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Riaccende la guerra all’Iran e le speranze israeliane di “finire il lavoro”, vede Zelensky ma pensa a Putin, usa parole dolci per la Cina e sferza gli alleati europei come debitori insolventi. Un tempestoso Trump chiude il vertice Nato di Ankara

Sturm und Trump Teheran bersaglia tre navi fuori dalla rotta imposta, Washington ordina bombardamenti, Teheran colpisce gli alleati Usa nel Golfo

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Attacchi Usa a Bandar Abbas, nel sud dell’Iran foto X Attacchi Usa a Bandar Abbas, nel sud dell’Iran foto X

«Penso che sia finito». Bastano queste parole del presidente americano, pronunciate a margine del vertice Nato ad Ankara, a certificare la fine del memorandum d’intesa firmato con l’Iran e la ripresa delle ostilità. Mentre scriviamo, secondo i media americani, gli Stati Uniti stanno decidendo la forma e la portata della prossima ondata di attacchi contro l’Iran. Ad Ankara la diplomazia lascia il posto alla retorica, mentre nel Golfo Persico la tregua si sgretola. Il punto di rottura è lo Stretto di Hormuz, dove passa circa un quinto del petrolio mondiale: nelle ultime 48 ore tre navi commerciali sono state colpite nelle acque territoriali dell’Oman, tra cui la petroliera qatariota al-Rakiyat, carica di gas naturale liquefatto, e la saudita Wedyan. Teheran nega responsabilità dirette, ipotizzando che le navi fossero entrate in aree dove erano in corso operazioni di sminamento, o che avessero ignorato le rotte “sicure” imposte dall’Iran per controllare il transito.

TRUMP NON SI ACCONTENTA di seppellire l’accordo. Alla leadership di Teheran riserva gli epiteti di «feccia», «gente malata», «person» malvagie, violente e viziose”. Poi suona la tamburo di guerra: «Stasera li colpiremo duramente». Il summit si trasforma in una piazza per i rancori: Trump rimprovera agli europei di non aver sostenuto gli Stati Uniti contro Teheran, che chiama «il primo sponsor statale del terrore». Arriva l’inevitabile apprezzamento del segretario generale della Nato, Mark Rutte: «La decisione del presidente americano di effettuare questi attacchi è la cosa assolutamente giusta da fare». Il presidente turco Erdogan, invece, come se non prendesse in considerazione ciò che ha detto Trump, esprime la speranza che il memorandum d’intesa tra Stati Uniti e Iran contribuisca a portare la pace nella regione.

Ali Akbar Velayati, consigliere della Guida Suprema iraniana, accusa gli Stati Uniti della ripresa delle ostilità nella regione del Golfo. Velayati scrive che l’«ammissione verbale» di Trump di aver annullato il memorandum d’intesa tra Stati Uniti e Iran ha ancora una volta «spinto la regione verso il fuoco». Il consigliere ha inoltre affermato che l’Iran ha «il dito sul grilletto» e non resterà «in silenzio di fronte all’umiliazione e all’avventurismo».

LA CRONACA DEL CONFLITTO è il rituale “colpo su colpo”. Il Comando Centrale americano lancia oltre ottanta attacchi aerei contro il sud dell’Iran. Le bombe cadono sull’isola strategica di Qeshm, sulla città portuale di Bandar Abbas, su Sirik, dove i media locali parlano di moli commerciali distrutti e civili feriti. L’obiettivo dichiarato, come sempre, è degradare le capacità missilistiche iraniane e i radar costieri; nel bilancio, oltre sessanta piccole imbarcazioni dei Guardiani della Rivoluzione affondate.

IL PRESIDENTE del parlamento iraniano Mohammad Ghalibaf afferma che «l’era del bullismo e dell’estorsione è finita» e che tali metodi non porteranno a nulla. La rappresaglia di Teheran non si fa attendere: il Corpo dei Guardiani della Rivoluzione rivendica ottantacinque attacchi contro basi statunitensi in Bahrain e Kuwait, con le sirene che suonano in tutta la regione. Il Bahrain dichiara di aver sventato gli attacchi, il Kuwait di aver intercettato missili balistici e droni senza danni né vittime – ma la tensione resta al parossismo. Il petrolio Brent schizza a poco meno di 80 dollari al barile, mentre circa seimila marittimi restano ancora intrappolati a bordo delle navi nello Stretto, impossibilitati a lasciare il Golfo in sicurezza.

