Fronte orientale Von der Leyen a Kiev, accordo da 1 miliardo di euro per produrre le armi senza pilota
LEGGI ANCHE Nemici interni e esterni per Ucraina e Mosca. Kiev verso il rimpasto
Ursula Von der Leyen – EPA/MAXYM MARUSENKO
A Kiev nel giorno della festa nazionale, Ursula von der Leyen riceve dal presidente ucraino Zelensky l’onorificenza dell’Ordine d’Europa. L’aspetto ideale e simbolico si ferma qui. Sull’onda del vertice Nato di Ankara e di quello dei Volenterosi appena concluso a Parigi, la presidente della Commissione Ue è a Kiev per firmare con Zelensky il nuovo «Drone Deal», un partenariato industriale nel settore della difesa che lega sempre di più Bruxelles e Kiev. In nome delle armi.
Nell’immediato, la Commissione eroga un ulteriore miliardo di euro per l’acquisto di droni, nell’ambito del prestito europeo da 90 miliardi destinato al sostegno dell’Ucraina. Ma il cuore dell’intesa va oltre i fondi. Il partenariato punta infatti a costruire una strategia industriale comune tra Bruxelles e Kiev. Non si tratta soltanto di aumentare gli aiuti militari, ma di integrare progressivamente la base industriale della difesa ucraina in quella europea, trasformando una cooperazione nata dall’emergenza bellica in un rapporto strutturale.
L’obiettivo è aumentare rapidamente la produzione di droni e sistemi anti-drone, combinando l’esperienza maturata da Kiev sul campo di battaglia con la capacità industriale europea, che Bruxelles sta costruendo nell’era del drastico cambiamento dei rapporti transatlantici segnata da Trump. Il percorso comune tra Ue e Ucraina dovrebbe poi proseguire con la produzione congiunta di sistemi missilistici per la difesa aerea.
KIEV HA ASSOLUTO bisogno di missili per contrastare gli attacchi aerei russi sempre più pervasivi ed efficaci. Anche la recente concessione da parte di Trump a Zelensky della licenza per produrre missili Patriot ne è una spia. Il nuovo partenariato con Bruxelles è accompagnato però da una controversia legata alla ricerca di autonomia dell’industria militare europea. Il Financial Times ha reso noto che una parte dei fondi Ue potrà essere utilizzata anche per acquistare componentistica made in China necessaria alla produzione dei droni. Una scelta apparentemente in contrasto con le regole in merito alla «preferenza europea» della produzione bellica.
La Commissione, costretta a intervenire, parla di un’eccezione già prevista dal regolamento per casi straordinari, come questo, dato che alcuni componenti per la fabbricazione dei dispositivi telecomandati non risultano reperibili in quantità sufficienti e in tempi compatibili con le esigenze operative.
SUL FRONTE dell’adesione politica dell’Ucraina all’Ue, intanto, il processo avanza con tempi ben più lenti. Dopo l’apertura del nuovo cluster negoziale dedicato alle relazioni esterne, il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha rilanciato l’idea di una «membership associata» per Kiev, così come per i Balcani occidentali, sostenendo che l’Unione debba offrire progressi concreti ai paesi candidati. Le perplessità maggiori alla sua proposta sono già arrivate, in realtà, proprio da Kiev: Zelensky che teme possa trasformarsi in un surrogato della piena adesione, anziché accelerarne il percorso.
Altra procedura in sospeso rimane quella del via libera al ventunesimo pacchetto di sanzioni contro Mosca, nonostante le assicurazioni di una rapida approvazione arrivate dai leader Ue. Il ritardo dipende da questioni tecniche, ma anche da divergenze politiche ed economiche tra gli Stati membri. Le misure più sensibili riguardano il price cap sul petrolio russo, temporaneamente congelato a 44 dollari al barile, le restrizioni al Gnl russo alcune disposizioni per la banca austriaca Raiffeisen. In assenza dell’unanimità tra gli ambasciatori dei 27, il Consiglio Ue ha deciso di rinviare il dossier almeno di una settimana.
