Da Lampedusa, «estremo lembo dell’Europa», papa Leone accusa il vecchio continente: «I morti in mare sono vittime sia di decisioni prese che di decisioni mancate». Ma attacca anche l’America di Trump: «I migranti hanno fatto la storia del nostro Paese»
Parole al vento Leone si è sottratto all’invito di Trump scegliendo Lampedusa per l’Indipendence day. Al tycoon ricorda il dovere «dell’accoglienza»
LEGGI ANCHE L’accusa di Prevost colpisce due continenti
Lampedusa, papa Leone XIV alla Porta d’Europa – Ciro Fusco / Ansa
Dal Vaticano «all’estremo lembo d’Europa nel mar Mediterraneo», da dove «si vede meglio la chiamata epocale che il fenomeno migratorio rivolge alle società europee». Così ha spiegato papa Leone XIV il senso del viaggio di ieri a Lampedusa, sulle orme del predecessore Francesco che per la sua prima trasferta dopo l’elezione scelse l’isola siciliana (8 luglio 2013), da dove denunciò la «globalizzazione dell’indifferenza».
PREVOST non è stato da meno, compiendo gesti e pronunciando parole che hanno evidenziato le responsabilità di un sistema economico iniquo, messo sul banco degli imputati trafficanti di esseri umani e scelte politiche di chi erige muri e respinge i migranti, rilanciato i comandamenti evangelici del soccorso e dell’accoglienza. Tutto in una giornata particolare, il 4 luglio, mentre al di là dell’Atlantico Trump celebrava a suo modo i 250 anni dall’indipendenza degli Stati Uniti, che anche il pontefice nato a Chicago ha voluto ricordare con una lettera a Washington: «La difesa della vita umana comprende anche l’accoglienza, la protezione e l’assistenza agli immigrati, le cui speranze, i cui sacrifici e il cui contributo fanno parte della storia di questo Paese fin dai suoi inizi».
PAPA LEONE è atterrato alle 9 all’aeroporto dell’isola, dove gli è toccato salutare anche il sottosegretario Mantovano e il presidente della regione Sicilia Schifani. Prima tappa al “cimitero dei senza nome” per una preghiera e la deposizione di una corona di fiori sulle tombe dei migranti, contrassegnate da croci ricavate dal legno delle barche naufragate: «In questo luogo – si legge all’ingresso – riposano musulmani e cattolici, vecchi e giovani, neri e bianchi. Tutti migranti morti in mare in cerca della libertà». Poi alla Porta d’Europa, l’opera dell’artista Mimmo Paladino collocata sul punto più a sud dell’isola. Terza tappa al molo Favaloro, punto di approdo delle barche che riescono ad arrivare a Lampedusa: l’ultima la scorsa notte, con 17 persone a bordo soccorse dalla guardia costiera. Qui, dopo aver parlato con una ventina di migranti ospitati nell’hotspot, Prevost ha scoperto la targa che rinomina la struttura «molo papa Francesco. Luogo di approdo, speranza e umanità».
DOPO UN GIRO DELL’ISOLA sulla stessa papamobile utilizzata da Bergoglio nel 2013, la messa al campo sportivo con 4mila persone. Una donna africana con un cartello scritto a mano: «Pope Leo:
Leggi tutto: «Morti per scelte fatte e mancate». Il papa ammonisce l’Europa - di Luca Kocci
Commenta (0 Commenti)Alleanza strappata Sugli impegni per la difesa la carta della reticenza
LEGGI ANCHE Vertice Nato versione sovranista, la crisi in scena ad Ankara
Giorgia Meloni e i ministri Tajani e Crosetto al Senato – foto LaPresse
Come sempre quando c’è di mezzo Donald Trump la premier italiana, come del resto tutti i suoi colleghi europei, si prepara a un vertice senza sapere quale sarà il quadro reale, cioè quanto aggressivo e battagliero sarà il presidente. Per lei c’è un motivo di incertezza in più: incontrerà per la prima volta l’ex amico del cuore dopo le sberle che i due si sono scambiati di ritorno dal G7 di Evian. Un incontro bilaterale non è previsto e forse in questo momento non sarebbe neppure consigliabile ma le occasioni di incrociarsi non mancheranno e, con un tipo simile, è una situazione potenzialmente esplosiva.