WASHINGTON REVOCA le esenzioni sulle sanzioni petrolifere accordate all’Iran nel

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Siria Due esplosioni scuotono Damasco durante la visita del presidente francese. Parigi cerca influenza nel paese arabo a danno degli Usa

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Damasco. Personale di sicurezza siriano ispeziona un veicolo bruciato vicino all'hotel Four Seasons, foto Ap Damasco. Personale di sicurezza siriano ispeziona un veicolo bruciato vicino all'hotel Four Seasons – AP/Omar Albam

L’Eliseo ha assicurato che Emmanuel Macron non ha neppure udito il rumore delle due esplosioni che ieri hanno scosso Damasco mentre era in visita ufficiale nella capitale siriana, la prima di un capo di Stato occidentale dalla caduta di Bashar Assad, alla fine del 2024, e la prima, dopo 18 anni, di un presidente francese. I due ordigni artigianali, nascosti in un’auto e in un cassonetto dei rifiuti nei pressi del ministero del Turismo, vicino al Ponte della Libertà, sono esplosi pochi minuti dopo il passaggio del convoglio di Macron diretto al Palazzo del Popolo per l’incontro con il presidente Ahmad Sharaa. Erano stati scoperti dalle forze di sicurezza, che li stavano disinnescando quando sono detonati, causando il ferimento di 18 persone, tra cui quattro agenti. L’attentato è avvenuto nonostante Damasco fosse presidiata da un imponente schieramento di polizia e agenzie di sicurezza. Solo pochi giorni fa un altro attentato, ben più potente e sanguinoso, contro il caffè Al Mushiriyya, vicino al ministero della Giustizia, aveva provocato dieci morti e 21 feriti.

La tensione ieri sera era alta nella capitale siriana. Molti interrogativi circondano questa escalation. Ai più sembra chiaro che l’attentato della scorsa settimana e quello di ieri abbiano avuto autori e finalità diverse. Mentre il primo potrebbe avere una matrice jihadista, forse dell’Isis che da oltre un anno prende di mira Damasco, le forze di sicurezza, moschee alawite e chiese cristiane, accusando Sharaa di aver dimenticato il suo passato qaedista e di avere, nei fatti, conservato in Siria il modello sociale laico del periodo di Assad, invece gli ordigni di ieri sembrano avere avuto un fine intimidatorio, volto a creare caos e ansia. «Qualche parte prova a seminare paura e sospetti per fare della sicurezza la priorità della vita della gente. L’instabilità interna sottrae tempo e risorse alla difesa dalle minacce esterne», ha spiegato al manifesto F.A., giornalista a Damasco, riferendosi alle minacce provenienti dai paesi della regione, a cominciare da Israele, che espande e consolida l’occupazione del territorio siriano meridionale.

Qualcuno parla anche di un segnale inviato a Macron, giunto a Damasco per rilanciare la posizione francese in Siria e nel vicino Libano e contrastare lo strapotere diplomatico degli Stati uniti e il peso crescente di Turchia e Arabia Saudita nelle sorti siriane. Gli interessi economici, comunque, sono preponderanti. Parigi punta a ritagliarsi un ruolo di primo piano nella ricostruzione della Siria e nella corsa per il controllo delle future opportunità nei settori dell’energia, della logistica e delle infrastrutture. La visita del presidente francese è stata arricchita da una serie di accordi sottoscritti dal ministro degli Esteri siriano Asaad al-Shaibani e dal suo omologo francese Jean-Noël Barrot nei settori sanitario, dello sviluppo istituzionale, della Banca centrale siriana, del commercio, dell’aviazione civile, del trattamento delle acque e delle soluzioni energetiche. Protagonista sarà il gruppo francese CMA CGM, che rafforza la propria presenza nei porti siriani, in particolare a Latakia, dove aveva già ottenuto un contratto da 230 milioni di euro per il loro sviluppo.

Ahmad al-Sharaa è convinto che la «geografia» aiuterà la Siria in modo decisivo. «Dopo la crisi dello Stretto di Hormuz, il mondo ha compreso l’importanza della geografia siriana, che ha acquisito un ruolo centrale quale snodo di collegamenti indispensabili», ha spiegato ieri, indicando la Siria come ponte naturale tra il Mediterraneo, l’Iraq e il Golfo. Ha aggiunto che il partenariato con Parigi dovrà diventare «un modello per le relazioni con l’Europa». Macron ha confermato le ambizioni francesi nel settore energetico, il terreno sul quale si giocherà la partita più importante. Dopo oltre un decennio di guerra, la produzione siriana di petrolio è crollata rispetto ai circa 380 mila barili giornalieri del 2010, mentre quella di gas è scesa da 8,7 a circa 3 miliardi di metri cubi l’anno. Anche la capacità di generazione dell’elettricità è precipitata da 9,5 gigawatt prima del conflitto a circa 1,6 gigawatt. Serve un rilancio immediato della produzione. Così la francese TotalEnergies ha firmato un accordo con la compagnia petrolifera siriana per avviare la valutazione tecnica del Blocco 3 offshore, al largo di Latakia. La competizione però è molto affollata. C’è il Qatar con un piano da miliardi di dollari, l’Arabia Saudita, che punta sulla riattivazione dei giacimenti esistenti, gli Emirati che consolidano la loro presenza nel porto di Tartus, e gli Stati Uniti che premono su Sharaa per favorire l’ingresso o il ritorno di ConocoPhillips e Chevron. Ieri Donald Trump è tornato ad elogiare il presidente siriano.

