Arriva la terza ondata di calore e il rimedio del governo è un decreto che protegge poco e male i lavoratori dipendenti. Non i rider, che ieri hanno protestato a Milano. Per loro è previsto lo stop delle consegne nelle ore più calde. Ma senza tutele la scelta è tra morire di caldo o di fame
Terza ondata di calore Milano, nelle ore torride stop ai fattorini che però non hanno tutele e non guadagnano
LEGGI ANCHE Il ricatto del capolarato algoritmico
Assemblea pubblica rider in Stazione Centrale, Milano
Nei quindici giorni letali che ci aspettano, con temperature che arriveranno fino a 43 gradi, i rider affronteranno il conflitto tra due diritti fondamentali: la tutela della salute e il diritto al reddito. Il conflitto che ricadrà sulle spalle dei lavoratori più chiacchierati, e tra i meno tutelati, d’Italia è stato sviscerato ieri in un’assemblea-presidio convocata dal Nidil Cgil in Piazza Duca d’Aosta, all’ingresso della Stazione Centrale di Milano.
A MILANO c’è una presenza molto importante di rider. Vista la sua rilevanza, ciò che viene fatto in città ha una ricaduta sull’intero paese. Un’ordinanza del Comune, richiesta dai sindacati, ha stabilito la riduzione degli ordini sulle piattaforme di food delivery e ha fermato i rider che effettuano consegne in bicicletta nelle ore di caldo estremo. Sono i momenti in cui è possibile misurare la violenza di classe subita dai ciclofattorini che, in maggioranza, non hanno la cittadinanza. Quando fuori l’aria è irrespirabile, molte persone preferiscono non uscire di casa o dagli uffici. E ordinano sulle piattaforme. I rider scattano perché le piattaforme realizzano un fatturato importante.
FERMARSI crea un problema concreto: o si muore di caldo e si lavora, oppure si rispetta lo stop e si muore di fame. Per questa ragione i sindacati hanno chiesto che la sospensione delle attività sia accompagnata da un sostegno economico. A loro avviso le piattaforme dovrebbero garantire la continuità di reddito nelle ore di sospensione del servizio. In mancanza di ammortizzatori sociali che non sono riconosciuti ai rider. Ma le risposte sono state «negative o insufficienti».
IL PROBLEMA non è stato affrontato dal decreto anti-caldo entrato in vigore lo scorso primo luglio. L’ordinanza del Comune di Milano supplisce all’assenza di intervento sui rider, ma non è in grado di risolvere il problema che sta a monte: il riconoscimento dello statuto di lavoratori subordinati alle piattaforme. Nessun governo, compreso quello in carica, ha affrontato in maniera significativa la questione. Nonostante le inchieste della Procura di Milano, che ha commissariato Glovo e Deliveroo e, tra l’altro, ha chiesto il riconoscimento della subordinazione dei rider.
«DIETRO L’ALTERNATIVA “morire di caldo o morire di fame” c’è la condizione reale dei rider: fermarsi significa perdere reddito, lavorare significa esporsi a rischi – ha sostenuto il sindacato Usb in una manifestazione che si è tenuta in via Padova a Milano lo scorso 7 luglio – I rider fanno un lavoro ancora classificato come autonomo, ma organizzato nei fatti come subordinato, dentro un modello basato su cottimo e assenza di tutele. Siamo fortemente preoccupati per l’evoluzione del confronto in corso tra Assodelivery, Confcommercio e alcuni sindacati: il tema della subordinazione è stato espunto dall’agenda per discutere solo di regolazione del lavoro autonomo, assumendo come partenza lo stesso modello bocciato dalla Procura di Milano. Questo è un arretramento gravissimo». Lunedì 20 luglio, al Cnel a Roma, Usb organizzerà un convegno al quale parteciperanno tra gli altri il pm milanese Paolo Storari, protagonista anche delle inchieste sul caporalato digitale.
LA GRAVITÀ DELLA SITUAZIONE è emersa il 26 giugno quando Nidil Cgil ha abbandonato il tavolo delle trattative e ha lamentato la chiusura delle aziende – pur sottoposte a controllo giudiziario – sulla centrale questione della subordinazione, oltre che sui compensi oltre il cottimo e le tutele contro i colpi di calore.