IL DRONE DEAL fotografa così la doppia corsia dei rapporti tra Bruxelles e Kiev. L’adesione all’Ue continua a dipendere da negoziati, riforme e consenso politico, mentre l’integrazione nel settore dell’industria militare accelera. La guerra ha trasformato l’Ucraina in un partner industriale della difesa prima ancora che in un futuro Stato membro. È questa la novità politica dell’iniziativa di von der Leyen: mentre l’integrazione economica, istituzionale e democratica continuerà a essere sottoposta al lungo scrutinio previsto dai Trattati, quella bellica procede nei fatti
Commenta (0 Commenti)
Dopo lo sgambetto sulle preferenze Meloni alza il tiro contro gli alleati e Fdi vota, senza successo, l’emendamento dei vannacciani. Ormai il generale detta la linea alla premier che lo immagina futuro alleato per ridimensionare Lega e Fi. Ma esclude forzature verso le urne
Il governo al contrario Il giorno dopo lo piscodramma delle preferenze, i meloniani scaricano gli alleati e votano l’emendamento di Vannacci. Proposta bocciata: Carroccio e Forza Italia si sfilano Le opposizioni: «Una nuova minoranza di governo»
LEGGI ANCHE https://ilmanifesto.it/le-dimissioni-non-per-dovere-ma-per-incapacita
La Camera boccia l'emendamento di Futuro Nazionale sulle preferenze – Ansa
«Noi facciamo sempre quello che dichiariamo, gli altri non lo so. Al voto ci si è andati perché anche gli altri si erano dichiarati a favore, se dici una cosa poi la fai, per noi deve funzionare così». Tra una votazione e l’altra, il senso dell’umore in Fratelli d’Italia lo dà il ministro Tommaso Foti, già capogruppo dei meloniani proprio a Montecitorio, dove martedì sera si è consumato il dramma delle preferenze. Per quanto si provi a minimizzare, il clima è di sfiducia: Lega e Forza Italia hanno tradito l’accordo ed esposto maggioranza e governo, e i rispettivi segretari non tengono più i gruppi parlamentari.
QUINDI, mentre si ragiona sul redde rationem tra alleati, i Fratelli si esercitano in prove di nuove alleanze. Dopo la stroncatura della proposta Bignami, sulle preferenze erano rimasti due emendamenti da votare, uno presentato dai vannacciani, un altro da Luigi Marattin e Francesco Gallo: su entrambi maggioranza e governo avevano dato parere negativo. In apertura di seduta il relatore di FdI Angelo Rossi ha annunciato il cambio di orientamento, seguito dal governo: ci si sarebbe rimessi all’Aula. Così al momento del voto la spaccatura si è fatta plastica: l’emendamento, che prevedeva preferenze secche in stile elezioni europee, con i nomi da scrivere sulla scheda, è stato bocciato con 139 Sì e 233 No. Il partito di maggioranza relativa sotto di duecento voti. A favore gli otto vannacciani, FdI e Noi moderati: «Lo facciamo per coerenza, se siamo per le preferenze lo siamo sempre», hanno ripetuto in coro i meloniani. Silenzio gelido, invece, da parte di Fi e leghisti, tutti contrari in blocco. Il messaggio, in tutta evidenza, era per loro: i traditori vengono dai vostri banchi, e forse l’ex generale potrebbe essere più affidabile.
VANNACCI HA COLTO SUBITO l’occasione: «Meloni mostri gli attributi, e approvi il nostro emendamento», ha detto da Civitanova Marche. A Lega e Forza Italia ha dato l’etichetta, nostalgica, di «badogliani». Più esplicito è stato il suo deputato Domenico Furgiuele: «Lo stesso cordone sanitario che vorrebbero mettere intorno all’AfD lo si vuole riproporre per Futuro Nazionale, ma non basterà». Il riferimento non è banale, né da prendere sottogamba: in Fratelli d’Italia osservano con attenzione le elezioni regionali di settembre in Germania, e ancor più le presidenziali francesi di aprile dell’anno prossimo. Se neonazisti tedeschi e lepeniani dovessero sfondare, il contesto europeo darebbe una legittimazione in più all’alleanza, quella benedizione che manca e senza la quale potrebbero sorgere problemi oltreconfine.