Assume un valore politico la decisione francese di restituire 51 milioni di euro di beni confiscati alla famiglia Assad, accompagnata dalla firma di una dichiarazione d’intenti relativa ai patrimoni che avrebbe sottratto Rifaat Assad, zio di Bashar e acerrimo rivale del padre Hafez. Nel 1984 tentò un colpo di Stato in Siria. Fallì e fu costretto a vivere per decenni in esilio, tra la Francia e altri paesi, fino alla morte, avvenuta all’inizio del 2026.

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Limite ignoto Kostiantynivka, un ufficiale ucraino racconta la resistenza della sua brigata all’esercito russo

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Soldati ucraini effettuano evacuazioni servendosi di un drone di terra a Zaporizhzhia foto di Andriy Andriyenko/Ap Soldati ucraini effettuano evacuazioni servendosi di un drone di terra a Zaporizhzhia – Foto di Andriy Andriyenko/Ap

Fronte di Kostiantynivka, zona contesa, Vania e i suoi uomini fanno parte di una brigata di artiglieria che ora è stata riconvertita all’uso dei droni. Lo incontriamo in un caffè di Kramatorsk, che è a circa 30 km dalle postazioni più avanzate ucraine, le ultime zone gialloblu verso sud sulla mappa del Donetsk. Chiede di non essere citato con il suo vero nome perché altrimenti non si sentirebbe libero di parlare.

Iniziamo dalla cronaca: Kostiantynivka è caduta o no? «No», risponde secco e inizia a spiegare. I russi sono entrati in città, i «suoi ragazzi» si occupano sia della ricognizione sia degli attacchi e ogni tanto li vedono «sbucare» da qualche palazzo diroccato o casa colonica. «Vengono a piccoli gruppi, di notte, a volte neanche ce ne accorgiamo finché i fanti non se li trovano davanti durante le ricognizioni». Due notti fa ha piovuto, gli ucraini ne hanno approfittato per portare via i propri feriti, i russi per avanzare.

QUANDO PIOVE i droni Fpv non volano, i piccoli motori sulle eliche non ce la fanno. «Immagina che sono piccoli arnesi grandi come due palmi stesi, pesano 8-900 grammi e devono portare la batteria sul dorso e la granata sotto» con il vento forte o la pioggia non riescono a fare il loro dovere e sono gli unici momenti in cui i fanti tirano un sospiro di sollievo. «Per noi non cambia troppo, le nostre operazioni a piedi sono limitatissime, ma quando c’è un ferito da recuperare a volte ci proviamo». Raramente, aggiunge. I salvataggi sono tra le operazioni che costano di più. A volte per recuperare un soldato ferito si perdono intere squadre, perciò non si fanno più. I droni hanno cambiato la guerra anche in questo. Ora si mandano i «droni terrestri», meno famosi di quelli aerei, ma sempre più diffusi. Hanno forme diverse, sono come piccoli quad o piccole motrici, alcuni portano un rimorchio per consegnare rifornimenti o kit medici ai soldati, altri hanno il cosiddetto «sarcofago». Questi, noti come M-Haul, sono quelli più usati per le evacuazioni. Arrivano dal ferito che non deve far altro che infilarsi nel sarcofago e azionare un comando, se riesce, altrimenti lo azionano da remoto.