«L’AUMENTO medio fino a 200 euro promesso da Glovo a maggio, con decorrenza dal 9 febbraio 2026, si è tradotto in pochi euro» ha denunciato Nidil Cgil. L’aumento del compenso minimo era stato annunciato dalla società sotto controllo giudiziario il 19 maggio scorso, con la condivisione della Procura di Milano: promessi 3 euro lordi a consegna (contro i precedenti 2,50), 14 euro lordi l’ora (contro i 10). L’esame delle fatture fatto dal sindacato ha mostrato che le «integrazioni una tantum» sono inferiori in media ai 10 euro totali.
LA REALTÀ che si vede a Milano è la stessa riconosciuta in tutto il paese. E non solo. Ma andando a curiosare di regione in regione emergono altri paradossi. Le norme cambiano, come i soggetti tutelati. La coperta è sempre corta e qualcuno resta fuori. Per esempio in Veneto, dove i rider sono rientrati in un intervento regionale, ma i postini no. «Non è chiaro come siano state prese certe decisioni – si sono chiesti i sindacalisti della Cgil di Vicenza – Perché i rider sì, ma i postini no? Perché nessun accenno alle fabbriche, alle fonderie, alle imprese di pulizia, agli operatori ecologici? Nonostante temperature che superano abbondantemente i 35 gradi, sono troppi i datori di lavoro che non vogliono modificare gli orari, non riorganizzano i turni, non aumentano le pause, non garantiscono adeguati spazi di raffrescamento e continuano a pretendere ritmi produttivi incompatibili con la tutela della salute, chiedendo addirittura di fare straordinari».
Commenta (0 Commenti)Automotive Centomila licenziamenti e quattro siti da chiudere
LEGGI ANCHE Centomila licenziamenti, la Volkswagen non c’è più
Stellantis, le infinite promesse di Filosa bastano alla destra
ciopero degli operai Volkswagen nello stabilimento di Zwickau – foto Hendrik Schmidt/Ap
Doveva essere il «progetto di rilancio» del Gruppo Volkswagen. Invece si rivela come il più mostruoso dei piani e lacrime e sangue in quasi novant’anni di storia del marchio-simbolo del made in Germany.
Anticipato da “Manager Magazin” poche ore prima della sua presentazione ufficiale al consiglio di amministrazione, prevede il doppio dei tagli preannunciati dal Ceo Oliver Blume lo scorso marzo: invece di 50 mila saranno fino a 100 mila i licenziamenti necessari a far sopravvivere il colosso di Wolfsburg nel mercato mondiale dell’automotive ormai dominato dai brand cinesi.
SI AGGIUNGE alla decisione altrettanto epocale di chiudere per sempre ben quattro stabilimenti in Germania, fra cui la fabbrica di Zwickau, in Sassonia, che produceva le Trabant ai tempi della Ddr prima di diventare la e-factorydi punta delle auto elettriche di Vw.
In difesa della catena di montaggio, che oggi rappresenta l’unica fonte di lavoro sicuro nel Land altrimenti caratterizzato per il deserto industriale, è sceso in campo direttamente il governatore Michael Kretschmer della Cdu lanciando un monito inequivocabile: «Le conseguenze di questa scelta saranno disastrose per l’intera Germania». Così il premier dello Stato dove Afd viaggia ormai a quota 42% nei sondaggi – dopo avere incardinato la propaganda sullo slogan «il lavoro prima ai tedeschi» – legge politicamente l’effetto del piano Volkswagen. All’attenzione del governo del cancelliere Friedrich Merz balbettante «preoccupazione per gli impieghi a rischio», ma anche alla mano pubblica che controlla il marchio: il Land della Bassa Sassonia guidato dal collega-governatore Olaf Lies della Spd, detentore per statuto del 20% delle quote azionarie di Vw, e dunque dei relativi diritti di voto.
GIÀ PRONTO alla mobilitazione nazionale contro il «folle progetto» il sindacato dei metalmeccanici. Per i vertici della Ig Metall 100 mila posti di lavoro in meno (sul totale di 657 mila dipendenti del Gruppo Vw) immaginati dall’amministratore delegato Blume equivalgono a «una minaccia irresponsabile», come sottolinea il duro comunicato firmato dalla segretaria generale Christiane Benner e dalla presidente del consiglio aziendale di Volkswagen, Daniela Cavallo, oltre che dal delegato sindacale responsabile per la Sassonia e la Bassa Sassonia: «Se il management di Wolfsburg porterà avanti questo piano useremo ogni mezzo per bloccarlo. Si tratta di un chiaro attacco alla legge che impone la co-gestione dell’impresa con i rappresentanti dei lavoratori».
