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Legge elettorale Schlein e Conte all’istituto Sturzo con le associazioni, si smarcano le sigle più a destra come il Movimento cristiano lavoratori, che fanno saltare il documento comune. Pd e Avs pronti a votare la proposta 5s: proporzionale con sbarramento flessibile tra il 2 e il 3%

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Schlein e Conte all'incontro all'istituto Sturzo Schlein e Conte all'incontro all'istituto Sturzo – LaPresse

Schlein e Conte cercano la sponda delle associazioni cattoliche nella battaglia contro la legge elettorale di Meloni. E in parte la trovano, soprattutto sul controverso premio di maggioranza e sull’indicazione del candidato premier.

DUE TEMI PARTICOLARMENTE spinosi per l’arcipelago cattolico, storicamente parlamentarista e poco incline al leaderismo, che ieri si è ritrovato a discutere di come «ridare voce alla democrazia» all’Istituto Sturzo di Roma, con la benedizione del presidente della Cei Matteo Zuppi che, nella sua lettera di saluto, ha ribadito la critica alla «democrazia della maggioranza», citando un discorso di Sergio Mattarella di due anni fa alla Settimana sociale di Trieste. Il cardinale ha invitato i partiti a recuperare lo «spirito costituente» come «metodo indispensabile per affrontare i grandi temi, evitando una «pericolosa polarizzazione». Tutto il contrario di una legge elettorale approvata a pochi mesi dal voto a colpi di maggioranza.

I DUE LEADER del centrosinistra ascoltano e prendono appunti. La legge elettorale è il cuore del problema e anche tra Pd e 5S c’è un dialogo in corso. Conte ha ribadito ieri in un’intervista al Corriere che alla Camera sarà votato, la prossima settimana, un emendamento del suo partito che riscrive la legge elettorale: un proporzionale con doppia preferenza di genere e una soglia di sbarramento flessibile: 3% per chi corre da solo, 2% per chi sta in coalizione. Nessun premio di maggioranza, alto rischio che non ci sia un vincitore in grado di governare.

Una iniziativa che esce dal mazzo dei correttivi condivisi dalle opposizioni, che potrebbe però ricevere il sì anche del Pd e di Avs: fonti del M5S spiegano che ci potrebbe essere un sostegno degli alleati, e dai dem confermano l’ipotesi. Avs è sempre stata per il proporzionale. La proposta ha zero possibilità di essere approvata, serve a Conte per sfidare Meloni sul tema delle preferenze. Il campo giallorosso non ha una sua proposta di legge elettorale organica, e neppure il Pd come partito (alcune parlamentari hanno firmato un appello contro le preferenze, sponsorizzate invece da Bonaccini e altri). Per ora ci si limita a contestare la proposta delle destre, che Conte accusa di «cesarismo», in perfetta sintonia con Schlein che la definisce «premierato mascherato».

Se a decidere fossero i progressisti, la soluzione sarebbe lontana. Di fatto, se cadesse il Melonellum, si voterebbe con l’attuale Rosatellum con un terzo di eletti nei collegi uninominali (e al sud il centrosinistra potrebbe fare il pieno). Quanto alla eventuale proposta da mettere nel programma del centrosinistra, «è possibile che ne discuteremo tutti insieme», spiega Conte al manifesto.

QUANTO ALLA RETE CATTOLICA, lo spunto partito da Agostino Giovagnoli dell’Istituto Sturzo era decisamente critico verso il modello meloniano: «Non credo che abbiamo bisogno di leggi maggioritarie». Impostazione a cui hanno aderito Acli, Sant’Egidio, Agesci e Azione cattolica. Patrizia Giunti, della fondazione La Pira, ha fatto un paragone esplicito con la legge truffa del 1953: «Ma almeno allora votava il 94% dei cittadini».

Ma nella truppa di ieri c’erano anche gli esponenti di Cl Giorgio Vittadini e Andrea Dellabianca (presidente della Compagnia delle opere), oltre al Movimento cristiano lavoratori. Cdo e soprattutto Mcl non hanno condiviso l’impianto critico sulla legge elettorale, e così l’ipotesi di un documento comune di forte critica al Melonellum è naufragata. Alfonso Luzzi, presidente del Mcl, ha disertato l’evento, facendo leggere a un suo delegato un documento durissimo in cui ha difeso la legge elettorale delle destre accusando gli altri di strabismo a sinistra: «I cattolici non possono essere comprimari di disegni politici altrui».

