I rappresentanti dell’opposizione si dimettono dalla commissione di vigilanza bloccata per quasi due anni dalla destra perché voleva imporre un proprio nome alla presidenza Rai. La mossa della minoranza alla vigilia della presentazione dei palinsesti targati Meloni per provare ad arginare l’ingordigia della premier piglia tutto in vista delle elezioni politiche
Stop al televoto Si ritirano gli esponenti delle opposizioni, seguiti dalla maggioranza L’organismo di garanzia, fermo da anni, certifica il suo fallimento. In ballo anche il rispetto del Media freedom act. Anche l’Usigrai contro lo stallo della maggioranza
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La decisione arriva quando mancano ventiquattr’ore dalla presentazione dei palinsesti Rai, prevista per oggi ad Ancona: tutti i membri d’opposizione della commissione di vigilanza hanno deciso di dimettersi, certificando la definitiva estinzione dell’organismo che avrebbe dovuto, in questi quattro anni di legislatura, controllare e monitorare il servizio pubblico radiotelevisivo e le piattaforme digitali ad esso collegato. La scelta, si apprende, era in gestazione da tempo. Perché era chiaro che i lavori della vigilanza, dopo il fallimento della destra nella votazione alla presidenza della consigliera Simona Agnes, erano impediti dalla stessa maggioranza. Il blocco dei lavori di un organismo di garanzia appare una volta di più, in tempi di all in sulla legge elettorale, come emblema dell’allergia della destra ai pesi e contrappesi costituzionali.
C’È VOLUTO un po’ di tempo, da quanto trapela, a convincere la componente pentastellata al passo indietro. Cosa non facile anche perché il Movimento 5 Stelle esprimeva la presidenza della commissione: Barbara Floridia si è trovata nella scomoda posizione della mediatrice. «Non era mai accaduto nella storia della nostra Repubblica che un organo di garanzia fosse tenuto in ostaggio di chi governa – denuncia Floridia spiegando la sua scelta in una lettera aperta – E io con esso. Non ha più alcun senso presiedere una commissione ormai svuotata delle proprie funzioni, tenuta artificialmente in vita dalla maggioranza solo per fornire una foglia di fico a decisioni che vengono prese altrove, dal governo, sulle spalle di milioni di cittadini che ogni anno pagano il canone».
L’ORMAI EX presidente della commissione fa poi riferimento alla procedura d’infrazione che incombe sull’Italia per il mancato adeguamento alle norme del Media Freedom Act, il regolamento europeo vincolante che prevede, ad esempio, che il servizio pubblico si regga su nomine indipendenti dalla politica e con fondi certi e stabili nel tempo che consentano la programmazione editoriale e industriale.
«RITENIAMO CHE la commissione non sia più nelle condizioni di esercitare la propria funzione istituzionale di vigilanza – dicono i capigruppo di minoranza Stefano Graziano, per il Partito democratico, Dario Carotenuto, per il Movimento 5 Stelle, Angelo Bonelli e Peppe De Cristofaro, per Alleanza Verdi Sinistra e Maria Elena Boschi, per Italia viva in un comunicato congiunto – Restare al suo interno significherebbe abdicare alla funzione di controllo democratico e avallare un uso sempre più partitico del servizio pubblico. Le nostre dimissioni chiedono di restituire ai cittadini una Rai libera, autonoma e realmente pluralista». Passano un paio d’ore e anche i membri della destra comunicano il loro passo indietro: «Anche noi ci dimettiamo dalla commissione di vigilanza Rai che è stata occupata, sequestrata e strumentalizzata in maniera irresponsabile dalla sinistra – fanno sapere – Questa ha sfruttato cinicamente la legge sulla Rai, che prevede una maggioranza di due terzi per eleggere il presidente e che noi in questi mesi stiamo cercando di cambiare. È anomalo, infatti, che il presidente della Rai dopo un certo numero di votazioni non possa essere eletto a maggioranza, eventualità che invece è prevista perfino per la carica di Presidente della Repubblica».