AL CONTRARIO, per i dirigenti di Vw contano soltanto gli azionisti. Oltre al «fardello insostenibile» dei lavoratori non più utili a costruire l’e-car tedesca, tutt’altro che «Wunderbar» sotto il profilo dell’innovazione tecnica, Blume ha pure intenzione di tagliare gli investimenti del Gruppo di almeno il 15%.
Questo è il futuro dell’ex «auto del popolo», capace un tempo di conquistare la leadership del mercato ma oggi a malapena di garantire il lavoro nei prossimi quattro anni. Eppure, nonostante Blume proponga di raddoppiare i licenziamenti, vige ancora l’accordo stipulato con il sindacato che assicura tutti i posti di lavoro fino al 2030. È il primo ostacolo al piano presentato dal top-manager al consiglio di amministrazione questa settimana: dovrà necessariamente passare al vaglio del Consiglio di sorveglianza di Vw il prossimo 9 luglio. In questa sede, in cui verrà detta l’ultima parola sull’intera operazione, i rappresentanti dei lavoratori vantano la metà dei membri e sommati ai voti dei due delegati della Bassa Sassonia detengono la maggioranza.
SARÀ L’ULTIMA SPIAGGIA per fermare lo sbarco di un nuovo modello industriale. Il vecchio sistema in Germania è finito con la chiusura del rubinetto dei finanziamenti pubblici a fondo perduto alla «mobilità sostenibile» aperto dalla coalizione Semaforo di Olaf Scholz. In questo modo Volkswagen ha preso gli ultimi soldi dallo stato, finché ci sono stati, finché il governo Merz non ha dirottato la manna dei sussidi sulle armi.
Di fatto da tempo chi guida la Germania non guarda più alla sorte dell’auto bensì all’industria bellica, nuovo vanto nazionale, sebbene non sia in grado di sostituire i posti di lavoro persi nelle fabbriche civili. L’ultima prova del focus mutato è lo show aereo «Ila 2026» andato in scena a metà giugno all’aeroporto di Schönefeld. Nel cielo si esibiscono, per la gioia non solo e non tanto delle famiglie con i bimbi festanti a bordo pista, i prodotti di Airbus-Defence quanto dell’italiana Leonardo. Mentre nella terra sotto Berlino da tempo sono “atterrati” i cinesi che approfittano del suicidio economico degli ex concorrenti del settore.
NEL CUORE della capitale dell’ex locomotiva d’Europa la vetrina a brillare è il concessionario Byd, il marchio di auto ambasciatore del nuovo primato tecnologico di Pechino. Il segno dei tempi e l’inizio di una nuova epoca in cui finiscono le antiche certezze. Come «Volkswagen non ha mai chiuso una fabbrica in Germania»: una verità durata fino all’era di Oliver Blume, Ceo di stampo nuovo, pronto a tagliare col passato, presente e futuro del lavoro.
Commenta (0 Commenti)
Riarmo Il comparto difesa in Italia. Rwm Italia è un fornitore dei Paesi del Golfo arabo e ha collaborazioni con Israele
LEGGI ANCHE https://ilmanifesto.it/esplode-fabbrica-di-munizioni
Un sistema di trasmissione e controllo costruito da Leonardo – Foto Ansa
Già solo sapere con precisione il loro numero non è cosa facile. Un dato unico, ufficiale, su quante fabbriche d’armi ci sono in Italia semplicemente non esiste. Anche perché dipende da come si traccia il perimetro del settore. Ci sono le grandi aziende, alcune delle quali sono ormai dei colossi multinazionali del settore e tra le leader a livello mondiale, ma, in linea con la conformazione e le peculiarità del comparto industriale italiano, la maggior parte sono medie e piccole imprese (Pmi). Alcune a conduzione familiare da numerose generazioni.