Ieri Meloni si è sentita al telefono con Erdogan, per fare il punto su uno dei temi all’ordine del giorno a cui l’Italia tiene particolarmente. La minaccia che grava sull’Europa sul «Fianco sud». Secondo la premier, equivale a quella che potrebbe arrivare da est. Le truppe russe e i poveracci sui barconi per lei pari sono. Pare che su questo piano lei e il turco si siano intesi perfettamente.
Poi c’è l’Ucraina e qui l’Italia ha dovuto arrendersi. Il vertice deciderà uno stanziamento di 140 miliardi nel biennio 2026-27 per aiuti non solo militari, e l’Italia, giurano a palazzo Chigi, intende concentrarsi sul sostegno civile. Dal conto vanno sottratti i 60 miliardi di aiuti europei già stanziati. L’Italia aveva chiesto di procedere come fatto sinora, decidendo gli stanziamenti anno per anno, «anche per dare un possibilità in più a una soluzione pacifica» prima della scadenza. Si è trovata in minoranza ed è passato lo stanziamento biennale.
Ma, per quanto importanti, questi capitoli saranno ad Ankara solo il contorno. Il vero tema del vertice è il Burden Shifting, lo spostamento di una parte sostanziosa dell’onere delle spese per la difesa dalle spalle Usa a quelle europee. Questo verrà a reclamare Trump e per l’Italia, che non dispone di spazio fiscale ampio come la Germania, è il passaggio più critico. La premier tenterà di essere reticente. Probabilmente ribadirà l’impegno di arrivare nel 2035 a stanziare il 3,5% del Pil per la difesa e l’1,5% per la sicurezza ma in realtà non è affatto certa di potercela fare. Dunque rivendicherà il salto in due anni dall’1,6 al 2,8% per la difesa, incluso uno 0,71% per la sicurezza. Garantirà l’intenzione irremovibile di proseguire sulla «traiettoria di crescita». Più di questo non può promettere.
Come finanziare l’aumento della spesa militare, sottolineano a palazzo Chigi, non è questione che riguardi la Nato. Significa che non si dovrebbe parlare della spinosa questione del Safe, il prestito europeo agevolato di 14 miliardi. Quella è materia di competenza Ue, non c’è motivo di affrontarla in sede di Alleanza. In materia la situazione è di massima ambiguità. Due giorni fa il ministro della Difesa Crosetto si è detto convinto che l’Italia accederà al prestito in modo da poter coprire gli impegni non di quest’anno ma del prossimo. Prima però è necessario un passaggio parlamentare per nulla facile, date le resistenze di una Lega troppo disperata per non irrigidirsi. Sul Purl, l’acquisto di armi americane per l’Ucraina che è un altra faccenda non secondaria per Donald il Mercante, l’Italia ha già deciso di rispondere picche. Tenterà però di indorare la pillola sottolineando che in fondo le armi si comprano sempre, almeno quasi tutte, dagli Usa. Che problema c’è?
Nel complesso il governo ostenta ottimismo. Ritiene improbabili mosse clamorose come un sostanziale disimpegno americano, considerando che gli Usa hanno in fondo tanto bisogno della Nato quanto gli alleati. Ma per tutti, e per l’Italia più che per gli altri, l’incognita è cosa, oltre ai quattrini, chiederà agli alleati un Trump furibondo per il mancato appoggio totale alla sua guerra in Iran. L’esito del vertice, per Meloni, dipende in parte anche da quel capitolo che in agenda non c’è ma sul quale difficilmente il Furioso sorvolerà.
Commenta (0 Commenti)4 luglio Papa Leone ha scelto di trascorrere il 250ennale a Lampedusa, isola simbolo dell’immigrazione
LEGGI ANCHE Lefebvriani, appello del papa per evitare l’onta dello scisma
Striscione di benvenuto per papa Leone a Lampedusa – AP Photo/Alessandra Tarantino
L’America è sempre stata «sinonimo di libertà. Mentre il Paese apriva le porte a ondate successive di immigrati, consentendo a loro e ai loro figli di contribuire a plasmare il futuro della nazione».