CHIUSO NELLA CORAZZA, che resiste «anche a 3 esplosioni» specifica Vania, il ferito è trainato dal drone terrestre verso la prima zona di sicurezza, dove è possibile prestargli i primi soccorsi senza la certezza di essere colpiti dai droni russi, poi da lì al più vicino punto di stabilizzazione. Fino a qualche mese fa i punti di stabilizzazione – avamposti medici a ridosso delle prime linee o sulla zona dei combattimenti – si potevano visitare. I dispositivi sanitari servono come l’aria al fronte e i medici chiudevano un occhio nella speranza che il servizio giornalistico potesse fargli avere qualche rifornimento. Il che, va detto, non è stato neanche così sporadico, soprattutto nei primi anni di guerra. Chiediamo a Vania se è possibile vedere il suo punto di stabilizzazione di riferimento. «Ma sei pazzo? A parte che a volte sono come macellerie, ma comunque lo teniamo ben nascosto; perdere un punto di stabilizzazione vuol dire che un intero settore rimane senza medici». In un contesto in cui i feriti nella zona grigia devono aspettare anche giorni – se sopravvivono – prima di essere recuperati, non c’è da stupirsi. Tempo fa un paramedico che frequenta il fronte dal 2023 ci aveva mostrato un video dei sacchi neri all’ingresso del suo punto di stabilizzazione. «Sai cosa c’è dentro?» aveva chiesto. Non corpi, ma arti.

UN SOLDATO che salta una mina, un altro colpito da un drone non direttamente, un ferito da schegge. È la macelleria alla quale alludeva Vania. Che ritorna al suo racconto della situazione mostrandoci un video su un attacco. «Guarda guarda» c’è un soldato che cammina da solo tra le rovine di due case, si guarda intorno e tiene il fucile con le due mani, pronto a sparare, «ecco, aspetta». In un lampo arriva un’ombra nera da un lato e il corpo si atomizza. Non sarebbe corretto dire che esplode, ma nel video sparisce proprio. Vania ride, come ridono tutti i dronisti quanto ti fanno vedere come lavorano. Mette a disagio ancora di più quando sono ragazzini che sono passati dai giochi sul pc alla guerra, ma vedere un uomo di mezza età che ride e si lascia scappare un «oooh» di esultanza è altrettanto alienante.

«QUINDI L’ARTIGLIERIA a cosa serve ora?». «Nella guerra ravvicinata? A niente». E viene da pensare che anche il giornalismo di guerra, inteso come racconto dalle prime linee, sia finito. Usciamo a fumare, racconta che ha due figlie, mostra le loro foto sorridenti in un posto molto lontano e dice, con gli occhi sospesi: «lo faccio solo per loro». Si ferma, come a ripensarci, «se non lo fai per loro cosa vale tutto questo?». Resta il silenzio delle prime ore del pomeriggio, con le strade vuote e il maledetto semaforo per non vedenti che non la smette di scampanellare. Ci spostiamo dall’ingresso per far entrare nel caffè due soldati palestrati con simboli che qualche ingenuo chiama “runici” ben in vista sulle maglie nere, hanno la barba lunga e il codino alla cosacca. Fuori ce ne sono altri a un tavolino con la pancetta e la faccia meno marziale che si immagini. Tutti facciamo parte della stessa scena assurda e sospesa.

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Il vertice Nato in Turchia è un mercato delle armi. Per compiacere Trump e contenerne le sfuriate, gli alleati fanno a gara a chi ne compra di più. Il segretario generale Rutte esalta il «ruggito» dell’industria bellica, unica opzione politica. Non basta, il presidente Usa è «deluso» dall’Europa

Alla fiera dell'Est La presidente del Consiglio si presenta all’ultimo momento al summit atlantico, ma non può evitare di sedere a tavola con Trump. Per la stampa Usa all’origine della rottura c’è il rifiuto di Roma di aderire al Purl

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Stretta di mano tra Donald Trump e il presidente turco Recep Tayyip Erdogan foto di Alex Brandon / Ap Stretta di mano tra Donald Trump e il presidente turco Recep Tayyip Erdogan

Se non è divieto di incontro ci va a un millimetro. La premier arriva in tailleur-pantalone nero al ricevimento-cena sociale dei leader, alla vigilia del vertice Nato di Ankara, quasi all’ultimo momento, evitando così di incrociare il litigioso Trump. Mai ritardo fu più strategico e per nulla casuale. A cena, però, i due si ritrovano allo stesso tavolo, con l’ospite Erdogan, il presidente francese, il premier inglese e il cancelliere tedesco e rispettive consorti. Il turco li ha voluti tutti insieme per tentare di ricomporre i rapporti tra Washington e gli alleati. Trump, del resto, nel pomeriggio si era tutto sommato contenuto. Senza risparmiare frecciate rivolte a Meloni ma meno triviali e offensive del solito.