La maggior parte produce «beni duali», cioè a scopo sia militare che civile. In pratica ci sono poche decine di grandi player e centinaia di Pmi nella filiera che, secondo le stime più recenti, vale tra i 16 e i 20 miliardi di euro l’anno. In totale, le aziende italiane attive in questo comparto sarebbero ben 1.435 (72 quelle che producono munizioni). Questi i numeri venuti fuori dal censimento più completo, affidabile e aggiornato (all’otto luglio), contenuto nell’Atlante delle aziende in Italia operanti nel settore aerospazio e difesa, realizzato dall’Osservatorio sulle armi nei porti europei e mediterranei The Weapon Watch, con sede a Genova. Uno studio della Fondazione Luigi Einaudi (del giugno 2025 e basato sul rapporto Cesi-Italia), stima in 159mila i lavoratori del settore, indotto compreso. Nel 2024 l’Area studi di Mediobanca ha invece analizzato le 100 maggiori aziende del comparto: quelle con un fatturato sopra i 19 milioni di euro e almeno 50 dipendenti. Il perimetro del settore, nel loro report, è una piramide. Al vertice i due colossi statali Leonardo (13 posto nella classifica dell’istituto di ricerca svedese Sipri sulle prime 100 aziende al mondo per fatturato militare) e Fincantieri (46 posto) che, da soli, concentrano circa l’80% del fatturato militare italiano complessivo.
Sommando quello delle prime dieci aziende del comparto, questa quota sale addirittura al 90%. Vediamo quali sono.
Nell’aeronautica c’è la Avio Aero/GE Avio, parte del gruppo statunitense General Electric, produce componenti per la propulsione e dal 2022 fornisce ad Airbus i motori per il drone europeo Eurodrone. È una joint-venture per sistemi missilistici e munizioni praticamente di tutti i tipi la Mbda Italia (partecipata al 37,5% dal colosso europeo Airbus, al 37,5% dai britannici di Bae Systems e al 25% dall’italiana Leonardo). Il quotidiano britannico The Guardian a luglio 2025 ha denunciato che il gruppo Mbda ha continuato a fornire componenti delle bombe pesanti GBU39, utilizzate da Israele per colpire obiettivi civili a Gaza. La Iveco Defence Vehicles, controllata dalla finanziaria Exor degli Agnelli/Elkann e con sede ad Amsterdam, produce veicoli militari leggeri e pesanti negli stabilimenti di Bolzano e Vittorio Veneto (Treviso). Altra joint-venture la Thales Alenia Space Italia, controllata al 67% dal gruppo francese Thales e al 33% da Leonardo, attiva nell’aerospazio: dai satelliti agli strumenti radar per telecomunicazioni e telerilevamento.
Questi due player convivono anche nella Elt Group (Elettronica) specializzata nella guerra elettronica (Thales con il 33,3% e Leonardo col 31,3%). Il gruppo tedesco Rheinmetall nel nostro Paese controlla la Rheinmetall Italia e la Rwm Italia, che producono rispettivamente sistemi di difesa contraerea terrestre e munizioni militari.
Rwm Italia è un fornitore storico di munizioni pesanti ai Paesi del Golfo arabo e ha un rapporto privilegiato con Israele, visti i progetti comuni: un obice automatizzato da 155 millimetri con Elbit e il drone killer Hero con UVision (assemblato anche nelle fabbriche in Sardegna). Ci sono poi le armi leggere della Fabbrica d’Armi Pietro Beretta, una delle più antiche aziende armiere al mondo. Partner dell’Agenzia Industrie Difesa (ovvero del ministero della Difesa per la produzione statale) è invece la Meccanica per l’Elettronica e Servomeccanismi (Mes) della famiglia Maccagnani. A chiudere la Top10 i francesi della Nexter Systems che con la Knds Ammo Italy Spa (ex Simmel Difesa) in Italia producono munizioni e demilitarizzano quelle scadute (come faceva in passato anche la ditta della tragica esplosione di ieri). «Dal 2008 la Simmel Difesa ha ottenuto autorizzazioni per importare in modo continuativo da Israele materiale militare (probabilmente esplosivi ad alto potenziale)», si legge in una relazione di Gianni Alioti di The Weapon Watch sull’industria europea delle armi.