È il discorso tenuto da papa Leone – «orgoglioso figlio» degli Stati uniti, dice – alla vigilia del 4 luglio e del suo viaggio a Lampedusa – in videocollegamento con Philadelphia dove gli è stata conferita la Liberty Medal.
Il presidente Usa lo aveva invitato a festeggiare il 250ennale della dichiarazione di indipendenza a Washington, Prevost ha scelto di trascorrerlo a Lampedusa, isola simbolo dell’immigrazione. In aperto contrasto con le politiche dell’amministrazione Trump.
Commenta (0 Commenti)
Sgomberati all’alba e picchiati dalla polizia i lavoratori e i sindacalisti dell’azienda «Acca» in provincia di Prato. Nella lotta contro lo sfruttamento, il lavoro nero e l’evasione fiscale della logistica cinese, lo Stato sceglie di schierarsi con i caporali del settore moda
Guardie del torto La manifestazione contro i licenziamenti partita il 20 giugno, dopo la denuncia degli imprenditori sono arrivate ieri le forze dell’ordine
LEGGI ANCHE Uil chiama Cgil e Cisl: l’unità smussa le critiche a Meloni
Lo sgombero del presidio dei lavoratori ai magazzini Acca di Seano – foto Aleandro Biagianti
La polizia li ha sgomberati con la forza alle sette del mattino, trascinando via una quindicina di operai in presidio e tre sindacalisti del Sudd Cobas che dal 20 giugno scorso manifestavano in via Copernico a Seano, di fronte al deposito della logistica cinese Acca. Una protesta partita quando la società aveva annunciato la chiusura del magazzino e il licenziamento di un centinaio di lavoratori; segnata pochi giorni dopo dal violento assalto al picchetto operaio da parte di oltre 200 titolari dei pronto moda della zona, tre dei quali erano stati arrestati.
CHIUSA ora con l’intervento delle forze dell’ordine, inviate dalla procura pratese dopo la denuncia di una cinquantina di imprenditori, tutti cinesi, che hanno accusato i sindacalisti di violenza privata. Lo sgombero, il primo da quando il sindacato di base ha avviato una protesta a tappeto nell’area pratese per rispondere ai molteplici casi di sfruttamento e lavoro nero che connotano il cosiddetto «distretto parallelo» di produzione, confezionamento e spedizione di capi di abbigliamento, ha provocato un’ondata di proteste. Il presidente della provincia di Prato, Simone Calamai, aveva convocato nei giorni scorsi due incontri per cercare una mediazione fra le parti, cui era seguita anche un’assemblea pubblica. Ma intanto i titolari della Acca e dei pronto moda avevano incaricato i loro avvocati di rivolgersi alla procura per far sloggiare in un modo o nell’altro i manifestanti e sbloccare le merci in magazzino, del valore stimato di circa 200mila euro. Mentre un messaggio circolato su Wechat, app utilizzata dalla comunità orientale, invitava a una «mobilitazione dei cinesi» contro il «sindacato dei lavoratori neri».
FURIBONDO Luca Toscano, che del Sudd Cobas è uno dei portavoce: «Abbiamo assistito a delle scene incredibili, operai e sindacalisti trascinati sull’asfalto, caricati su un pullman e portati in questura. È uno scempio, una vergogna che la polizia alzi le mani contro degli operai che pacificamente stanno difendendo il loro posto di lavoro. Trattati così perché contestiamo un’azienda che è sotto processo per 71 milioni di euro di frode fiscale, ed è anche accusata di caporalato e sfruttamento.
Due anni fa questi lavoratori venivano aspettati sotto le loro case e bastonati perché chiedevano un contratto regolare. Evidentemente una scatola di vestiti vale più della vita degli operai». E ancora: «È bastata la lagna di qualche pronto moda per la merce ferma in magazzino per scatenare un’operazione di polizia impressionante e fare carta straccia del diritto di sciopero e dell’articolo 40 della Costituzione. Così oggi ha vinto la mafia, perché lo Stato va in suo soccorso. Oggi festeggiano i caporali, gli evasori fiscali. Non hanno bisogno di impugnare le spranghe, è lo Stato che garantisce agli imprenditori di continuare a sfruttare, evadere e poi fare i ‘chiudi e riapri’. Qualcuno dovrà spiegare alla città di Prato e al paese questa vergogna».