I NAVIGANTI intanto sono avvisati, la pistola è sul tavolo. Il ministro Lollobrigida ha fatto intendere che un momento della resa dei conti ci sarà, e anche ieri ha ribadito l’atto di «vigliaccheria» di chi ha usato il voto segreto per sabotare le preferenze, e dunque la premier. Gli alleati sottolineano che così facendo ci si farebbe dettare l’agenda da Vannacci. Ma il clima di sfiducia rischia di tramutare gli ultimi mesi di legislatura in un Vietnam parlamentare: il primo banco di prova sarà la legge di bilancio, che di natura dovrebbe essere “elettorale”, gli ultimi colpi da sparare in vista delle urne, ma ora sarà molto più difficile assecondare tutte le richieste. Il sospetto è che il sabotaggio più grande sia venuta dai deputati forzisti vicini a Marina Berlusconi, che in questo modo avrebbero assestato anche un colpo a Tajani. Il numero di franchi tiratori, è il ragionamento del centrodestra, potrebbe anche essere più alto: a caldo si è parlato di una trentina, ma potrebbero essere anche cinquanta se si considera che Iv e un pezzo di Pd potrebbe aver votato a favore. Misteri dell’urna: i riformisti dem appena usciti dall’Aula avevano subito assicurato di essersi attenuti all’indicazione del gruppo, con l’obiettivo di spaccare la destra.
OGGI CI SARÀ IL VOTO FINALE sul testo: «Intanto portiamola a casa, poi ci pensiamo» ripetono in coro da FdI. Sarà a scrutinio segreto, ma non ci dovrebbero essere incidenti. La minaccia delle
Leggi tutto: Fratelli d’Italia rompe la maggioranza - di Michele Gambirasi
Commenta (0 Commenti)Classi pericolose Giorgia Meloni suona il campanello di Palazzo Chigi e vara l’ennesimo inasprimento delle leggi sulla sicurezza
Leggi anche Il diritto di occupare la speranza
Controlli di Polizia in Piazza Duomo a Milano – Marco Ottico/Lapresse
Ci risiamo: al consiglio dei ministri convocato in un caldissimo, e non solo dal punto di vista meteorologico, pomeriggio di luglio Giorgia Meloni suona il campanello di Palazzo Chigi e vara l’ennesimo inasprimento delle leggi sulla sicurezza.
Si tratta delle norme che dalle parti della maggioranza vengono definite «anti-maranza»: questa volta puntano ad estendere la facoltà del fermo anche alle varie branche della polizia locale.
Vedremo come la destra si smarcherà dalle tutele costituzionali, dopo i passi falsi e le forzature degli altri decreti repressivi.
Di certo, Meloni punta a criminalizzare un’intera categoria, quella dei cosiddetti maranza, che sfugge a definizioni precise e identikit stringenti. Dalla stessa etichetta forgiata dalla propaganda retequattrista traspare l’arbitrio e pericolosi vuoti giuridici. Forse non era mai successo che una fattispecie penale arrivasse con questa velocità direttamente a Palazzo Chigi dai bassifondi dell’informazione, dalle campagne mediatiche xenofobe al potere esecutivo, dalle crociate delle zanzare al diritto penale. Dai tempi della prima rivoluzione industriale, il controllo corrisponde alla creazione delle classi pericolose: si tratta di trasformare le questioni sociali in problemi di carattere penale. Generando l’ennesimo allarme gli attuali governanti prendono tre piccioni con un maranza: criminalizzano al tempo stesso i giovani, i poveri, i migranti.