Commenta (0 Commenti)La prossima guerra del governo Trump è alla «minaccia comunista», il segretario di stato Marco Rubio invita 60 paesi a un summit che punta a fronteggiare la «rinascita del terrorismo di sinistra», equiparando il dissenso alle azioni dell’Isis. L’Italia c’è
Stati Uniti Neo-maccartismo contro la «minaccia comunista»: al raduno del 16 luglio sarebbero stati invitati 60 paesi, tra cui l’Italia
LEGGI ANCHE Usa, golpe al rallentatore. Parola d’ordine: Antifa «nemico interno»
Il segretario di stato statunitense Marco Rubio ha invitato ministri di 60 paesi a un summit dedicato alla «rinascita del terrorismo di estrema sinistra». Un vertice “anti-Antifa”, che sarebbe stato convocato per coordinare una risposta globale a un fenomeno che insiste soprattutto nei comunicati della Casa bianca di Donald Trump.
L’idea di un simile vertice avrebbe, secondo il Washington Post, «suscitato costernazione fra diplomatici americani, analisti indipendenti e alleati europei» che non sottoscrivono la narrazione Maga.
Quello della quinta colonna è un teorema cui il governo di Donald Trump lavora da tempo. Con i discorsi del 3 e 4 luglio, Trump ha elevato la «minaccia comunista» al paese a dispositivo retorico-politico principale in termini che si rifanno alla psicosi maccartista degli anni ’50.
Lo scorso 22 settembre il presidente aveva firmato un ordine esecutivo (NSPM-7) col quale “Antifa” era stata inserita nella lista dei gruppi «anti americani, anti cristiani e anti capitalisti». Malgrado non esista alcuna organizzazione formale con questo nome, la designazione come «organizzazione terrorista domestica» ha di fatto decretato l’antifascismo un «nemico interno».
CONTEMPORANEAMENTE le condanne di nove attivisti anti Ice in Texas a sentenze tra i 30 e 100 anni di reclusione e il rinvio a giudizio di quindici attivisti anti-remigrazione a Minneapolis segnalano una nuova operatività nella repressione del dissenso antifascista, in cui contestazione o atti di «vandalismo» come scritte sui muri sono equiparate a «terrorismo».
Inoltre militanti sono stati attenzionati non solo per azioni di protesta ma anche per dichiarazioni e opinioni postate sui social.
Dopo l’uccisione di Renee Good e Alex Pretti a Minneapolis un alto funzionario del ministero di Giustizia, Aakash Singh, aveva istruito i procuratori federali, spediti nelle “città santuario” a perseguire manifestanti e osservatori «con tutto quello che avete» e a «pubblicizzare al massimo» le condanne.
PROCESSI contro «terroristi antifa» sono stati istruiti a Los Angeles e San Diego e nel “teorema Antifa” il governo ha tentato di inserire anche l’uccisione di Charlie Kirk e l’attentato del banchetto dei corrispondenti di Washington, entrambi opera di individui senza evidenti affiliazioni.
Con la convocazione al summit, il Dipartimento di stato torna a segnalare che sulla “minaccia rossa” gli Stati uniti gradirebbero un allineamento degli alleati.
Il terreno era stato preparato a novembre con la designazione come «organizzazioni terroriste straniere» di due formazioni greche, Giustizia Proletaria Armata e Autodifesa di Classe Rivoluzionaria, nonché la cosiddetta Federazione anarchica informale in Italia e Antifa di Dresda, o hammerbande (il gruppo con cui è stata associata l’eurodeputata Ilaria Salis).
Quest’ultima designazione in particolare sarebbe stata caldeggiata de esponenti Afd con cui si è ripetutamente incontrata la sottosegretaria agli esteri Usa Sarah Rogers. A maggio una conferenza sul terrorismo di sinistra all’Aia è spostata nell’ambasciata americana, dopo che il governo olandese si è defilato.
Secondo fonti citate dal Washington Post, a giugno un cablogramma americano richiedeva informazioni su gruppi di estrema sinistra a più di 20 sedi diplomatiche fra cui quelle in Italia, Messico e Albania.