NON È LA PRIMA VOLTA che la Acca Srl di Seano finisce sui media: è la stessa azienda che due anni fa ha visto gli operai impegnati in una dura, vittoriosa battaglia sindacale per vedersi riconoscere il diritto al contratto, a paghe e orari fissi, e che ha visto ben sei episodi di aggressione, talvolta anche a bastonate, a lavoratori e sindacalisti. L’azienda, che fa capo alla multinazionale Xinsitong, nei giorni del presidio effettuava «spedizioni fantasma» e organizzava il carico-scarico di merce in strada con lavoratori al nero per bypassare lo sciopero. Quanto alla chiusura del magazzino, il Sudd Cobas assicura che ne sia già pronto un altro, a qualche centinaio di metri di distanza, «da riaprire con nuovi schiavi dopo aver licenziato i vecchi dipendenti». Il sindaco di Carmignano (di cui Seano è una frazione), Edoardo Prestanti, ricorda: «Non è un caso isolato, riguarda un intero sistema economico illegale».
Poteste dalla Cgil e dai consiglieri regionali Lorenzo Falchi di Avs e Luca Rossi Romanelli dei 5stelle: «Invece di concentrare l’attenzione su ciò che accade dentro l’impresa, vengono puniti i lavoratori e le organizzazioni sindacali che li stanno sostenendo. È urgentissimo un confronto con prefettura, ispettorato del lavoro, Inps, Inail, Asl Toscana centro, enti locali e autorità competenti». «Quel che è accaduto è una forzatura inaccettabile che inasprirà i rapporti senza portare alcuna soluzione», chiude il governatore Eugenio Giani.
Commenta (0 Commenti)Legge elettorale La Presidente del Consiglio deve scegliere tra il centrodestra e la destra destra
LEGGI ANCHE Il governo frena sul Melonellum. Pesano Vannacci e preferenze
Giorgia Meloni – foto Cecilia Fabiano/LaPresse
Non è questione di preferenze. Non è neppure solo questione dei conti che, pallottoliere alla mano, gli alleati di FdI, fanno chiedendosi se non gli converrebbe far finta di niente e votare con una legge, il Rosatellum, che spunterebbe le unghie a Vannacci.
Il fatto è invece che la stretta sulla legge elettorale e l’irruzione sulla scena di un competitor agguerrito a destra fa emergere tutte le tensioni latenti e sin qui nascoste all’interno del centrodestra. Tensioni terragne, perché i seggi da spartirsi, e per FdI da “regalare” agli alleati, saranno comunque molti meno che nell’irripetibile 2022. Ma anche tensioni realmente politiche, perché la presenza di Vannacci sul fronte destro e la fibrillazione di Marina Berlusconi su quello centrista costringono la premier, che adora tenersi nel mezzo, a caratterizzare la coalizione che guida in un senso o nell’altro.
Qualche giorno fa Marina Berlusconi ha preso l’iniziativa, ha telefonato a Meloni non per discutere sul che fare ma per avvertirla che l’eventuale arrivo in coalizione di Fn spingerebbe gli azzurri a tirarsene fuori. È una forzatura della “padrona” nei confronti del suo stesso partito, nelle cui file molti, di fronte allo spettro della sconfitta, sarebbero invece disposti a bere dall’amaro calice.
Ma tant’è. Con sincronia quasi perfetta Vannacci ha assicurato che il suo partito è nato «per dialogare col centrodestra», ponendo però paletti tali, quelle che lui definisce «linee rosse», che implicherebbero un secco spostamento della attuale maggioranza sulle posizioni della destra più radicale: neppure il Rassemblement national di Marine Le Pen ma la AfD tedesca.
In realtà, da quel che filtra dallo stato maggiore del generale, Vannacci preferisce di gran lunga tenersi fuori dall’alleanza, almeno nelle prossime elezioni. Non può né potrà dirlo perché non vuole assumersi apertamente la responsabilità di provocare la sconfitta della destra, a maggior ragione ora che Meloni ha scelto l’all in facendo del Quirinale parte integrante della posta in gioco. «Chi erige muri, chi dice che noi non siamo compatibili, chi dice che non farà mai un’alleanza con noi sono gli altri, non noi», ha tuonato ieri e lo ripeterà di qui alle elezioni.