Emiliano Manfredonia delle Acli ha invece contestato con forza l’impianto: «L’indicazione del premier non ci va giù, il Parlamento non deve essere mortificato». Vittadini, gran patron del meeting di Rimini, a sua volta ha difeso il Parlamento dalle possibili «umiliazioni» e ha spiegato che nella seconda repubblica i governi non sono stati deboli per le regole elettorali, ma per la «mancanza di una proposta culturale condivisa dentro le coalizioni». Giovagnoli respinge l’idea di un incontro spostato a sinistra: «Noi avevamo invitato tutti».

SCHLEIN, CITANDO VARIE encicliche, ha ribadito l’idea di una democrazia che «tutela i diritti della minoranza» e non si limita a un voto ogni 5 anni. Conte, a margine, ha spiegato che «il tavolo per il programma si potrà aprire già a fine settembre, dopo le conclusioni del nostro percorso di Nova». E ha rilanciato sul nome della coalizione: «Alleanza per la Costituzione». «La democrazia non funziona se non riduce le diseguaglianze e non include i più fragili».

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Pagare e ancora pagare. Al vertice della Nato che si apre in Turchia, Trump darà le pagelle agli alleati sulla base di quanto stanno aumentando la spesa militare. Che va quasi tutta in armi americane, ma per il segretario generale Rutte è giusto così. Solo la Spagna dice no

Le regole del gioco La premier spiazzata dal meme con cui il presidente Usa torna ad attaccarla. E oggi al vertice Nato i due rischiano di incrociarsi

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Preparativi al Palazzo presidenziale, sede del vertice Nato ad Ankara, in Turchia foto Kerem Uzel/Getty Preparativi al Palazzo presidenziale, sede del vertice Nato ad Ankara, in Turchia – foto Kerem Uzel/Getty

La mazzata di Trump è stata tanto più dolorosa in quanto del tutto inattesa e imprevista. A confronto del meme con Meloni in adorazione e il ruvido commento «restraining order needed» (ordinanza restrittiva necessaria), come dire «levatemela di torno», la famigerata intervista del «mi ha fatto pena» è un buffetto.

A palazzo Chigi masticano amaro, ingoiano il rospo facendo finta di niente e si preparano a un vertice Nato ormai a massimo rischio.

NEI MINISTERI COMPETENTI, agli Esteri, alla Difesa, soprattutto a palazzo Chigi si sforzano di essere ottimisti. Ad Ankara tutto dovrebbe andare abbastanza bene, profetizzano, e poco male se la previsione sa tanto di wishful thinking. Ma alla fine tutti sono costretti ad ammettere sconsolati che «cosa succederà dipende però dal fattore Trump e quello si sa che è imprevedibile». Il viatico certo non è dei migliori. Forse, argomentano a Chigi, a far imbestialire il presidente è stato il tentativo della premier di spingere Erdogan a lasciare il meno spazio possibile agli show di Trump limitandosi alle questioni tecniche. Di certo nulla autorizza a credere che la questione sia finita qui.

ACCOLTA A PORTE CHIUSE con improperi ed epiteti poco ripetibili, la mazzata è rimasta però senza repliche ufficiali e non poteva essere diversamente. La premier si è cucita la bocca. Il ministro degli Esteri Tajani ha fatto passare qualche ora prima di fare il signore: «Sono dichiarazioni che si commentano da sole ma le relazioni transatlantiche vanno ben oltre le dichiarazioni». Crosetto ostenta superiorità: «Le persone passano, i rapporti restano e bisogna mantenere i rapporti con un alleato storico come gli Usa». Solo che gli Usa, oggi, sono Donald Trump e di Trump, è a questo punto chiaro, non ci si potrà mai più fidare. Meloni parte per Ankara con animo tutt’altro che sereno.