OGNI INIZIATIVA si inserisce nel tentativo di arruolare i governi mondiali nella guerra globale che Trump ha dichiarato alla “sinistra radicale.” La lista di paesi invitati al
Leggi tutto: Anti-Antifa, il summit di Rubio globalizza la psicosi degli Usa - di Luca Celada
Commenta (0 Commenti)Tempo moderno Le 630 azioni previste dal Piano di adattamento ai cambiamenti climatici sono solo sulla carta. Per Legambiente «manca la volontà politica di farle»
LEGGI ANCHE A Bologna stop al lavoro nelle ore calde e rifugi climatici per rinfrescarsi
Puntuale, ad ogni ondata di calore che investe l’Italia, si torna a parlare di adattamento ai cambiamenti climatici, cioè degli interventi necessari per ridurre l’impatto che l’aumento delle temperature medie e il ricorrere di eventi estremi hanno sulla vita quotidiana di milioni di abitanti, in particolare ma non solo in ambito urbano. Se ne parla, brevemente, e poi si torna a dimenticare cose talmente evidenti che stanno dentro una Strategia approvata dall’allora ministero dell’Ambiente e della tutela del territorio e del mare addirittura nel giugno del 2015.
LA STRATEGIA NAZIONALE di adattamento ai cambiamenti climatici ha portato addirittura all’approvazione, nel dicembre del 2023, di un Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici. Erano già passati, a quel punto, otto anni, che in questo momento storico e nonostante l’emergenza Covid-19 che ha reso tutto per certi versi più complicato, sono troppi. A mettere in fila il cronoprogramma, è come se l’Italia volesse manifestare pubblicamente la propria inadeguatezza, sottolineando un aspetto che è palese agli osservatori più attenti: abbiamo preso il problema sotto gamba e non solo quello della mitigazione, cioè della riduzione delle emissioni; non abbiamo capito che l’adattamento è fondamentale per garantire una vita dignitosa a chi vive nel nostro Paese, in questa nuovo mondo che inizia ad essere raccontato per quel che è anche dalla letteratura, ad esempio nei romanzi Qualcosa, là fuori e Il mondo senza inverno di Bruno Arpaia, tutt’altro che distopici.
A FRONTE DI TUTTO QUESTO e anche se il Piano contiene 361 azioni distribuite in numerosi settori, siamo praticamente fermi al punto di partenza, «e continuiamo a osservare dei puntini sulla carta geografica del paese, a guardare alle buone pratiche, percependo però l’assenza di un’azione e di una visione strategica» sottolinea Stefano Ciafani, presidente di Legambiente. Eppure, già dieci anni fa, nei documenti che accompagnavano la discussione del Piano, si leggevano analisi puntuali e senz’altro informate che avrebbero potuto guidare interventi immediati: «Molte azioni efficaci si possono fare da subito e con costi nulli o comunque molto limitati, prima tra tutte un’applicazione estesa del principio di precauzione, evitando di urbanizzare aree potenzialmente a rischio dissesto e tutelando gli spazi liberi e le aree verdi (parchi, giardini, aree naturali protette etc.) soprattutto se ubicati in aree vulnerabili (fiumi, coste, etc.)». E ancora: «Investire risorse nell’adattamento climatico non è “solo azione ambientale”, ma coincide con il promuovere la qualità di vita dei cittadini e la sostenibilità dello sviluppo».
LE OLTRE 360 AZIONI PREVISTE sono divise tra Soft (norme, pianificazione, sistemi di monitoraggio, formazione, assicurazioni, raccolta dati), Green (interventi basati sulla natura) e Grey (opere infrastrutturali): le prime, sottolinea Ciafani, potrebbero essere realizzate «anche a costo zero, ad esempio, per quanto riguarda lo stress idrico, modificando la normativa relativa all’utilizzo delle acque reflue in agricoltura». Il problema sono lobby che proteggono e tutelano un settore industriale, perché non sanno leggere i benefici che comporterebbe investire in adattamento o perché sanno che quei soldi muoverebbero verso un’altra economia, capace di futuro per riprendere uno degli striscioni che 25 anni fa accompagnavano i manifestanti per le strade di Genova, durante il G8. Se pensiamo ad una delle ultime battaglie del governo italiano, quella contro la nuova direttiva sulle performance energetica degli edifici della Commissione europea, che il ministro Matteo Salvini traduce in «l’Europa non metta le mani sulle case degli italiani».