LA VERSIONE della maggioranza prevede che le opposizioni abbiano hanno strumentalizzato le norme impedendo alla Rai di avere il
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Commenta (0 Commenti)Dietro la collina Slitta al 14 luglio l’approdo in aula del testo. Meloni teme l’offensiva di Vannacci
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La premier Giorgia Meloni – Riccardo Antimiani/Ansa
Un vicolo cieco, o meglio un bivio dove qualsiasi decisione alla fine avrà un prezzo alto. Questa è la situazione in cui è finita Giorgia Meloni alla vigilia dell’arrivo in aula della legge elettorale: la partita delle preferenze è diventata uno snodo politico della maggioranza e della sfida con Roberto Vannacci.
NEL DUBBIO, come prevedibile, la maggioranza ha preso tempo: ieri la capigruppo della Camera ha calendarizzato la discussione e il voto finale della legge nella settimana del 14 luglio, una settimana più in là di quanto previsto inizialmente. E anche le giustificazioni presentate dal centrodestra (i ritardi dei treni e l’iniziativa delle opposizioni a Napoli) si sono sciolte come neve al sole. «Leghiamo la legge elettorale ai treni? Questa mi è nuova», ha detto ieri il ministro dei Trasporti Salvini, «Ci sono dei ritardi ma sono convinto che deputati e senatori riusciranno a raggiungere il loro luogo di lavoro». Evidentemente non gli era andato giù che tra tutte le giustificazioni possibili ne fosse stata usata una che apriva a nuovi attacchi verso di lui. La Lega intanto ha fatto muro anche sul voto fuorisede: con il meccanismo immaginato da FdI gli studenti del Sud che studiano al Nord potrebbero togliere voti proprio dove il Carroccio è forte. Poi Salvini ha aggiunto una postilla: «Non sono appassionato né esperto di leggi elettorali, non partecipo a riunioni». Il messaggio è lampante.
DALL’ULTIMO VERTICE degli sherpa del centrodestra è uscito un nulla di fatto, e in agenda per ora non ce sono stati segnati di nuovi. Segno che la mediazione non è più a un livello tecnico ma solo politico, in FdI sono a lavoro per una nuova riformulazione dell’emendamento della discordia ma sono diventati dettagli. La matassa può essere sbrogliata solo da un incontro dei tre leader della coalizione, ma anche questo non dovrebbe avvenire prima della prossima settimana. Persiste lo stallo, i Fratelli contro tutti, dal momento che né Lega né Forza Italia hanno mostrato segnali di apertura. Ieri Riccardo Molinari, capogruppo leghista a Montecitorio, è stato netto: «Questa legge è un accordo nella maggioranza, una legge chiesta in primis da FdI in nome della stabilità. Noi siamo radicati sul territorio e ritenevamo che il modello migliore fosse quello attuale. Abbiamo accettato la riforma ma ora non si possono mettere in discussione altri pezzi». Le preferenze, ha aggiunto, «hanno lo scopo di rafforzare i partiti più forti, FdI e Pd. E gli italiani hanno votato un referendum per toglierle nel ’91».
MA ANCHE a fronte delle reiterate chiusure Meloni, raccontano, è sempre più incaponita, vuole che le preferenze entrino nel testo. Il motivo è uno solo, la concorrenza di Roberto Vannacci. L’ex generale ha fiutato in fretta l’occasione, ha depositato un emendamento e ancora ieri ha pungolato la premier: «So già cosa succederà, ci sarà qualche gruppo politico, Calenda, Noi moderati o Forza Italia, che chiederà il voto segreto e le affosserà senza metterci la faccia, un imbroglio». Sa di trovarsi in una posizione win-win: se dovesse riuscire a far forzare la mano a Meloni, potrà dire di essere in grado di condizionare il centrodestra e avrà messo la prima crepa nell’alleanza con l’ala moderata della coalizione, l’obiettivo che ha messo nel mirino. I tre partiti citati non sono scelti a caso. Provocazione su provocazione: «Se Fn continuerà a crescere nei sondaggi Meloni farà arenare la legge e rinuncerà al premio di maggioranza», ha detto ancora Vannacci.