 Il tweet di Donald Trump riguardante Meloni Il tweet di Donald Trump riguardante Meloni

NON SI PUÒ ESCLUDERE il rischio che Trump si abbandoni a qualche sgradevolissima sceneggiata, che probabilmente prenderebbe di mira proprio la premier italiana perché è lei che il furibondo si è scelta per bersaglio. A Evian Meloni aveva cercato in ogni modo di incrociare il presidente. Ad Ankara metterà lo stesso impegno nel cercare di evitarlo. Fortunatamente la disposizione dei posti, nella cena dei premier di stasera, dovrebbe darle una mano. Capita che i due siano seduti dalle parti opposte del tavolo ed è un sospiro di sollievo.

LA VERA NOTA DOLENTE però va molto al di là delle baruffe tra il leader della destra americana e la controparte italiana. Anche senza quei «lievi dissapori» e persino se Meloni fosse

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Lunedì Rosso, il meglio della settimana scelto dalla redazione del manifesto.

I conflitti in Palestina, Libano, Iran ma anche i fallimenti del nostro paese, incatenato dalla destra alle proprie drammatiche contraddizioni.

Nella foto: manifestazione a Tel Aviv per i mille giorni dal 7 ottobre 2023, foto Ohad Zwigenberg /Ap

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Mosca alla Polonia: sappiamo dove sono gli impianti in cui costruite i droni per Kiev. Alla vigilia del vertice di Ankara, Trump parla un’ora e mezza con Putin. Ma nulla è cambiato. Pietro Batacchi (Rivista Italiana Difesa): "Questa resta una guerra di logoramento. Gli Stati Uniti non hanno tutta questa voglia di mettersi a fare da mediatore tra due posizioni che sono a tutt'oggi inconciliabili"

Varsavia-Ucraina. L'ultima (disperata) minaccia russa: alla Nato e all'Ue

 

Da un lato, c’è la telefonata di quasi un’ora e mezza che il presidente russo Vladimir Putin ha fatto al suo omologo americano Donald Trump, con il pretesto del 250° anniversario degli Stati Uniti d’America. Una conversazione "sostanziale e costruttiva" – ha fatto sapere il Cremlino – durante la quale i due leader hanno parlato della situazione in Ucraina, tenendo conto “dell'imminente partecipazione di Trump al vertice Nato in Turchia”. Dall’altro lato, ci sono le minacce che Mosca rivolge a Varsavia, per bocca del portavoce presidenziale Dmitrij Peskov: la Polonia "ha già messo a punto sul proprio territorio la produzione di droni destinati all'Ucraina", e il ministero della Difesa russo "ha già pubblicato gli indirizzi di tali impianti", motivo per cui "Varsavia farebbe bene a riflettere sulla propria sicurezza”. In mezzo, c’è tutta la distanza che separa gli Stati Uniti di Trump – vogliosi di prendere le distanze, se non per guadagnare, da una guerra lontana – da un’Europa chiamata a farsi carico del peso economico e politico di una guerra che da quasi quattro anni e mezzo insanguina il suolo europeo.

Secondo il resoconto russo della telefonata – la quarta dall’inizio dell’anno – Putin ha fornito a Trump una "valutazione accurata" degli eventi sul campo di battaglia, registrando la “continua assistenza” fornita dagli inviati speciali americani Steve Witkoff e Jared Kushner, che sarebbero “pronti a visitare Mosca”. Anche il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha telefonato a Trump per gli auguri del 4 luglio, ma non sono state diffuse informazioni riguardo ai contenuti e alla durata del colloquio, definito comunque “molto positivo” dal leader ucraino. I due, del resto, si incontreranno personalmente ad Ankara il 7 e l’8 luglio, sebbene – per non irritare la delegazione statunitense e favorire la ripresa del dossier negoziale da parte di Trump – la leadership di Zelensky verrà mantenuta parzialmente in secondo piano, escludendolo dalle sessioni principali del summit e relegando la sua presenza ai tavoli di lavoro bilaterali (come il Consiglio Nato-Ucraina) e alla cena ufficiale dei leader.