«MELONI È UNA BRAVA persona», dice il presidente americano al bilaterale con il molto elogiato Erdogan. Però il rapporto non è certo quello di prima: «È peggiorato perché lei ha rifiutato di aiutarci. Non ha voluto essere coinvolta nello stretto d Hormuz e credo che abbia commesso un errore». A palazzo Chigi si aspettavano di peggio. Almeno per il momento quasi tirano un sospiro di sollievo anche se quel passaggio sull’errore commesso dalla premier una qualche minaccia sembra proprio veicolarla.

L’attacco di Trump stavolta è a tutto campo. Prende di mira l’intera Europa e in fondo è proprio questo che spiega il sollievo del governo: temeva di finire da solo nel tritacarne. Invece The Donald ne ha per tutti: «Sull’Iran Francia, Germania e Gran Bretagna ci hanno voltato le spalle. L’Italia ci ha voltato le spalle. E va bene così. Ma noi spendiamo centinaia di miliardi e loro per noi non ci sono? Guardano da un’altra parte?».

L’IRRITAZIONE non è posticcia. L’americano è davvero imbufalito con l’Europa tutta per la mancata partecipazione alla sua guerra e con l’Italia ha anche un conto più specifico aperto. Secondo la stampa americana all’origine della rottura c’è il rifiuto italiano di aderire al Purl, il programma di acquisto di armi americane per l’Ucraina. Il presidente lo avrebbe visto anche come segnale politico. Di certo lo ha preso malissimo. Il botta e risposta con Meloni dopo Evian ha completato l’opera, rendendo la rottura personale difficilmente recuperabile.

Quanto all’amministrazione Usa nel complesso però le cose stanno diversamente. A Chigi e ai ministeri della Difesa e degli Esteri sono convinti che gli umori del sovrano non siano condivisi dai suoi alti ufficiali, che mirano invece a evitare lo strappo. È probabile che sia davvero così. Ieri Rubio e il ministro degli Esteri italiano Tajani si sono incontrati ad Ankara e hanno deliberatamente ostentato massima cordialità. Tra Hegseth, che pure è forse il ministro oggi più vicino al presidente, e l’omologo italiano, il ministro della Difesa Crosetto, si è creato un rapporto di fiducia che contrasta con il gelo della Casa Bianca. Roma conta su questo per almeno limitare il danno.

Ma se l’irritazione di Trump è reale, è anche vero che il mercante della Casa Bianca la usa ora come arma negoziale nel suq che più gli sta a cuore: quello delle spese per la Difesa. Gli europei, oggi, faranno a gara per compiacerlo a parole senza doversi impegnare troppo, cercando di ritardare se non di evitare un ritiro americano che tutti danno per certo. L’Italia su quel fronte aveva ricevuto garanzie tranquillizzanti dopo l’incontro fra Crosetto e Hegseth. Alla Difesa ritengono che le cose non siano cambiate dopo il prolungato duello fra il presidente e la premier.

LA NOTA DOLENTE restano i soldi. Su quel fronte l’Italia è in realtà completamente scoperta. Parteciperà certamente alla contributo di 140 miliardi in due anni per l’Ucraina, insistendo però perché in quella cifra venga compreso il contributo di 90 miliardi già deciso dalla Ue e soprattutto evitando l’acquisto secco di armi. Mira a sostenere Kiev sul piano delle infrastrutture e con mezzi bellici prodotti in Italia o coprodotti con altri paesi europei.

SUL FRONTE DEL 5% per la Nato entro il 2035 l’Italia prometterà e garantirà ma senza aprire davvero i cordoni della borsa. Perché la priorità per il governo sono le elezioni del 2027 e non le si può affrontare con l’accusa di buttare decine di miliardi in armi sul groppone.

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Terra rimossa Hamas annuncia lo scioglimento del Comitato d’emergenza. «Frutto del dialogo fra le parti palestinesi. Servizi garantiti»

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Ismail al-Thawabta, portavoce di Hamas, tiene una conferenza stampa a Gaza foto di Haitham Imad/Epa Ismail al-Thawabta, portavoce di Hamas, tiene una conferenza stampa a Gaza

L’ufficio stampa del governo di Gaza ha annunciato un importante sviluppo sul piano amministrativo: le dimissioni del presidente ad interim del Comitato governativo di emergenza e del Comitato di coordinamento dell’azione di governo, Mohammed Abdul Khaleq Al-Farra, accompagnate dallo scioglimento formale del Comitato di emergenza. La decisione rientra nei preparativi per il trasferimento delle responsabilità amministrative nella Striscia di Gaza a un nuovo organismo proposto, denominato «Comitato nazionale per l’amministrazione di Gaza».