SU QUESTO PUNTO un dietrofont è inverosimile. L’attuale Rosatellum in questo momento sarebbe una debacle per il centrodestra che perderebbe quasi tutti i collegi al Sud, ma la crescita di Vannacci metterebbe a rischio anche quelli del Nord, togliendo ogni margine di trattativa nell’elezione del capo dello Stato. Il Melonellum invece conterrebbe i danni anche in caso di sconfitta. Ma sulle preferenze l’affondo di Vannacci ha colto il segno e messo Meloni nella situazione speculare, per la premier è un gioco a perdere. Se dovesse cedere e forzare con gli alleati metterebbe a rischio l’intera riforma creando una frattura quasi insanabile nella maggioranza; se invece rinunciasse perderebbe credibilità, dato che le preferenze sono una sua battaglia quasi identitaria, e offrirebbe il fianco all’ex generale. Che a quel punto potrebbe attaccarla ancora, presentandola come debole e cedevole, una critica che a destra pesa. Ma nella maggioranza sono comunque convinti: la premier alla fine cederà, non si spingerà fino al punto di rottura facendo crollare l’intera riforma. Resta dunque da capire solo quale sarà l’exit strategy.
Commenta (0 Commenti)Prima “comunità” a Rafah Entreranno solo cibo e caravan, ma nessun mezzo per ricostruire: mera sopravvivenza
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Una tendopoli creata nello stadio Yarmouk di Gaza City – foto Abdel Kareem Hana/Ap
Il Board of Peace è una strana creatura: presentata dal suo ideatore Donald Trump come modello risolutivo e privatistico delle crisi internazionali – a partire dal laboratorio Gaza – rimane un’entità misteriosa. Scomparso dalle cronache per mesi, è riapparso una settimana fa quando Politico ha dato notizia di una presunta riunione operativa «per aggiustare la strategia» da tenersi il 30 giugno e il primo luglio a Cipro, noto alleato israeliano e suo terreno di conquista. Per due giorni non era chiaro se la riunione si fosse mai svolta: alle domande dei giornalisti ciprioti, fonti governative hanno glissato.
NON ERA STATO nemmeno annunciato quale «braccio» del Board of Peace avrebbe dovuto riunirsi e quali personalità avrebbero partecipato. E di personalità ce ne sono tante a partire dai vertici, ovvero gli inviati speciali di Trump, Steve Witkoff, Jared Kushner e Tony Blair. L’ex premier britannico, noto distruttore di paesi, era dato in arrivo a Nicosia lunedì per una visita al presidente Christodoulides. È stata cancellata.
Alla fine ieri sera è stato l’account X del BoP a dare conto del presunto vertice in un post senza immagini: rappresentanti del National Committee – governo tecnico inventato dal BoP e composto di personalità palestinesi – e del Tony Blair Institute avrebbero discusso di «iniziative e progetti per migliorare le condizioni sul terreno…piani di ricostruzione, sicurezza e governance».
Non si sa se a pesare sia l’evanescenza del piano o dei quattrini (dei 17 miliardi di dollari promessi dagli aderenti, non ne è stato incassato nessuno). Di certo l’idea di fondo – una ricostruzione atta a realizzare la pulizia etnica dei palestinesi e a puntellare l’occupazione israeliana – non è stata intaccata da mesi di afasia e apatia. A raccontarlo è il quotidiano Israel Hayom che ieri ha dato conto dell’avanzamento di un progetto svelato nel gennaio 2026 da Drop Site News e dal Guardian: se all’epoca si parlò di «comunità sicure», zone chiuse in cui relegare fino a 25mila palestinesi selezionati a monte dall’intelligence israeliana, Israel Hayom – citando fonti interne – parla di un progetto pilota di «rifugi umanitari» nell’area di Tel Sultan, a Rafah, secondo quanto previsto dal punto 17 del piano Trump.
«RIFUGI» CHE SIANO prima di tutto Hamas-free, sorvegliati da forze multinazionali da installare a Camp Amitai, lungo il confine con la Striscia. I civili lì ammassati riceverebbero aiuti umanitari e caravan e sarebbero oggetto di una «riabilitazione», per rompere la dipendenza sociale dal movimento islamista.