La questione ucraina, del resto, sarà affrontata al vertice di Ankara soprattutto attraverso una ridefinizione degli equilibri finanziari che va nella direzione di un disimpegno da parte di Washington. La novità più rilevante è lo stanziamento di un pacchetto di aiuti militari da 70 miliardi di euro all'anno per il 2026 e per il 2027 (per un totale di 140 miliardi). Questo impegno finanziario, già inserito nella dichiarazione finale del vertice approvata dal Consiglio Atlantico, presenta una svolta storica: i fondi saranno coperti interamente dai Paesi europei e dal Canada, con circa 30 miliardi di euro annui derivanti dai meccanismi di prestito dell'Unione Europea, e 40 miliardi all’anno garantiti da impegni e aiuti bilaterali dei singoli Stati membri (con la Germania nel ruolo di principale promotore). Si tratta di un punto – questo del "trasferimento" dell'onere finanziario all'Europa – che vede una piena convergenza tra Trump e il padrone di casa Recep Tayyip Erdoğan. Se il maxi-piano da 140 miliardi di euro per Kiev soddisfa in pieno la richiesta di Trump di azzerare i costi diretti per i contribuenti americani, Erdoğan non si oppone a questa formula: pur fornendo droni e attrezzature militari all'Ucraina, preferisce che l'impegno finanziario a lungo termine gravi sulle cancellerie europee, lasciando la Turchia libera di muoversi come mediatore politico geopolitico.

Sia Trump sia Erdoğan rifiutano la linea della "guerra a oltranza" e premono per l'apertura immediata di un tavolo di trattative con Mosca per congelare il conflitto. Trump ha impostato la sua politica estera sulla promessa di porre fine alla guerra "subito", sfruttando i canali diretti aperti con Putin. Erdoğan persegue da sempre una diplomazia bilaterale e "rumorosa": ha mantenuto la Turchia in una posizione di neutralità attiva, rifiutando di applicare le sanzioni occidentali alla Russia e offrendo Ankara come hub di mediazione.

Il fatto che si torni a parlare di una soluzione negoziale non significa però che ci siano progressi in tal senso, come sottolinea ad HuffPost Pietro Batacchi, analista geopolitico ed esperto di affari militari, direttore della Rivista Italiana Difesa. "La prospettiva negoziale oggi è sostanzialmente inconsistente. Le posizioni rimangono distanti e, sul campo, la situazione è abbastanza di stallo: progressi si registrano da ambo le parti, ma di fatto questa resta una guerra di logoramento, che non si misura in chilometri quadrati conquistati. Gli Stati Uniti non hanno tutta questa voglia di mettersi a fare da mediatore tra due posizioni che sono a tutt'oggi inconciliabili, anche per ragioni interne: Putin non può negoziare senza aver raggiunto un minimo dei suoi obiettivi; dall'altra parte, Zelensky non può essere il presidente che cede pezzi di Ucraina alla Russia".

La previsione dell’analista è che “si andrà avanti in questo modo: tanti attacchi con droni e missili, tanti colpi alla logistica avversaria e si vedrà chi mollerà per primo. Gli ucraini, da questo punto di vista, hanno il sostegno dell'Europa che garantisce loro profondità finanziaria, industriale e strategica; dall'altro lato, la Russia è comunque un grande Paese, ricco di risorse, che per indole rimane quello di Stalingrado. Temo che si vada avanti ancora un bel po' su questa lunghezza d'onda".

Quel che è certo è che i contrattacchi ucraini stanno facendo male alla logistica russa, grazie soprattutto all'ampio utilizzo dei droni. Dopo l’attacco, nella notte tra venerdì e sabato, a un importante terminal petrolifero nella città di San Pietroburgo, nelle scorse ore gli ucraini sono tornati a colpire la Crimea, prendendo di mira uno dei principali aeroporti militari russi nella penisola annessa illegalmente nel 2014. L'Ucraina ha recentemente intensificato i suoi attacchi con droni a lungo raggio contro le infrastrutture energetiche critiche della Russia, causando diffuse carenze di carburante. Kiev afferma che quasi il 43% della capacità di raffinazione del petrolio russa è stata "disattivata" a seguito di questi attacchi. Sabato Putin, dopo aver ammesso che la carenza di carburante era stata causata dagli attacchi ucraini, ha firmato una legge volta ad aumentare le forniture al mercato interno.