In compenso Vannacci alzerà sempre più i paletti per costringere la maggioranza a dichiarare impossibile l’accordo. Le «linee rosse», in fondo, servono proprio a questo. L’obiettivo è continuare a crescere, sia che Meloni ce la faccia comunque sia che invece finisca sconfitta, per poi trattare la necessaria alleanza con FdI e probabilmente anche con la Lega partendo da una posizione di forza, in nome di una politica di destra e basta, senza legacci centristi di mezzo.
Per Meloni non si tratta solo di un dilemma tattico in vista delle prossime elezioni. In ballo c’è una scelta identitaria. Lasciare a Vannacci il monopolio della destra radicale, slittando inevitabilmente su posizioni più centriste, è un’opzione che la ex missina neppure contempla. Ma allo stesso tempo non può neppure spostarsi sul terreno dei “futuristi” col rischio di spingere gli azzurri verso la porta d’uscita, di rompere con l’Europa e oltretutto di dover subire continuamente l’iniziativa del rivale.
Il vicolo cieco in cui Meloni si trova oggi è anche conseguenza della rigidità con cui difende una legge elettorale cucita a misura di una maggioranza priva di nemici a destra. Tra le sirene che echeggiano in questi giorni nei ranghi di una maggioranza più allo sbando di quanto appaia aleggia non a caso l’ipotesi di alzare la soglia del premio di maggioranza dal 42 al 45%. Forse per Meloni quella sarebbe oggi l’opzione migliore: probabilmente nessuno raggiungerebbe la soglia e lei, come leader del partito di maggioranza relativa, avrebbe comunque margini di gioco ampi. Ma una simile sterzata contrasta sia con l’ideologia maggioritaria che con il carattere poco elastico di Meloni.
Addossare alla scomoda presenza di Vannacci i grossi guai della maggioranza e della sua leader sarebbe però confondere un sintomo con la malattia. Alle origini della crisi ci sono la sconfitta referendaria e lo scacco matto subìto in politica estera in seguito alla rottura con Trump. Ieri sera, per l’Indipendence Day, a Villa Taverna si sono presentati tutti tranne Meloni e il più perentorio è stato La Russa: «Tra noi e gli Usa non ci sono ponti da ricostruire perché nessun ponte è stato abbattuto». Peccato che non sia vero.
Commenta (0 Commenti)Striscia continua Oltre 2,4 milioni di persone a Gaza vivono in condizioni di bombardamenti continui, sfollamenti e privazioni sistematiche. L’offensiva israeliana ha provocato una distruzione massiccia delle infrastrutture: oltre il 90% della Striscia
LEGGI ANCHE Le ferite di guerra ridisegnano Gaza. Il calcio rinsegna a vivere
Un bambino palestinese cammina lungo una strada circondata da edifici distrutti dagli attacchi militari israeliani a Khan Yunis – AP/Abdel Kareem Hana
A mille giorni dall’inizio della guerra in corso a Gaza, i dati ufficiali diffusi dall’ufficio stampa governativo rivelano una delle più gravi catastrofi umanitarie della storia moderna. L’entità della distruzione, delle perdite di vite umane e del collasso umanitario riflette una situazione senza precedenti che colpisce ogni aspetto della vita nel territorio.
Oltre 2,4 milioni di persone a Gaza vivono in condizioni di bombardamenti continui, sfollamenti e privazioni sistematiche. L’offensiva israeliana ha provocato una distruzione massiccia delle infrastrutture: oltre il 90% della Striscia.
DAL 7 OTTOBRE 2023 è stata confermata l’uccisione di oltre 73mila palestinesi, mentre circa 9.500 persone risultano ancora disperse, molte delle quali si ritiene siano sepolte sotto le macerie. Bambini e donne rappresentano una percentuale significativa delle vittime: oltre 21.500 i primi, 12.500 le seconde. Migliaia di famiglie sono state completamente sterminate o ridotte a un unico sopravvissuto. Il bilancio umanitario tra i bambini è particolarmente devastante: oltre 520 neonati sono venuti al mondo solo per essere uccisi poco dopo, mentre più di mille bambini di età inferiore a un anno sono morti a causa dei bombardamenti, della fame o della mancanza di cure mediche. Migliaia di madri e padri hanno perso la vita, lasciando orfani decine di migliaia di bambini.