Il campo sarà un modello di gestione della popolazione – continuano le fonti di Israel Hayom – per il resto della Striscia non occupata stivali a terra dalle truppe israeliane, oggi meno del 40%. L’obiettivo è la creazione di isole dove concentrare la popolazione mentre oltre la metà della Striscia sarà svuotata (gia lo è) e sottoposta al controllo diretto di Tel Aviv. In questo modo, «attraverso una manovra a tenaglia, l’Idf continuerà a consolidare il proprio controllo sul territorio e a sottrarre ulteriori aree ad Hamas…l’auspicio è che Hamas rimanga privo di gente, territorio e risorse e ciò consenta di giungere alla sua eliminazione».
Nessun ritiro, ricostruzione (nemmeno nei «rifugi umanitari»: entreranno case mobili, non un grammo di cemento o materiale da costruzione) o presenza politica palestinese: né al National Committee né all’Autorità nazionale di Ramallah sarà permesso mettere piede a Gaza con Hamas ancora presente, nelle sue ali politica e militare.
IL BOARD OF PEACE prosegue nella sua idea del dopoguerra di Gaza, una terra dedita alla mera sopravvivenza, sorvegliata e prigioniera in spazi ancora più piccoli dei precedenti. I lavori, di fatto, sono in corso: già a gennaio Forensic Architecture aveva denunciato il livellamento di ampi appezzamenti di terra nei pressi di Rafah in preparazione delle future «comunità sicure», quelle che esattamente un anno fa il ministro della difesa Israel Katz aveva battezzato «città umanitarie», destinate a fare da prigione (impossibile entrare e uscire).
I CRIMINI DI GUERRA che tali progetti portano con sé sono svariati. Deve essere per questo che – come ha rivelato il Guardian – il Board of Peace avrebbe redatto una bozza di risoluzione per regalare a se stesso come entità e ai suoi membri (comprese forze militari e contractor privati) l’immunità da «arresti, detenzione o procedimenti legali» per qualsiasi atto illegale compiuto a Gaza. «In pratica dicono che non ci sarà alcuna supervisione esterna, compreso il diritto internazionale», ha commentato la docente palestinese Noura Erakat.
Chi, secondo il Bop, non ci sarà è Unrwa, l’agenzia Onu per i rifugiati palestinesi, colonna portante del sistema umanitario interno e tra i nemici numero uno di Israele (la sua esistenza è un promemoria politico: il diritto al ritorno): in un tweet, ieri, il Board of Peace ha escluso la sua «presenza nella nuova Gaza».
Commenta (0 Commenti)Netanyahu lancia la sua campagna elettorale: linee guida ai membri del Likud per affossare i rivali e presentazione del programma. Nessun ritiro da Siria, Palestina e Libano e nuove offensive all’orizzonte. Israele deve «vivere di spada», per sempre
Io sono la guerra Il premier israeliano propone un governo ampio per mantenere aperti tutti i fronti regionali e realizzare l'«emigrazione volontaria» da Gaza. Al Likud il compito di affossare il rivale più temibile, Eisenkot
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Un soldato israeliano su un carro armato al confine con il Libano – Ariel Schalit/Ap
La campagna elettorale sarà una lotta all’ultimo respiro nella destra israeliana che, con sfumature diverse, rappresenta gran parte dell’elettorato israeliano. Benyamin Netanyahu intende affrontare a muso duro il suo avversario più credibile, l’ex capo di stato maggiore Gadi Eisenkot, leader del partito Yashar. E lo farà battendo il pugno sul tavolo, senza offrire novità rispetto alle politiche che abbiamo conosciuto in questi ultimi anni: guerra infinita nella regione e negazione del diritto dei palestinesi a qualsiasi forma di indipendenza e sovranità territoriale, accompagnate da una decisa spinta all’«emigrazione volontaria» della popolazione di Gaza e del resto dei Territori occupati.