Nel paese dell’inverno demografico e del razzismo differenzialista queste figure si sovrappongono. È noto che i ceti dirigenti meloniani sono transitati direttamente dal ghetto delle sezioni missine ai palazzi del potere berlusconiano. È una caratteristica, questa, che emerge anche dalla composizione anagrafica del governo elaborata da Openpolis: trattasi dell’esecutivo politico più anziano della storia repubblicana. L’odio per i giovani si nasconde dietro le facce consunte delle fasi politiche precedenti, nei volti di quel medesimo blocco di potere che c’era anche a Genova nel 2001 accanto a Gianfranco Fini nella centrale di comando della polizia. Oppure che ha approvato la riforma Gelmini che ha finito di devastare l’università. O, ancora che ha prodotto la legge Bossi-Fini che espone al ricatto e alla clandestinità migliaia di uomini e donne.
L’invenzione del maranza serve a proiettare tutte le odiose campagne contro i «clandestini» ancora oltre. Una volta si puntava il dito contro i senza diritti, uomini e donne ingabbiati da una legge che di fatto non prevede accessi legali, adesso ci si rivolge anche verso quelli che non solo hanno regolare permesso di soggiorno, ma sono a tutti gli effetti italiani. Lo abbiamo imparato in queste settimane dalle retoriche sulla «remigrazione»: nel mirino finiscono tutti quelli che si possono considerare come «non integrati», altra categoria che serve a disegnare la zona grigia dei senza diritto. Chi e come stabilirà il grado di integrazione di una persona?
Questi misteriosi invasori della quiete arrivano dalle periferie metropolitane. Ci parlano delle nostre città, che abbiamo visto sui piccoli schermi dei nostri cellulari, location dei safari social dei tutori del decoro che tuonano contro le invasioni prima di tornarsene nelle sicure zone gentrificate dei centri storici a scommettere con i vostri soldi sulla prossima emergenza.
Questo rancore, violento eppure velleitario, rivela l’egemonia debolissima della destra, la sua pretesa di rappresentare un fantomatico «popolo», che non è affatto omologato e assimilabile ad alcuna purezza etnica o conformità culturale. Perché il governo più vecchio della storia della Repubblica straparla di gente comune ma è anche quello più barricato nelle gated communities del privilegio. Ma non basteranno cento decreti sicurezza a blindare questa pretesa di immunità.
Commenta (0 Commenti)Tra aula e piazza I leader del campo largo: «Non c'è più la maggioranza, subito al voto». Conte e Schlein: «Meloni ha fallito, siamo pronti alle urne»
I leader del centrosinistra davanti a Montecitorio – LaPresse
Per le opposizioni è un gol insperato nei minuti di recupero. Dopo l’annuncio «la Camera non approva», ad opera del presidente di turno Fabio Rampelli di Fdi, scatta un boato nell’aula della Camera. Poi parlano i leader di tutti i partiti del centrosinistra. Il primo è Conte, che va dritto al sodo: «La presidente Meloni ha sfidato il Parlamento dicendo che occorreva “metterci la faccia”». «Ci avete messo la faccia e avete sfiduciato la vostra presidente del Consiglio», dice rivolto ai banchi della maggioranza. «Nel 2021 io mi dimisi anche se avevo avuto la fiducia in Senato e alla Camera. Ora che siete andati sotto vi rimane un’unica cosa da fare se avete un po’ di onore e senso delle istituzioni: aprire una crisi di governo e andare a casa».
Lo stesso concetto viene ripetuto, prima in aula e poi fuori, davanti a Montecitorio, da tutti i leader delle opposizioni. Elly Schlein: «È stato un voto contro l’arroganza, contro l’idea che in un paese a crescita zero la priorità sia la legge elettorale. Avete fallito, dovete tornare a casa, prendetene atto. Per 4 anni vi siete occupati solo dei vostri patti di potere». E ancora: «Noi lavoreremo per costruire un’alternativa in questo Paese che finalmente si faccia carico di quello che loro non sono stati capaci di fare».