SECONDO il comunicato, le autorità di governo di Gaza hanno adottato, nel corso degli ultimi mesi, una serie di misure organizzative e operative volte a predisporre il quadro amministrativo e giuridico necessario per garantire un passaggio di consegne ordinato. Tali preparativi, si legge , sono stati illustrati con trasparenza a un ampio spettro di interlocutori palestinesi, tra cui rappresentanti delle fazioni politiche, delle forze nazionali, del Consiglio supremo delle Tribù e dei Clan, delle organizzazioni della società civile e alla presenza di un rappresentante Onu con funzioni di monitoraggio. L’obiettivo dichiarato era assicurare un processo di transizione partecipato e sottoposto a un adeguato controllo.

IL COMUNICATO sottolinea che questa iniziativa si inserisce in quello che viene definito un impegno nazionale volto a riorganizzare il sistema di governo interno e a facilitare il trasferimento delle competenze amministrative nella Striscia di Gaza. La decisione viene inoltre collocata nel contesto delle persistenti difficoltà umanitarie e politiche che gravano sulla popolazione, tra cui le gravi condizioni di vita, il protrarsi del blocco, i ritardi nella ricostruzione, la chiusura dei valichi di frontiera e la continua presenza dell’occupazione israeliana nel territorio. Circostanze che rendono necessaria un’immediata riorganizzazione amministrativa per alleviare le sofferenze della popolazione civile e migliorare l’erogazione dei servizi pubblici.

Uno dei punti centrali dell’annuncio riguarda proprio lo scioglimento del Comitato di emergenza come organo amministrativo. La misura viene descritta come un passaggio procedurale deliberato, finalizzato a consentire una transizione ordinata verso la nuova struttura di governo. Anche le dimissioni del suo presidente sono presentate come un segnale concreto della volontà di dare attuazione agli accordi raggiunti e di agevolare il processo di riorganizzazione istituzionale.

Nonostante questi cambiamenti, si rassicura la popolazione sul fatto che i servizi pubblici continueranno a essere garantiti senza interruzioni. Viene infatti precisato che il personale tecnico e professionale impiegato nelle istituzioni governative rimarrà al proprio posto per assicurare la continuità dei servizi essenziali ed evitare qualsiasi vuoto amministrativo che possa ripercuotersi negativamente sulla vita dei cittadini. Tale continuità, aggiunge il testo, è conforme ai quadri d’intesa precedentemente definiti nell’ambito del dialogo tra le diverse componenti palestinesi.

SI EVIDENZIA inoltre che i dipendenti pubblici impegnati nell’erogazione dei servizi sono considerati a tutti gli effetti «dipendenti dello Stato» e che sono pronti a operare sotto la supervisione del futuro Comitato nazionale una volta che quest’ultimo entrerà in funzione. L’intento dichiarato è preservare la stabilità delle istituzioni indipendentemente dagli eventuali cambiamenti politici o organizzativi.

SUL PIANO POLITICO, l’annuncio apre interrogativi sulla natura, la composizione e i poteri del futuro Comitato. Il comunicato non fornisce dettagli sulla sua struttura o sui suoi membri, limitandosi ad affermare che l’iniziativa rientra in una più ampia tabella di marcia concordata dalle fazioni palestinesi durante i colloqui svoltisi al Cairo.

Questo sviluppo si inserisce in un contesto politico particolarmente complesso, nel quale Hamas esercita il principale ruolo amministrativo nella Striscia dal 2007. Pur senza menzionare esplicitamente il movimento, il comunicato fa riferimento a un assetto istituzionale generalmente riconducibile alle strutture di governo da esso controllate. Il linguaggio adottato evita tuttavia riferimenti politici diretti, privilegiando espressioni di carattere istituzionale come «sistema di governo» e «comitati amministrativi».

SECONDO DIVERSI osservatori, questa iniziativa potrebbe rappresentare un tentativo di riorganizzare la governance della Striscia garantendo al tempo stesso la continuità dei servizi pubblici e creando le condizioni per eventuali futuri accordi politici di più ampia portata. In conclusione, l’annuncio segna un’importante svolta nell’assetto amministrativo di Gaza, caratterizzata dallo scioglimento di un organismo straordinario di governo, dalle dimissioni del suo presidente e dall’avvio dei preparativi per l’istituzione di un nuovo organo amministrativo transitorio. Pur rimanendo ancora poco chiari molti aspetti relativi alla futura struttura, il testo pone l’accento sulla continuità dei servizi, sulla stabilità delle istituzioni e sul coordinamento tra i diversi attori palestinesi durante questa delicata fase di transizione.