Il suo partito, il Likud, ha lanciato ieri un’offensiva politica e mediatica a sostegno della sua candidatura all’ennesimo mandato di primo ministro, distribuendo a ministri e deputati un documento con le linee guida da seguire. Il testo, riferisce il giornale Maariv, si concentra su tre punti principali. Il primo invita a presentare Netanyahu come l’artefice dell’indebolimento dell’Iran e di Hezbollah e di uno «storico risultato» in Libano, perché ha ottenuto che l’esercito israeliano continui a occupare le regioni meridionali del paese dei cedri con il consenso degli Stati Uniti e dello stesso governo di Beirut. Il secondo è dedicato allo scontro con Eisenkot.
I membri del Likud affermeranno che solo Netanyahu è in grado di guidare una futura coalizione nazionale, fondata sul rifiuto di uno Stato palestinese e sulla difesa del carattere ebraico dello Stato di Israele. Eisenkot viene invece descritto come un «esponente della sinistra» – cosa non vera, tenendo conto delle posizioni espresse dal generale – che avrebbe manifestato dubbi sull’attacco all’Iran e sarebbe pronto ad aprire a un ruolo dell’Autorità nazionale palestinese (Anp). L’ultimo punto riguarda il processo per corruzione a carico del premier. Il Likud chiede di ripetere ovunque che il procedimento «è solo una persecuzione politica» per estromettere il leader della destra israeliana.
L’altro giorno, nelle prime interviste concesse all’apertura, di fatto, della campagna elettorale, Netanyahu è stato molto chiaro a proposito di ciò che farà, o meglio continuerà a fare, se il voto previsto in autunno lo confermerà alla guida di Israele. Ha parlato di un «governo nazionale allargato». In realtà intende riproporre la maggioranza uscente, guidata dal Likud e formata da partiti di estrema destra e religiosi ultraortodossi, e proseguire la contestata riforma giudiziaria.
Un esecutivo, ha detto, che dovrà consentirgli di raggiungere la «vittoria totale» contro l’Iran e i suoi alleati. «Non finisce mai. Volete vivere in Medio Oriente o nel mondo? Dovete essere molto forti. E noi siamo molto forti. Israele è più forte che mai, abbiamo respinto le minacce e indebolito considerevolmente i nostri avversari. Abbiamo ancora del lavoro da fare. Ci occuperemo di ciò che resta dell’asse iraniano», ha detto Netanyahu a Canale 14, la tv della destra più radicale. Ha quindi enfatizzato l’uccisione di gran parte della leadership di Hamas, Hezbollah e dell’Iran e l’importanza delle «zone cuscinetto» israeliane all’interno dei territori di Gaza, del Libano e della Siria.
Per Netanyahu, Israele dovrà per sempre «vivere di spada» in un mondo pieno di avversari, a suo dire, decisi a distruggerlo. In questo modo ha replicato a chi, all’interno, lo accusa di
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Commenta (0 Commenti)American Psyco La sentenza della Corte suprema tutela la Birthright Citizenship: diritto costituzionale
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Manifestanti reggono cartelli a sostegno della cittadinanza per diritto di nascita davanti alla Corte Suprema degli Stati Uniti
Il tribunale costituzionale ha tenuto per l’ultimo giorno utile dell’anno giuridico in corso l’annuncio di tre importanti sentenze. La Corte suprema ha rimosso gli ultimi limiti all’influsso di finanziamenti privati nelle campagne politiche, ha ribadito il divieto di partecipazione in sport femminili a studentesse trans e, nella decisone più attesa, ribadito lo ius soli iscritto nella costituzione da 160 anni. Il diritto alla cittadinanza per nascita è garantito dal 14esimo emendamento che specifica che «tutte le persone nate o naturalizzate negli Stati uniti e soggette alla giurisdizione di tali Stati sono cittadini degli Stati uniti e dello Stato in cui risiedono»
LA SENTENZA nasce dal ricorso contro il decreto esecutivo firmato da Donald Trump nel giorno del suo secondo insediamento che aboliva la cittadinanza per i figli di «persone non legalmente residenti», compresi immigrati non in regola, studenti, turisti o lavoratori a tempo determinato. La modifica avrebbe radicalmente alterato la concezione di cittadinanza e un pezzo importante dell’idea del paese come congegno di assimilazione. I togati ne hanno respinto la costituzionalità con una maggioranza di 6-3 con una sentenza che ha messo in chiaro i limiti della via giuridica allo stravolgimento costituzionale perseguito dal regime Trump. Lo ius soli è infatti sancito da un testo che non da adito ad ambiguità. Il dissenso di anche solitre giudici riflette quindi il paradosso di una Corte che intende apportare riforme radicali pur dichiarandosi “originalista” cioè fedele alla lettera della carta costituente.