"Gli ucraini hanno delle carte da giocare che sono importanti”, commenta ancora Batacchi. “Oltre al sostegno europeo, hanno ancora – in parte – il supporto americano, soprattutto per quel che riguarda l’intelligence. Dal punto di vista della tattica e della condotta delle operazioni, sono più avanti dei russi. D'altro canto, però, i russi sono stati in grado di adattarsi e continuano a godere di un vantaggio numerico. Si parla sempre delle perdite russe, che sono molto elevate, ma in proporzione sono più elevate quelle ucraine: i 250-200 mila morti ucraini pesano molto di più rispetto ai 450 mila morti russi, perché la Russia è un Paese di 150 milioni di abitanti, mentre oggi l'Ucraina è un Paese di 27 milioni".

Quanto al sostegno americano di cui ancora gode l’Ucraina, è il caso di sottolineare come l’amministrazione Trump stia agendo per convertire tale supporto in una fonte di guadagno. Lo sottolinea Politico in un’analisi su come Trump stia trasformando la Nato in un bancomat, un meccanismo basato su logiche transazionali, in cui l'aumento della spesa per la difesa e gli investimenti in armamenti americani vengono privilegiati rispetto ai valori democratici condivisi e all'espansione dell'Alleanza stessa. Un cambiamento – osserva Politico – che rischia di mettere a dura prova la tenuta della Nato e di distoglierne l'attenzione dalla difesa collettiva.

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Limite ignoto I russi sono alle porte della città ucraina, anzi «qualcuno si è già infiltrato nelle case»: qui si svolgerà l’ultima battaglia per il Donbass. Kiev risponde e arriva di nuovo a San Pietroburgo: colpito un altro terminal petrolifero

 
Kramatorsk, la stazione degli autobus colpita da un missile russo foto Sabato Angieri Kramatorsk, la stazione degli autobus colpita da un missile russo – Sabato Angieri

«Kab, Kaaaab». Un ragazzo in uniforme militare entra nel caffè e urla. Non sa dove andare, il locale è piccolo, arriva alla finestra e si volta, impietrito. Un boato fa tremare i muri, le finestre e il soffitto. Ci guardiamo tutti. L’ufficiale al tavolino con noi si alza e mette istintivamente la mano alla pistola – solo gli ufficiali ne possono portare una – ma poi la rialza e la apre verso di noi. «Calmi» dice, ma gli occhi fissano verso l’uscita del caffè, i suoi come quelli di tutti.

L’anziana signora che stava sistemando gli ultimi arrivi dietro al bancone apre una scatola, prende un pacco di fazzoletti, va verso la finestra, poi torna indietro e li riposa sulla scatola. Si guarda intorno e inizia a lucidare con foga l’espositore dei dolci finché non si appoggia a una sedia, esausta. «Hanno colpito la stazione degli autobus», dice una ragazza in uniforme che entra trafelata.

Usciamo ma in quel momento un furgoncino grigio svolta l’angolo sgommando e da un altoparlante stride: «Kab in arrivo, Kab in arrivo, cercate un rifugio ora!». Tutti corrono dentro di nuovo, i telefoni dei militari squillano, gli ordini dicono di ripartire. Corrono alle macchine e sgommano via, la strada è completamente vuota, sferzata da raffiche di vento talmente forte da rovesciare le sedie.

KRAMATORSK si è trasformata negli ultimi mesi. La capitale del Donetsk ucraino è ora bersaglio quotidiano dei droni Fpv (first person view, pilotati dall’addetto con un visore sugli occhi) russi, non è più sicuro spostarsi in macchina. Le strade del centro sono sovrastate dalle reti anti-drone, non tutte però. «Il sindaco – raccontano lamentandosi alcuni civili – ha prima detto che le reti non sarebbero servite e poi quando servivano ha detto che era troppo tardi per montarle».

Però ha fatto in tempo a costruire le trincee: tre linee di difesa con fossi anticarro, mine, filo spinato e denti di drago cementati da ogni lato. Mancano batterie di contraerea e contro i Kab, vecchie bombe plananti sovietiche da oltre due quintali sganciate dai caccia, e gli altri missili ci si oppone con difficoltà.

A est i russi sono a circa dieci chilometri di distanza, a nord stanno spingendo su Lyman e la strada per Sloviansk. Lyman si trova su un’altura che domina le postazioni di difesa ucraine sottostanti, la sua cattura significherebbe la fine di Sloviansk e della via che dal Donetsk porta al Kharkiv.