* Scrittrice palestinese

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Limite ignoto Raid con 351 droni e ben 68 missili, 29 balistici, dichiara l’Ucraina. Tutti a segno. Yuri Ignat: «Serve qualcosa per abbatterli»

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Persone sul luogo di un attacco russo in una zona residenziale di Kiev, Ucraina, foto Sergey Dolzhenko/Ansa Persone sul luogo di un attacco russo in una zona residenziale di Kiev, Ucraina – foto Sergey Dolzhenko/Ansa

La seconda giornata di lutto cittadino a Kiev in meno di una settimana corrisponde a una minaccia mantenuta. Dopo l’attacco di giovedì scorso i russi avevano annunciato che «d’ora in poi gli attacchi su Kiev saranno sempre combinati». Ovvero centinaia di droni, come da mesi, ma anche decine di missili, tutti contemporaneamente, così da eludere la contraerea. Il bilancio di ieri parla chiaro: nella capitale ucraina si sono registrati 15 morti più altri 7 nell’hinterland e quasi 60 feriti, un deposito di munizioni centrato in pieno e le vie limitrofe completamente distrutte, 15 condomini civili danneggiati e altre infrastrutture energetiche e delle telecomunicazioni «seriamente compromesse».

SECONDO L’AERONAUTICA ucraina il raid è stato condotto con 351 droni e ben 68 missili, 29 dei quali balistici. Tutti a segno. Lo dice il portavoce delle forze aeree ucraine, Yuri Ignat: «Serve qualcosa per abbattere i missili balistici. Ci sono abbastanza sistemi, serve un rifornimento costante di missili. I russi stanno sfruttando il fatto che in Ucraina, e nel mondo, c’è una grave carenza di missili intercettori e quindi si stanno concentrando maggiormente sugli attacchi balistici». Il ministro degli Esteri ucraino, Andriy Sybiga ha chiesto una riunione d’emergenza del Consiglio di sicurezza dell’Onu, ma il ministero della Difesa russo ha già dichiarato – al solito – che l’attacco ha colpito «con armi di precisione» solo obiettivi del «complesso industriale militare, impianti di carburante ed energia». Le immagini delle esplosioni dell’arsenale in fiamme hanno fatto in fretta il giro del mondo e per i canali Telegram russi favorevoli alla guerra sono diventati motivo di esultanza.

UN BILANCIO difensivo così drammatico non si registrava da tempo e infatti la questione dei Patriot e delle batterie di contraerea sarà al centro delle richieste ucraine al vertice Nato di Ankara che inizia oggi. Volodymyr Zelensky ha già annunciato di aspettarsi «decisioni forti» dagli alleati, ovvero forniture massicce di missili che impediscano attacchi come quelli di ieri notte.

Ma le premesse non sono incoraggianti per Kiev. Lunedì Donald Trump ha chiamato Vladimir Putin per una telefonata di 90 minuti che da entrambe le parti è stata definita «molto costruttiva». Dal lato russo il consigliere del Cremlino Yuri Ushakov ha sottolineato che è stata la Casa Bianca ad alzare la cornetta e che Trump ha rinnovato il suo impegno per una soluzione «adeguata» del conflitto in Est Europa. Il tycoon è tornato a parlare della fine della guerra, che sarebbe «più vicina di quanto si pensa» e ha dichiarato che anche Putin «vuole fortemente» la fine delle ostilità. Ad Ankara il presidente Usa incontrerà Zelensky, ma ha già chiarito che subito dopo richiamerà Putin. Il tutto mentre il Segretario generale della Nato, Mark Rutte, definisce Putin «sempre più disperato» ed esorta gli alleati a spendere di più per far fronte alla minaccia russa (che però Trump, lo stesso che esige gli investimenti per interposta persona, non nomina mai).

LA SCORSA NOTTE sono proseguiti anche gli attacchi ucraini alla Russia. Le forze armate russe hanno dichiarato di aver abbattuto 519 droni ucraini, principalmente sulle regioni di Mosca e San Pietroburgo. Ma anche nella regione di confine di Belgorod, dove si registrano almeno un morto e due feriti. Tuttavia, i droni ucraini a lungo raggio sono riusciti di nuovo a bucare le difese del Cremlino a Omsk, nella Russia nord-orientale, a più di 2500 km dalla frontiera ucraina.

L’ennesima raffineria colpita, «l’ultimo grande impianto del genere a non aver ancora subito danni dai raid ucraini» specificano i canali russi, aggrava una situazione già drammatica per l’infrastruttura petrolifera di Putin. Con le sue 8 tonnellate e mezzo di tonnellate l’anno, la raffineria di Omsk era uno degli snodi nevralgici della produzione di greggio di Mosca e ora anche questa si aggiunge al lungo elenco di strutture danneggiate dalla nuova strategia di Kiev.

