primavera, qualora da parte delle opposizioni non ci sia la disponibilità a confrontarsi sulla modifica della legge elettorale. Partiamo dai fatti che riguardano i due dossier, quello sulla legge elettorale nazionale e quello sulla legge per eleggere i sindaci.
LA PRIMA RIUNIONE plenaria formale degli sherpa del centrodestra sulla legge elettorale, preannunciata lunedì scorso come imminente, non si è tenuta in settimana, benché ci siano stati diversi colloqui informali. A frenare sia Fi che la Lega: la prima teme che un eventuale scontro con le opposizioni su questo tema incida negativamente sulla campagna referendaria; la seconda tira la corda per trattare su altri dossier. Ma anche i dirigenti dei partiti di opposizione a cui informalmente la maggioranza ha accennato alla possibilità di un confronto sulla legge elettorale, hanno opposto un «niet» fino alla celebrazione del referendum.
L’INPUT DI GIROGIA MELONI, tuttavia è di approvare la legge elettorale entro settembre-ottobre del 2026, vale a dire un anno prima della scadenza naturale della legislatura, per rivendicare di aver rispettato le indicazioni della Commissione di Venezia, per la quale non si cambia il sistema elettorale l’anno prima delle urne. Tutti sono convinti che in realtà si voterà non nel settembre 2027, ma a maggio; ma sarebbero elezioni anticipate, quindi teoricamente non prevedibili oggi. Senonché la dead-line del prossimo settembre-ottobre è difficilmente rispettabile se il centrosinistra indugia troppo a impegnarsi in un confronto.
Sia chiaro: in questo confronto Meloni non ci si vuole impegnare più di tanto: lei stessa lo ha chiarito nella conferenza stampa del 9 gennaio. Ma un passaggio formale vuole che ci sia, come formale deve essere il rispetto delle raccomandazioni della Commissione di Venezia.
E QUI ARRIVA L’ALTRO elemento, riguardante la legge per eleggere i sindaci, con l’eliminazione de facto del ballottaggio. Il ddl, firmato dai quattro capigruppo del centrodestra in Senato, è fermo in commissione Affari costituzionali, grazie a un ostruzionismo serrato di tutte le opposizioni. Martedì e mercoledì scorso, l’esame è ripreso in due sedute notturne. Il testo era stato presentato a fine aprile dell’anno scorso, sostenuto da una precisa narrazione: al ballottaggio troppo spesso va a votare meno gente che al primo turno e troppo spesso il vincitore al secondo turno riporta meno voti del candidato più votato al primo turno. Di qui la proposta del ddl di prevedere l’elezione del sindaco con il solo 40% dei voti.
Peccato che questa narrazione sia stata smentita dai dati riferiti dall’Anci durante una audizione il 27 maggio: tra il 2014 e il 2024 i casi denunciati dal centrodestra sono stati solo 5. In ogni caso i partiti di centrosinistra avevano depositato ben 1.421 emendamenti ai primi di luglio, iniziando poi un defatigante – per la maggioranza – ostruzionismo, fino a quando l’esame è stato sospeso il 30 ottobre.
Ora l’iter è ripreso con due sedute notturne la scorsa settimana e altrettante la prossima, visto che la Commissione deve affrontare anche altri provvedimenti. Gli emendamenti ancora da votare sono 400, ma il presidente della Commissione Alberto Balboni e la maggioranza hanno imposto il canguro, vale a dire il voto congiunto di più emendamenti analoghi. Le votazioni reali che mancano sono poco più di trenta.
IL TESTO È PROGRAMMATO in aula a marzo, dopo il referendum del 22 e 23. La minaccia è di rispettare la programmazione ed approvarlo prima in Senato e poi alla Camera con la fiducia ad aprile, così che la tornata delle amministrative di primavera veda la prima applicazione. A meno che Elly Schlein, Giuseppe Conte e alleati diano la disponibilità a confrontarsi sulla legge elettorale in cui verrebbero eliminati i collegi uninominali in favore di un sistema proporzionale con premio di maggioranza.