Sono stati inoltre numerosi gli attacchi mirati alle infrastrutture civili essenziali. Sono stati uccisi oltre 1.700 operatori sanitari, 262 giornalisti e 145 membri della protezione civile, con un grave impatto sui servizi di emergenza. Il sistema sanitario è stato spinto sull’orlo del collasso, con ripetuti attacchi a ospedali, ambulanze e strutture mediche. Il numero dei feriti ha superato le 173mila persone, di cui oltre 40mila soffrono di disabilità permanenti; amputazioni, cecità e paralisi. Migliaia di casi richiedono riabilitazione a lungo termine e cure specialistiche, oggi non disponibili a causa del collasso della sanità.
IL SETTORE È STATO quasi completamente sopraffatto. Decine di ospedali e centri di assistenza sanitaria di base sono stati distrutti o costretti a chiudere, mentre le flotte di ambulanze e i sistemi di pronto intervento sono stati ripetutamente presi di mira. La grave carenza di medicinali, carburante e forniture mediche ha aggravato la crisi causando decessi evitabili per fame, malattie e patologie non curate.
Anche il sistema educativo è stato devastato. Tutte le scuole di Gaza hanno subito danni di varia entità, con una percentuale elevata di edifici parzialmente o completamente distrutti. Più di 20mila studenti sono stati uccisi e centinaia di migliaia di bambini sono stati privati dell’istruzione. Anche le università hanno subito gravi danni o sono state distrutte, mentre centinaia di insegnanti, docenti universitari e ricercatori sono stati uccisi.
La distruzione di abitazioni e infrastrutture ha raggiunto livelli catastrofici. Più di 335mila unità abitative sono state completamente distrutte, mentre altre centinaia di migliaia sono state parzialmente danneggiate o rese inabitabili. Di conseguenza, più di due milioni di persone sono state sfollate con la forza, molte delle quali vivono in rifugi sovraffollati o in tende provvisorie prive dei beni di prima necessità.
I rapporti indicano che oltre 346 centri di accoglienza e sfollamento sono stati presi di mira, aggravando le condizioni umanitarie già gravi. Più di 130mila tende sono diventate inabitabili a causa dell’usura o delle condizioni meteorologiche, lasciando le famiglie esposte a condizioni estreme.
ATTRAVERSO IL BLOCCO e la chiusura dei valichi di frontiera, per oltre 650 giorni Israele ha impedito l’ingresso di centinaia di migliaia di camion di aiuti. Decine di centri di distribuzione alimentare e mense comunitarie sono stati attaccati, contribuendo ad aggravare la carestia. Sono state segnalate centinaia di morti per fame e malnutrizione, tra cui bambini e pazienti vulnerabili.
Anche il settore agricolo ha subito gravi ripercussioni, con oltre l’87% dei terreni agricoli distrutti o resi inutilizzabili. I settori dell’allevamento e della pesca hanno subito perdite ingenti, riducendo ulteriormente la disponibilità di cibo all’interno della Striscia. Il costo economico complessivo della distruzione è stimato in oltre 80 miliardi di dollari in perdite dirette in 15 settori principali, tra cui edilizia abitativa, sanità, istruzione, agricoltura, industria e infrastrutture. Ciò riflette un crollo quasi totale dei sistemi economici.
MENTRE IL GENOCIDIO raggiunge il traguardo dei mille giorni, Gaza si trova ad affrontare un’emergenza umanitaria senza precedenti, caratterizzata da distruzione diffusa, sfollamenti di massa e collasso sistemico dei servizi essenziali. La situazione continua a deteriorarsi, con avvertimenti urgenti da parte delle organizzazioni umanitarie sulle conseguenze a lungo termine qualora la crisi dovesse protrarsi.
Gaza rimane un simbolo della sofferenza umana in un conflitto prolungato, dove le statistiche non riflettono solo numeri, ma milioni di vite individuali colpite dalla guerra, dagli sfollamenti e dalle perdite.
Commenta (0 Commenti)