Ma anche senza Lyman le strade verso nord e nord-est sono già quasi chiuse. Ci passano solo i militari sfrecciando e senza rallentare mai. A sud ci sono Druzhkivka e Kostiantynivka e poi il resto del territorio del Donetsk occupato dai russi.

A Kostiantynivka si combatte da più di otto mesi e venerdì i russi hanno annunciato la sua conquista, smentita poche ore dopo dagli ucraini. «Se Kostiantynivka ora è sotto controllo russo, allora Putin non avrà problemi a incontrarmi lì», ha dichiarato ieri Volodymyr Zelensky. «Se vuole proprio venire in Russia per negoziare venga a Mosca» hanno risposto dal Cremlino, da dove poco dopo è arrivata una strana proposta: un cessate il fuoco a Kostiantynivka tra le 12 e le 18 del 6 luglio per «riconsegnare i corpi dei caduti ucraini».

Un militare, che è di stanza lì e che si trova a Kramatorsk per qualche giorno di riposo, ci spiega sottovoce che i russi si sono effettivamente «infiltrati in qualche casa», a piccoli gruppi, «spesso neanche ce ne accorgiamo perché sono come i ratti».

LA DEFINIZIONE più corretta forse sarebbe «zona grigia», l’espressione che si usa per il fronte al tempo della guerra dei droni: una zona non controllata pienamente da nessuna delle due parti ma dove ci si scambiano attacchi con i droni giorno e notte. Solo che i russi continuano a inviare uomini, «è impressionante, non so come facciano, più ne ammazziamo più ne arrivano, da ieri notte ne abbiamo eliminati 18 e ti parlo solo della mia squadra. Perché cazzo non si fermano non lo capisco: ne arrivano decine al giorno, a gruppetti per cercare di non farsi individuare dai droni e muoiono quasi tutti, ma poi ne arrivano altri; quelli che stanno nelle retrovie non si chiedono che fine hanno fatto quelli prima?». Il militare non ne può più della guerra e forse neanche di ammazzare, ma di questo non parliamo. «Ma perché non si fermano?», ripete.

Perché l’obiettivo è Kramatorsk, costi quel che costi. Anche Druzhkivka è quasi inaccessibile, la situazione sta degenerando in fretta come a Kostiantynivka. Cadute entrambe – e cadranno, è solo questione di tempo – non ci saranno più ostacoli da sud. La strategia, non dichiarata ma palese, è accerchiare Kramatorsk ed è qui che si svolgerà l’ultima battaglia per il Donbass. Che in parte è già iniziata: i colpi in arrivo sono costanti, ieri mattina tutta la città è stata svegliata da un boato tremendo, quelli della contraerea anche. Di notte si vedono i traccianti delle batterie a terra e le squadre di artiglieri si addentrano nei boschi per cercare di abbattere i droni nemici e tenere aperti – «puliti» dicono loro – i quadranti operativi vitali.

DALLA LUNGA distanza, tuttavia, è un’altra guerra. L’attacco ucraino di ieri a San Pietroburgo ha colpito un altro terminal petrolifero nei pressi della Reggia di Peterhof, voluta da Pietro il Grande per gareggiare in splendore con Versailles.

Il complesso monumentale è salvo, dicono le autorità locali, ma il terminal petrolifero no. Ironia della sorte: l’emblema della storia imperiale non è stato intaccato, ma il presente dei distributori chiusi e delle code di chilometri per qualche litro di benzina continua a peggiorare.

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4 luglio A Washington viene cancellata l’Independence Day Parade, ma sfilano i suprematisti del Patriot Front con bandiere confederate

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La marcia dei suprematisti bianchi del Patriot Front a Washington, foto Ap La marcia dei suprematisti bianchi del Patriot Front a Washington – Mark Sherman/Ap

Le celebrazioni del 4 luglio negli Stati uniti cominciano con un bollettino di temperature estreme sulla Costa orientale – Atlantic City: 39,5 gradi, Philadelphia e Washington: 38, e così via nel certosino elenco stilato dal New York Times – e di eventi cancellati. A partire dalla Indipendence Day Parade a Washington, che sarebbe dovuta cominciare alle 10:30 locali. In compenso, sfilano davanti Campidoglio i suprematisti bianchi di Patriot Front con i volti coperti da passamontagna altrettanto bianchi ed evocativi del colore preferito del Kkk, sventolando bandiere confederate e urlando la loro promessa: «Combattere fino alla vittoria», «Riprendiamoci l’America» (in altre occasioni le loro marce sono state accompagnate anche da «Sieg Heil»).