Angelo Bonelli di Avs ironizza: «188 a 187, è mancato il voto di Giorgia Meloni. E il Parlamento l’ha sfiduciata. Per lei è la più grande sconfitta politica di questa legislatura. Meloni sui social ha chiesto un voto di fiducia e le sono mancati 35 voti di maggioranza, è stata artefice della sua sconfitta».
Nicola Fratoianni prende la parola in piazza: «La premier aveva sfidato la sua maggioranza chiedendo la fiducia. Di fronte a questo tonfo prenda atto della sua sconfitta e si dimetta. La stagione della destra al governo è finita. Siamo pronti, tutti, a dare un’alternativa a questo paese».
Riccardo Magi di + Europa, che aveva convocato la manifestazione davanti a Montecitorio per protestare contro le nuove regole che costringono alcuni piccoli partiti a raccogliere le firme per poter correre alle elezioni, dice: «La ministra delle riforme Casellati, dando parere favorevole all’emendamento sulle preferenze, non aveva avuto la cautela di rimettersi al voto dell’aula. C’è stato un voto di sfiducia a Meloni che deve trarne le conseguenze».
Sulla stessa linea anche Maria Elena Boschi di Iv: «Il Parlamento ha votato contro il governo, i parlamentari di centrodestra non si fidano di Meloni. Dobbiamo andare subito alle elezioni con la legge elettorale in vigore». «Noi non vogliamo governi tecnici, subito alle urne», precisa la capogruppo renziana, e non è un dettaglio, visto che nel 2021 fu proprio Iv a lavorare per il governo Draghi. Davide Faraone, sempre di Iv, sottolinea in piazza la «straordinaria prova di unità che le opposizioni hanno dato in aula».
Prima del voto, c’erano timori di alcuni voti favorevoli all’emendamento di Fdi sulle preferenze da parte di deputati del centrosinistra. Ieri nelle riunione dei gruppi l’input era stato chiaro: «Bsiogan fare muro su tutte le proposte della destra». Di qui la richiesta del voto segreto, sempre e comunque.
Il braccio destro di Schlein Igor Taruffi è stato per tutto il giorno in Trantlantico a controllare le sue truppe, in stretto contatto con i partiti alleati. E si era anche lanciato in una previsione, nonostante lo scetticismo diffuso sulla possibilità che a destra ci fossero così tanti franchi tiratori, almeno una trentina: «Io credo che il grosso dei franchi tiratori arriverà dalle fila di Lega e Fi, ma qualcuno, almeno una decina, anche da Fdi. Perché molti di loro sanno che con la nuova legge non tornerebbero in Parlamento». Previsione azzeccata.
Tra le fila delle opposizioni non ci sono stati distinguo, per una volta. Anche chi si era detto a favore delle preferenze (che nella proposta di Fdi erano molto annacquate a causa dei capilista bloccati), ha capito che l’occasione di mandare sotto il governo era troppo ghiotta per lasciarsela sfuggire. «Tutte le volte che Meloni ci mette la faccia, si prende una sportellata», insiste Faraone.
E se la premier, sui social si lamenta perché «ha vinto la palude», Peppe Provenzano del Pd le risponde: «Non è la palude, si chiama democrazia, signora presidente. Si chiama Parlamento, e ti ha appena detto che non sei la padrona dell’Italia e che non hai più la maggioranza». «L’unità delle opposizioni in aula è stata più forte del patto di potere tra FdI, FI e Lega. A questo punto la maggioranza non c’è più e Meloni dovrebbe andare a casa». insiste il capogruppo Pd al Senato Francesco Boccia.
Le opposizioni pensano a un voto a fine settembre, una sorta di replay del 2022, quando Draghi su sfiduciato proprio a luglio. Ma è ancora presto per cantare vittoria. Meloni ha tutta l’intenzione di fregarsene dell’incidente in aula e di tirare dritto.