In questo caso quella del 14esimo emendamento approvato alla fine della guerra civile che ha codificato il diritto di nascita «territoriale» per estendere la cittadinanza precedentemente negata agli ex schiavi.
In realtà per le persone bianche il concetto era operativo già dai tempi coloniali ed in seguito è rimasto alla base dell’integrazione dei discendenti di immigrati che hanno costruito la nazione.
PARADOSSALMENTE fra i giudici dissenzienti ci sono gli ultra reazionari Clarence Thomas, discendente di schiavi, e Samuel Alito, figlio di immigrati dalla Calabria e dalla Basilicata. Trump aveva sostenuto che il decreto era necessario per proteggere il bene inestimabile dell’americanità, un «valore della cittadinanza» perorato dal presidente che vende gold card (permessi di soggiorno a fronte di una «donazione» di 1 milione di dollari) ai migliori offerenti e stampa il proprio volto sui passaporti.
Il tentativo di abrogazione dello ius soli si ricollega ad una lunga serie storica di rigurgiti xenofobi codificati in successivi ordinamenti anti immigrazione a partire dal Chinese Èxlusion Act che nel 1882 proibiva l’immigrazione cinese (rimasto in vigore per 60 anni).
ALTRE LEGGI seguirono per contrastare le grandi ondate di immigrazione di fine ottocento e inizio ventesimo secolo, prendendo di mira varie categorie e nazionalità. L’immigration Act del 1917 proibiva l’accesso a «epilettici, alcolizzati e anarchici»; l’Emergency Quota Act del 1921 prendeva di mira soprattutto italiani ed ebrei est europei.
Ogni statuto mirava a gestire l’accesso all’americanità come marcatore di privilegio benessere e «bianchezza». Nessuno era cioè molto rimosso da nozioni classiste, eugenetiche e razziste e c’è una linea diretta che li collega all’attuale regime in cui, ad esempio, il diritto di asilo è di fatto abolito, eccetto per i sudafricani bianchi.
Quella grottesca eccezione indica il tipo di strumento che rimane a disposizione di un regime che ha reso operativa la discriminazione razziale elevando la remigrazione coatta di massa a politica nazionale. La Corte suprema ha sostanzialmente avallato il governo ad ogni passo, compresa la sentenza di lunedì che ha autorizzato la deportazione di centinaia di migliaia di immigrati precedentemente protetti da statuti speciali.
TRUMP AVEVA motivato l’abrogazione dello ius soli con la cittadinanza «impropria» ottenuta da milioni di ispanici attraverso i figli nati su suolo americano, malcelato riferimento alla «diluizione» dell’identità nazionale che riprende concetti di blut und boden ormai apertamente espressi dagli ideologi del regime.
Un altro pretesto frequentemente citato sono le agenzie di viaggio che offrono viaggi di cittadinanza a facoltose partorienti. A questo fenomeno si è riferito Trump con un ironico post che commentava la sentenza di ieri come «grande vittoria per la Repubblica popolare cinese». Confermando che sentenza era gran parte preventivata, su Truth social Trump ha soprattutto invitato il Congresso a perseguire ora l’abrogazione per via legislativa. «Il Congresso – ha scritto – potrà facilmente rettificare la sentenza»: «Un emendamento (costituzionale, ndr) è necessario!».
INTANTO, al netto della preservazione dello ius soli, le ultime sentenze della Corte hanno amplificato a dismisura il potere esecutivo del presidente, oltre ad assegnargli vittorie simboliche nelle “guerre culturali” care alla sua base (l’esclusione delle ragazze trans dagli sport scolastici riguarderà si e no una decina di persone nel paese).