La seconda giornata di lutto cittadino a Kiev in meno di una settimana corrisponde a una minaccia mantenuta. Dopo l’attacco di giovedì scorso i russi avevano annunciato che «d’ora in poi gli attacchi su Kiev saranno sempre combinati». Ovvero centinaia di droni, come da mesi, ma anche decine di missili, tutti contemporaneamente, così da eludere la contraerea. Il bilancio di ieri parla chiaro: nella capitale ucraina si sono registrati 15 morti più altri 7 nell’hinterland e quasi 60 feriti, un deposito di munizioni centrato in pieno e le vie limitrofe completamente distrutte, 15 condomini civili danneggiati e altre infrastrutture energetiche e delle telecomunicazioni «seriamente compromesse».

SECONDO L’AERONAUTICA ucraina il raid è stato condotto con 351 droni e ben 68 missili, 29 dei quali balistici. Tutti a segno. Lo dice il portavoce delle forze aeree ucraine, Yuri Ignat: «Serve qualcosa per abbattere i missili balistici. Ci sono abbastanza sistemi, serve un rifornimento costante di missili. I russi stanno sfruttando il fatto che in Ucraina, e nel mondo, c’è una grave carenza di missili intercettori e quindi si stanno concentrando maggiormente sugli attacchi balistici». Il ministro degli Esteri ucraino, Andriy Sybiga ha chiesto una riunione d’emergenza del Consiglio di sicurezza dell’Onu, ma il ministero della Difesa russo ha già dichiarato – al solito – che l’attacco ha colpito «con armi di precisione» solo obiettivi del «complesso industriale militare, impianti di carburante ed energia». Le immagini delle esplosioni dell’arsenale in fiamme hanno fatto in fretta il giro del mondo e per i canali Telegram russi favorevoli alla guerra sono diventati motivo di esultanza.

UN BILANCIO difensivo così drammatico non si registrava da tempo e infatti la questione dei Patriot e delle batterie di contraerea sarà al centro delle richieste ucraine al vertice Nato di Ankara che inizia oggi. Volodymyr Zelensky ha già annunciato di aspettarsi «decisioni forti» dagli alleati, ovvero forniture massicce di missili che impediscano attacchi come quelli di ieri notte.

Ma le premesse non sono incoraggianti per Kiev. Lunedì Donald Trump ha chiamato Vladimir Putin per una telefonata di 90 minuti che da entrambe le parti è stata definita «molto costruttiva». Dal lato russo il consigliere del Cremlino Yuri Ushakov ha sottolineato che è stata la Casa Bianca ad alzare la cornetta e che Trump ha rinnovato il suo impegno per una soluzione «adeguata» del conflitto in Est Europa. Il tycoon è tornato a parlare della fine della guerra, che sarebbe «più vicina di quanto si pensa» e ha dichiarato che anche Putin «vuole fortemente» la fine delle ostilità. Ad Ankara il presidente Usa incontrerà Zelensky, ma ha già chiarito che subito dopo richiamerà Putin. Il tutto mentre il Segretario generale della Nato, Mark Rutte, definisce Putin «sempre più disperato» ed esorta gli alleati a spendere di più per far fronte alla minaccia russa (che però Trump, lo stesso che esige gli investimenti per interposta persona, non nomina mai).

LA SCORSA NOTTE sono proseguiti anche gli attacchi ucraini alla Russia. Le forze armate russe hanno dichiarato di aver abbattuto 519 droni ucraini, principalmente sulle regioni di Mosca e San Pietroburgo. Ma anche nella regione di confine di Belgorod, dove si registrano almeno un morto e due feriti. Tuttavia, i droni ucraini a lungo raggio sono riusciti di nuovo a bucare le difese del Cremlino a Omsk, nella Russia nord-orientale, a più di 2500 km dalla frontiera ucraina.

L’ennesima raffineria colpita, «l’ultimo grande impianto del genere a non aver ancora subito danni dai raid ucraini» specificano i canali russi, aggrava una situazione già drammatica per l’infrastruttura petrolifera di Putin. Con le sue 8 tonnellate e mezzo di tonnellate l’anno, la raffineria di Omsk era uno degli snodi nevralgici della produzione di greggio di Mosca e ora anche questa si aggiunge al lungo elenco di strutture danneggiate dalla nuova strategia di Kiev.

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