Commenta (0 Commenti)La prova di forza di Meloni sulle preferenze va a sbattere contro i franchi tiratori. Le opposizioni apparecchiano il voto segreto, oltre 30 deputati tradiscono affossando la riforma elettorale per un voto. Secondo colpo dopo il referendum ma la premier prova a resistere
Bocciatellum La maggioranza si schianta sull’emendamento di FdI sulle preferenze, sconfitta per un voto. Ora a rischio è tutta la riforma elettorale
LEGGI ANCHE «Ha vinto di nuovo la palude». Meloni prova a resistere
Melonellum bocciato. ANSA/RICCARDO ANTIMIANI – Ansa/ Riccardo Antimiani
Non ne servivano dieci o venti, ne bastava uno. Perché poi si ricorda l’esito: accolto o respinto. Sono passate da poco le 19 quando il tabellone della Camera si accende per il responso: l’emendamento di FdI, Noi Moderati e Udc per reintrodurre le preferenze non passa. 188 a 187: la maggioranza si è dissolta e ha votato contro l’indicazione della premier Meloni che solo poche ore prima si era intestata la battaglia.
LA SCONFITTA è plateale. I banchi delle opposizioni esplodono, Elly Schlein e Giuseppe Conte si stringono la mano soddisfatti: la strategia ha funzionato, i rispettivi gruppi sono stati compatti e il governo è andato sotto. Si sollevano i cori: «Dimissioni, dimissioni!» ed «elezioni, elezioni!», accompagnati dalla richiesta più scontata: «Meloni ora salga al Colle e rimetta il mandato, non ha più una maggioranza».
IL CENTRODESTRA aveva vissuto in fibrillazione tutta la giornata. Prima le riunioni di Lega e Forza Italia, che avevano dato mandato di votare Sì in nome del compromesso e della tenuta della maggioranza. Riunioni con tanto di spiegazioni tecniche su quanto poco avrebbe impattato sui due partiti il «modello toscano» proposto da FdI e condite da qualche minaccia neanche troppo velata: «Niente scherzi, qui si parla della tenuta del governo». Ma i dubbi permanevano, anche in FdI: per tutto il pomeriggio si era aggirato per il Transatlantico il ministro Lollobrigida, già capogruppo meloniano nella passata legislatura, in veste di sceriffo per assicurarsi la lealtà dei suoi.
Fino all’all in di Meloni a metà pomeriggio: «Sfido le opposizioni a non chiedere il voto segreto. Ognuno si assuma la responsabilità del proprio voto e ci metta la faccia davanti agli italiani. Sì alle preferenze, no al voto segreto». Per dire del rischio assunto, l’orientamento iniziale era quello che i relatori rimettessero il parere sull’emendamento all’Aula, non esprimendo parere favorevole per non esporre l’esecutivo. Poi il dietrofront, per alzare di più la posta e giocare la carta della minaccia verso i potenziali ribelli: la ministra Casellati ha dato parere favorevole, rendendolo di fatto un voto anche contro il governo.
«CI ABBIAMO PROVATO, ha vinto di nuovo la palude», ha scritto Meloni dopo la bocciatura, «il risultato dice che la sinistra e le opposizioni hanno votato compattamente contro. Ma anche nella maggioranza sono mancati diversi voti, e su questo serve una riflessione». A destra i veleni iniziano a scorrere subito. La scena è da sola eloquente: mentre le opposizioni prendono la parola in fila per chiedere le dimissioni del governo, sui banchi della destra prevalgono gli sguardi sperduti e di mano in mano passano i tabulati dei voti precedenti. Si cerca di ricostruire cosa è accaduto, di capire chi è mancato e da dove. Non dai vannacciani che hanno filmato le loro operazioni di voto per mettersi al riparo da ogni sospetto.
Si rifanno i conti: nei voti palesi del pomeriggio, sulle questioni di pregiudizialità delle opposizioni, la maggioranza insieme ai sette vannacciani presenti si era attestata a 214 voti. Più tardi, negli scrutini segreti dei subemendamenti, si erano aggiunti pezzi di governo che avevano tirato la media un po’ più su: ai 219 voti. Il conto è semplice: all’appello mancano tra i trenta e i quaranta voti. La viceministra leghista Vanni Gava ha lamentato un malfunzionamento: «C’è stato un problema con la registrazione del voto».