SECONDO LE STIME DELLA COMMISSIONE, ogni euro investito permetterebbe di risparmiarne almeno 10 in combustibili fossili per il riscaldamento e raffrescamento: a chi giova boicottare la direttiva, che dovrebbe entrare in vigore entro fine anno? L’Italia lo sta facendo ed è tra i Paesi europei che non ha ancora inviato a Bruxelles il proprio Piano nazionale. Eppure l’abitare, con il corollario ormai conosciuto come povertà energetica, dovrebbe essere un tema chiave in questa fase di adattamento. Ci sarebbero anche la rinaturalizzazione dei fiumi e il recupero delle aree di espansione delle piene, ma anche l’irrigazione di precisione e le misure per la conservazione della fertilità dei suoli o l’aggiornamento dei regolamenti edilizi per il caldo estremo. Si sta facendo? «È molto difficile capirlo. Sapere delle 361 azioni che cosa sia davvero in campo: non c’è uno strumento di analisi del Governo e del resto sono tanti i ministeri coinvolti. Dobbiamo pretendere di fare le cose sul serio» dice Ciafani.
NEL 2015 MINISTRO DELL’AMBIENTE (governo Renzi) era Gianluca Galletti. Undici anni dopo, il ministro si chiama Gilberto Pichetto Fratin e l’Italia ha attraversato un bel po’ di Cop (Conferenze delle parti) delle Nazioni Unite, celebrato il decimo anniversario dell’Accordo di Parigi, ma ancora non si è arrivati a passare dalla teoria alla pratica. Era già scritto più di dieci anni fa: il costo minimo complessivo in Europa di un mancato adattamento è stimato tra i 100 miliardi di Euro all’anno nel 2020 a 250 miliardi di Euro nel 2050.
LA PREVISIONE PIÙ RECENTE è invece contenuta in un documento reso pubblico nel mese di gennaio, commissionato dalla Direzione generale per l’azione sul clima (Dg Clima) della Commissione europea e finanziato dal programma Horizon Europe. Lo studio rileva che l’Ue dovrà investire circa 70 miliardi di euro all’anno in adattamento climatico fino al 2050 per rafforzare la resilienza e ridurre i rischi climatici in tutti i settori: le cifre includono 30 miliardi di euro all’anno per rafforzare la resilienza delle infrastrutture, 21 miliardi per gli ecosistemi e 12 miliardi per misure a tutela della sicurezza alimentare. L’analisi, cui per l’Italia ha contribuito il Centro euro-mediterraneo sui cambiamenti climatici, evidenzia che Francia, Italia, Germania e Spagna presentano i maggiori fabbisogni di investimento per l’adattamento, anche a causa delle loro dimensioni geografiche ed economiche. Per quanto riguarda il nostro Paese, ad esempio, servirebbero oltre 1,4 miliardi di euro di investimento annuo per proteggere i lavoratori dallo stress legato al calore.
COMPLESSIVAMENTE, L’INVESTIMENTO stimato per il nostro Paese è di almeno 10 miliardi di euro all’anno. Invece, è decaduta anche la proposta di destinare 750 milioni di euro all’attuazione del Piano nazionale. Del resto, per seguirne l’evoluzione era prevista anche l’istituzione di un Osservatorio nazionale per l’adattamento ai cambiamenti climatici, che doveva essere operativo tre mesi dopo l’adozione del Piano. È stato però creato solo nel dicembre del 2025, due anni dopo (e a dieci anni dalla Strategia nazionale): un po’ tardi, forse, per il soggetto che, tra gli altri obiettivi, dovrebbe anche curare «le attività di monitoraggio, reporting e valutazione del PNACC». Come a dire, insomma, che il Piano c’è, ma il tema non è ancora così importante e per l’Italia non serve prenderlo sul serio. Intanto, si muore di caldo: 3.000 persone all’anno di media nel nostro Paese, tra il 2000 e il 2020. Nessuno come noi in Europa. Un altro primato di cui non andar affatto fieri.
Commenta (0 Commenti)Dietro la collina La Lega impone la procedura urgenza sulla sua proposta. Avs: «Inseguono Vannacci». Il testo è stato presentato due anni fa. Ora dovrà andare in Aula entro un mese. No alla cittadinanza per chi commette reati contro la persona o il patrimonio, revoca in caso di omicidio o violenza sessuale. Tensione con Forza Italia che vuole smarcarsi
LEGGI ANCHE Consiglio di Stato: controlli nei Cpr entro sei mesi
Lunghe file davanti all'ufficio immigrazione in via Botticelli a Torino – Alessandro Di Marco/Ansa
I deputati di Futuro Nazionale già gongolano e lo chiamano «effetto Vannacci». Ieri mattina l’aula della Camera ha approvato la procedura d’urgenza per un disegno di legge della Lega per restringere i criteri di accesso alla cittadinanza italiana. Un testo presentato a ottobre 2024, depositato in commissione e di cui mai più si era parlato.