Altre comporteranno conseguenze più vaste, come la decisione che sancisce il concetto di finanziamento ai partiti come «libera e protetta espressione» elettorale, assegnando a lobby industriali e oligarchia un vantaggio politico strutturale in vista dei midetrm.
Commenta (0 Commenti)L’ascesa nei sondaggi del generale Vannacci costringe Meloni a cambiare strategia. Lancia l’esca della conquista del Colle per la destra e dopo aver bruciato i tempi ora rallenta sulla legge elettorale. Dà la colpa ai treni (e a Salvini) ma vuole agganciare i neofascisti di Futuro nazionale
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A Matteo Salvini possono essere imputati tanti guai. Ma lo slittamento della legge elettorale non può essere solo una responsabilità del suo ministero, forse ha un concorso di colpa ma se c’è è per la sciagurata decisione di aver candidato Roberto Vannacci alle elezioni europee di due anni fa. Ad agitare il centrodestra sono le preferenze, che FdI vorrebbe e tutti gli altri no, e la crescita dei sondaggi del generale.
OGGI alle 14 la capigruppo della Camera si riunirà per stabilire il contingentamento dei tempi e la data del voto finale sul Melonellum. Questo era atteso per la prossima settimana, giovedì 9 o al più tardi venerdì 10 luglio: la parola d’ordine, fino a poco tempo fa, era stata «accelerare» per chiudere la pratica alla svelta entro la chiusura estiva del Parlamento, che andrà in ferie il 13 agosto fino alla seconda settimana di settembre. Da ieri mattina, però, nella maggioranza hanno iniziato a ventilare l’ipotesi del dietrofront: aspettiamo almeno un’altra settimana, così da sciogliere tutti i nodi. Le motivazioni addotte sono sostanzialmente due: l’iniziativa delle opposizioni a Napoli l’8 luglio e il caos che investirà le ferrovie la prossima settimana. Mercoledì 7 luglio è previsto uno sciopero, mentre per tutta la settimana sarà bloccato lo snodo di Firenze per i lavori programmati sul cavalcaferrovia «Ponte al Pino» che rallenteranno le corse e diminuiranno i treni. Per cui arrivare a Roma sarebbe troppo complicato per voti così delicati.
MOTIVAZIONI reali, ma credibili fino a un certo punto, anche alla prova dei fatti: le opposizioni avranno un’altra iniziativa anche la settimana successiva a Padova, e gli stessi identici lavori riprenderanno nella settimana del 26 luglio. E poi nel corso di questa legislatura, incluso l’iter del Melonellum, mai si era vista tanta delicatezza nel maneggiare il calendario e gli impegni delle minoranze: per approvare entro la fine dell’anno la riforma della Corte dei conti il Senato fu convocato sabato 26 dicembre, senza contare le maratone notturne e le sedute fiume che hanno accompagnato anche i lavori in commissione della legge elettorale.
I NODI in realtà sono due, le preferenze tanto chieste dai Fratelli e i sondaggi di Futuro nazionale. Ieri sera gli sherpa di maggioranza si sono riuniti per cercare una sintesi. Dopo oltre due ore di conclave in via della Scrofa hanno comunicato di «aver valutato tempi e modi del proseguimento dei lavori. Dopo la capigruppo di domani proseguiranno altri incontri». «Di preferenze si è parlato marginalmente. Noi le vogliamo, non cambia la nostra posizione», ha detto Giovanni Donzelli di Fdi: la mediazione non c’è.
I FRATELLI hanno portato nelle ultime settimane diverse opzioni a Forza Italia e Lega, per motivi diversi molto ostili alla loro introduzione. Il «modello europee», ovvero con il nome del candidato da scrivere sulla scheda, è vissuto come una competizione interna al partito che non farebbe bene. Ma anche le altre prospettive non piacciono: un tentativo di mediazione è stato fatto con il «modello Toscana», un capolista bloccato con un listino di cinque candidati tra cui scegliere.
UN’ALTERNATIVA sarebbe aumentare i capilista a due o tre. Su questo soprattutto i forzisti hanno se possibile ancora più
Leggi tutto: Il governo frena sul Melonellum. Pesano Vannacci e preferenze - di Michele Gambirasi
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