IL PRIMO a uscire dall’aula per commentare è il capogruppo meloniano Galeazzo Bignami, che sulle preferenze ci aveva messo la firma. «Su Fratelli d’Italia metto la mano sul fuoco, anche tutte e due», spiega, anche se la verve che mostra di solito è decisamente scemata. «Ci sono colleghi di maggioranza che hanno votato platealmente contro, altri nel segreto, ma la maggioranza sui voti prima c’era». Prima di uscire dall’Aula il segretario azzurro Tajani si sofferma dietro una colonna di Montecitorio con un pugno di fedelissimi per fare il punto, con lui ci sono Stefano Benigni (che ha seguito il dossier per i forzisti), Andrea Orsini e Nazario Pagano, presidente della commissione Affari costituzionali che ha licenziato il testo. I leghisti sgusciano più in fretta, tutti negano di avere responsabilità: traditori saranno gli altri.
DUNQUE iniziano le ricostruzioni: un’opposizione trasversale a Meloni venuta da tutti e tre i partiti per motivi diversi. Tra i Fratelli erano in subbuglio le donne, convinte di essere penalizzate dalla mancanza di alternanza di genere. Ma anche diversi parlamentari erano scettici convinti di non riuscire a vincere. Dentro la Lega le preferenze non erano mai piaciute, e che una loro bocciatura possa fermare tutto il Melonellum è un’ipotesi che non dispiace: «Ci terremo gli uninominali…», sogghigna qualcuno. Anche tra i forzisti l’idea non ha mai scaldato i cuori, e poi c’è l’elemento interno: se i gruppi parlamentari non hanno tenuto è anche responsabilità dei leader che avevano assicurato il sì a Meloni. Per due segretari non in salute come Tajani e Salvini non è faccenda da poco.
IN SERATA è ripresa la discussione sul testo, che andrà avanti nei prossimi giorni con un centinaio di altri voti segreti. Sulle preferenze ce ne saranno almeno altri tre, sugli emendamenti presentati da Fn, Iv e M5S. Poi andrà votato il testo nel suo complesso: ma l’approvazione finale anche al Senato, ora, è molto meno scontata.
Commenta (0 Commenti)Legge elettorale FdI presenta un emendamento sulle preferenze senza la firma di Lega e Forza Italia. Meloni ha chiesto rassicurazioni ai soci di governo. Dubbi sulla tenuta dei parlamentari
LEGGI ANCHE Riforma su misura di Fratelli d’Italia. Il listone bloccato la trincea degli alleati
L'Aula della Camera dei deputati – Ansa
«Sarà una settimana decisamente calda, e non solo per le temperature lì fuori». In maggioranza la mettono così alla vigilia dell’approdo in Aula della legge elettorale: da oggi alla Camera inizieranno le votazioni sul Melonellum, a partire dalle questioni di costituzionalità. L’esito è al buio.
GLI OCCHI sono puntati soprattutto su un emendamento: ieri mattina Fratelli d’Italia, insieme a Noi Moderati e l’Udc, ha presentato una proposta per reinserire le preferenze nel testo, sul modello cosiddetto «toscano». Capolista bloccato e fino a tre crocette su un massimo di tre candidati, con alternanza di genere, da un listino di sette per ogni lista. Sulla proposta non è arrivata la firma degli altri alleati, Lega e Forza Italia. La maggioranza si è presentata così alla prova dei tre giorni più delicati della legislatura: senza un accordo definito, esposta al rischio del voto segreto e con il pallottoliere in mano e le dita incrociate.