ORA, all’improvviso, è diventato urgente. Significa che saranno dimezzati i tempi: il disegno di legge è stato incardinato già ieri in commissione Affari costituzionali, che ora avrà 30 giorni di tempo per riferire in Aula, dunque entro l’8 agosto quando la chiusura estiva del Parlamento è programmata per la settimana successiva. L’urgenza, non serve specificarlo, l’hanno dettata i sondaggi: il Carroccio è sull’orlo del precipizio mentre la formazione di Vannacci in continua ascesa, drenando consensi proprio sul cattivismo sfrenato contro i migranti (ieri l’eurodeputato ha sfoderato ancora la retorica dell’«invasione»). Così subito dopo il voto gli esponenti della Lega sono partiti in batteria ad esultare.
Per fugare ogni dubbio sul fatto che l’urgenza fosse recuperare terreno a destra, lo ha detto per primo il leader Matteo Salvini: «Bene così! Gli altri parlano, la Lega fa», ha scritto sui social. Negli stessi momenti anche FdI faceva la propria mossa: ieri nella sala del gruppo a Montecitorio ha presentato una propria proposta di legge per rimpatriare gli immigrati condannati a pene superiori a un anno di carcere. Hanno promesso di chiedere l’iter accelerato per concludere in fretta l’esame: «Ma non inseguiamo Vannacci», giurano.
IL TESTO LEGHISTA prevede una stretta per i giovani nati in Italia da genitori stranieri e che a 18 anni chiedono di ottenere la cittadinanza. Diventerebbero motivo di esclusione tutte le condanne per i reati contro la persona e il patrimonio: uno spettro che va dall’omicidio alla diffamazione e la frode informatica. Mentre la revoca, ora contemplata solo nel caso di terrorismo o eversione, verrebbe ampliata anche alle condanne per omicidio, mutilazione dei genitali femminili, tratta e violenza sessuale. Un «approccio educativo» lo ha definito il capogruppo leghista Riccardo Molinari, per fare capire alle immancabili baby gang che se sbagli sei fuori: «Se vuoi far parte di una comunità devi rispettare le regole», ha detto.
IL DIAVOLO, come al solito, sta nei dettagli. Dei quindici firmatari originari del disegno di legge, cinque oggi siedono nei banchi di Futuro nazionale. Così i vannacciani hanno da subito rincarato la dose: «Probabilmente l’effetto Vannacci è sempre più pressante e costringe i colleghi leghisti a destarsi dal torpore nel quale erano caduti da anni», ha replicato Edoardo Ziello in Aula. E a giocare al rialzo ci è voluto un attimo: a così pochi mesi dalla fine della legislatura le chance di approvare la legge sono bassissime, per cui pur dichiarando un eventuale voto favorevole si sono detti scettici.
«Il governo potrebbe tranquillamente varare un decreto remigrazione da approvare entro sessanta giorni. Perché non lo fanno? Chi pensano di prendere in giro?», hanno dichiarato tutti i deputati di Fn assieme. Gioco win-win: se si fa come dicono loro, Vannacci ha spostato il centrodestra; altrimenti si è «moderato». Gioco che mette in difficoltà anche Forza Italia, che sulla cittadinanza ciclicamente torna timidamente a parlare di ius scholae. E gli azzurri infatti hanno già iniziato a preparare gli emendamenti da portare in commissione, per provare ad ammorbidire un po’ il testo leghista-vannacciano.
«UNA RINCORSA pericolosa e folle di Lega e Fratelli d’Italia, capiamo il loro imbarazzo. Farebbero meglio a interrompere questo gioco, alla fine l’ultima parola se la prende subito l’ex vicesegretario leghista che senza ritegno imbocca le parole più razziste e disumane», ha commentato Luana Zanella di Avs. «Salvini e la Lega raschiano il fondo del populismo quando dovrebbero pensare ai treni. Grave che l’Aula della Camera dia precedenza a certe castronerie, che se dovessero passare saranno abbattute al primo ricorso in tribunale, invece che alle vere priorità degli italiani» ha detto Riccardo Magi di +Europa.
Commenta (0 Commenti)