LA STATE FAIR che Donald Trump ha fatto allestire lungo il National Mall, che il giorno precedente era stata chiusa per alcune ore sempre a causa del caldo, ritarda l’apertura di un paio d’ore. Da Philadelphia – la città della dichiarazione d’Indipendenza – a Baltimore e New York altri eventi legati al 250ennale vengono cancellati.

Il discorso di Trump nella capitale (annunciato dalla promessa che sarà «il più strepitoso discorso di Trump di tutti i tempi», con tanto di 850.000 fuochi d’artificio) si terrà con temperature più clementi, alle 22:30, troppo tardi per noi. Ma il presidente ne aveva già declamato uno la notte precedente in South Dakota, alle sue spalle il Mount Rushmore sul quale sostiene, già dal 2020, di voler aggiungere il suo volto al fianco di quelli di Washington, Jefferson, Teddy Roosevelt e Lincoln.

NEL DISCORSO alla vigilia di un evento che riguarda la nazione tutta – e che la sua portavoce Karoline Leavitt ha definito «edificante e unificante» – individua il nemico interno contro cui scagliarsi: i comunisti. «Il comunismo è l’esatto opposto di vita, libertà e ricerca della felicità. È morte, tirannia, e la ricerca del male». E ancora: «È il nemico della Costituzione», «il partito comunista è composto di immigrati illegali, criminali e tutti quelli che non hanno voglia di lavorare». E, ha promesso, «li manderemo in esilio».

COMUNISTA è l’appellativo che da sempre Trump riserva al sindaco di New York Zohran Mamdani, che non a caso poco prima aveva fatto il suo discorso ai newyorkesi dalla scrivania di George Washington a City Hall, evocando proprio un’America in opposizione a quella di Trump: fatta da immigrati, corrotta da oligarchi. «I potenti hanno sempre conosciuto la loro risposta. L’America, nella loro visione, è un’arena di supremazia, dove solo a una minoranza selezionata è garantita la libertà, dove non tutti sono creati uguali. L’America, se chiedete a loro, diventa più piccola quante più persone accoglie. L’America, vi diranno, appartiene solo a chi ha il giusto accento e tonalità di pelle». «Quanto sono piccoli. Deboli. Poco originali». A circondare Mamdani durante il suo discorso immigrati egiziani, haitiani, pakistani, messicani. I nuovi americani che simbolicamente possono continuare a plasmare la nazione in senso opposto a quello immaginato dalle celebrazioni trumpiste che attraversano una capitale svuotata dal caldo e dalla riduzione del 250ennale a celebrazione del leader e della sua visione suprematista.

NEI VIDEO di propaganda revisionista prodotti da Freedom 250 (il gruppo che Trump ha personalmente incaricato di organizzare l’evento, esautorando la commissione bipartisan America 250) ce n’è anche uno in cui un membro della sua commissione sulla libertà religiosa, Mark David Hall, spiega come i padri fondatori non fossero per niente ispirati dall’illuminismo, e come l’articolo 1 della Costituzione (che stabilisce la separazione fra stato e chiesa) non volesse affatto escludere l’affidamento del governo ai cristiani fondamentalisti- in sintonia il discorso tenuto il 4 luglio dal vicepresidente JD Vance ai marinai della U.S.S. Kearsarge nel porto di New York: «Festeggiamo 250 anni in cui abbiamo dato prova di ciò che un popolo libero può fare grazie alla provvidenza del nostro creatore onnipotente».

Durante il suo discorso/revival della caccia alle streghe, Trump – su terra sottratta illegalmente ai Sioux – ha anche lamentato le nozioni inculcate dagli «antiamericani» nei bambini, come quella che «viviamo su terra rubata».

E HA RIBADITO una delle sue fissazioni: se i repubblicani al Senato aboliranno il filibuster si potrà finalmente passare il Save Act. La legge con cui – in pieno spirito celebrativo dei 250 anni – il presidente intende privare milioni di persone del diritto di voto. «In questo modo i repubblicani non perderanno le elezioni per i prossimi 100 anni».

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