IL RAGIONAMENTO è semplice: dall’inizio della legislatura, i voti segreti sono stati una manciata, non c’è mai stato un crash test interno al centrodestra. Ora invece se ne rischiano decine nel giro di pochi giorni, a partire dalla tenuta dei gruppi parlamentari. Ieri Giovanni Donzelli, plenipotenziario dei meloniani sul dossier elettorale, al momento di depositare l’emendamento ha «auspicato» la lealtà degli alleati: «Hanno avuto bisogno di un approfondimento ulteriore ma l’auspicio è che sia sostenuto da tutto il centrodestra». A metà tra la minaccia e la consapevolezza di poterla fare franca: i parlamentari di Fi e Lega si riuniranno questa mattina, prima dell’inizio delle votazioni, per definire una linea in vista dell’inizio delle votazioni. Ieri nessuno ha vergato dichiarazioni, fatta eccezione per il leader del Carroccio: «Le preferenze non sono un problema, io sono sempre stato eletto così», ha detto Salvini.
ANCHE IL SILENZIO è sintomo di una possibile apertura in maggioranza. Il motivo è da ricercare nella proposta, che qualcuno chiama «mediazione soft» o «contenimento del danno». Così come è stata concepita toccherebbe solo di striscio Lega e Forza Italia: secondo uno studio di YouTrend nei partiti sotto il 10% (dove i sondaggi accreditano i junior partner della coalizione) la quota di parlamentari eletti con le preferenze sarebbe risibile, intorno al 6%. Tra listone-premio e capilista bloccati (alla Camera i collegi plurinominali sono 49, al Senato 26) le segreterie continuerebbero a controllare la maggior parte delle candidature sicure. La competizione interna riguarderebbe quasi esclusivamente i partiti più grandi, i Fratelli e il Pd. Merloni ha chiesto compattezza agli alleati: per la premier il nodo delle preferenze è diventato molto più di un capriccio, è una questione di principio. Anche perché a destra soffia il pressing di Roberto Vannacci che chiede insistentemente la loro introduzione: bocciare l’emendamento di Futuro Nazionale (che se passasse quello di FdI decadrebbe) sarebbe solo materia di propaganda per l’ex generale.
IN COMPENSO FdI ha ritirato la minaccia di cancellare il listone, per tornare al premio di maggioranza a scorrimento sui listini, e sono già iniziate le trattative per i 105 posti premio da assegnare, in caso di vittoria, tra i due rami del Parlamento. La metà andrebbe a FdI, il resto diviso tra i due soci ma i margini di trattativa sarebbero ancora ampi. E poi di camere di compensazione se ne possono trovare altrove, a partire dalle nomine.
EPPURE ANCORA ieri sera i delegati di maggioranza facevano di conto. Un episodio torna alla memoria, il Tedeschellum del giugno 2017: formalmente c’era un accordo tra Pd, M5S, Lega e Fi per approvare la riforma, un voto segreto su emendamento di Michaela Biancofiore sulle autonomie affossò la maggioranza. Da quelle ceneri nacque l’attuale Rosatellum. Se l’impressione è che azzurri e leghisti siano pronti a ingoiare il rospo, la tenuta dei gruppi è ancora un’incognita: l’anonimato apre a potenziali voti ribelli soprattutto in due partiti alle prese con le rispettive minoranze interne.
CHI CHIEDERÀ, ovunque possibile, il voto segreto è Avs. Facile dunque che saranno molti, l’emendamento sulle preferenze sarà tra i primi, probabilmente già stasera. L’orientamento delle opposizioni è quello di rimanere in Aula, con l’obiettivo di esasperare le divisioni del centrodestra: i gruppi parlamentari dem si incontreranno questa mattina per fare il punto della situazione e definire la tattica d’Aula. Intanto ieri il M5S ha depositato un emendamento con una propria proposta alternativa: preferenze secche e premio di maggioranza dimezzato. Oggi alle 18 Riccardo Magi ha convocato un presidio fuori Montecitorio contro la riforma («La notte della democrazia»), a cui hanno confermato la partecipazione Fratoianni, Bonelli e Conte. Farà caldo.
Commenta (0 Commenti)