Frattura politica e diplomatica A Roma l'agenzia ONU dell'assistenza alimentare (Nobel per la Pace 2020) costretta a un voto senza precedenti. Le forti pressioni di Washington per bloccare gli aiuti umanitari sconfitte per 29 voti contro 2
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Persone per le strade dell'Avana – Foto AP/Ramon Espinosa
Nel tentativo di bloccare il Piano strategico nazionale del World Food Programme (Wfp) per Cuba, gli Stati Uniti hanno fatto saltare una delle regole non scritte che da trent’anni governavano il funzionamento dell’agenzia delle Nazioni Unite contro la fame. Per la prima volta dalla nascita dell’attuale Comitato esecutivo, nel 1996, una decisione strategica non è stata approvata per consenso, ma attraverso una votazione formale.
PUÒ SEMBRARE un dettaglio procedurale. In realtà segna una frattura politica e diplomatica senza precedenti. Da quando il Comitato esecutivo è stato istituito nella sua forma attuale, le decisioni più importanti – dall’approvazione dei bilanci ai programmi di intervento, fino ai Piani strategici nazionali – sono sempre state adottate per consenso. Non si trattava di un obbligo previsto dal regolamento, bensì di una prassi consolidata: prima di arrivare al voto, le delegazioni continuavano a negoziare fino a raggiungere una posizione condivisa. Il regolamento prevedeva comunque la possibilità di votare, ma quella procedura era considerata l’ultima risorsa e, di fatto, non era mai stata utilizzata.
QUELL’EQUILIBRIO si è rotto venerdì scorso a Roma. Dopo settimane di stallo, la delegazione statunitense ha mantenuto la propria opposizione all’approvazione del Piano strategico nazionale per Cuba (2026–2030), impedendo che si formasse il consenso necessario. A quel punto la presidente del Comitato esecutivo, Carla Barroso Carneiro, ambasciatrice e rappresentante permanente del Brasile presso le agenzie delle Nazioni Unite a Roma, ha deciso di ricorrere alla procedura prevista dal regolamento e di sottoporre il testo al voto.
Il risultato non ha soltanto consentito l’approvazione del piano per Cuba. Ha anche infranto una consuetudine diplomatica che aveva retto per tre decenni e aperto un precedente destinato ad avere conseguenze che vanno oltre il caso cubano: per la prima volta il principio del consenso, uno dei cardini informali del funzionamento del Wfp, ha ceduto il passo alla logica del voto.
Secondo fonti diplomatiche presenti alla riunione, la delegazione statunitense ha sostenuto che il programma avrebbe finito per sostenere direttamente il governo cubano, ribadendo la posizione di Washington secondo cui la cooperazione internazionale con l’isola non dovrebbe rafforzare le istituzioni statali. Una lettura respinta dalla maggioranza dei membri del Comitato, che ha invece ritenuto prioritario garantire la continuità degli interventi umanitari destinati alla popolazione.
L’ESITO DEL VOTO, tenutosi a chiusura della sessione annuale, fotografa il forte isolamento della Casa Bianca. Il piano per Cuba è stato approvato con 29 voti a favore e soltanto 2 contrari: quelli degli Stati Uniti e del Marocco. La larga maggioranza dei membri del Comitato, compresi diversi alleati degli Stati Uniti, ha respinto il tentativo americano di estendere gli effetti del bloqueo all’interno delle agenzie umanitarie. Una «vittoria clamorosa che dimostra come Cuba non sia sola», ha commentato Jorge Luis Cepero Aguilar, rappresentante permanente dell’isola presso le agenzie Onu a Roma, denunciando le forti pressioni di Washington per ostacolare il documento. Da L’Avana, il ministro degli esteri Bruno Rodríguez Parrilla ha parlato di una «vittoria schiacciante contro i tentativi statunitensi di politicizzare l’assistenza umanitaria».
IL PIANO APPROVATO prevede lo stanziamento di 116,4 milioni di dollari per i primi cinque anni, a partire dal 1° luglio. Risorse vitali per un’isola stremata da una crisi macroeconomica senza precedenti, aggravata dal bloqueo e da una drammatica carenza di carburante ed energia elettrica. Il Wfp punta ad assistere tra 1,2 e 1,7 milioni di cubani all’anno, concentrandosi sulle fasce più vulnerabili: bambini nei primi mille giorni di vita, donne in gravidanza, anziani e persone con disabilità.
Più di 76 milioni di dollari saranno destinati alla risposta rapida alle emergenze e al sostegno dei sistemi di protezione sociale dell’isola. Altri 17 milioni finanzieranno la logistica per fare in modo che il cibo arrivi a destinazione nonostante i blackout, mentre una quota consistente sosterrà i piccoli produttori locali per portare prodotti a chilometro zero nelle mense delle scuole rurali. Una goccia nel mare, ma significativa: nel 2020 il Wfp vinse il Nobel per la pace, tra l’altro per gli sforzi di prevenzione nei conflitti «che sfruttano la fame come arma». Proprio il caso di Usa e Cuba.
IL VOTO DI ROMA rappresenta un precedente politico. Dimostra non solo che la fame non può essere usata come strumento di pressione diplomatica, ma anche che, quando il consenso si rompe, gli Stati Uniti possono essere messi in minoranza nelle istituzioni multilaterali.
Commenta (0 Commenti)Cisgiordania occupata L’ong B’Tselem: dal 7 ottobre 2023 esercito israeliano e coloni hanno ucciso almeno 241 minori in Cisgiordania
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La famiglia del piccolo Ayman Al Himouni, ucciso dall’esercito israeliano nel febbraio 2025 a Hebron
B’Tselem ieri aveva appena pubblicato il suo rapporto sui 241 bambini e adolescenti palestinesi uccisi in Cisgiordania dall’esercito israeliano e dai coloni, dal 7 ottobre 2023 al 28 giugno 2026, di cui 54 nel 2025, quando una notizia ha ulteriormente aggravato quel bilancio di morte. Spari di militari israeliani hanno ucciso, a Umm Sharayet, Amir Jaber, un quindicenne del campo profughi di Amari (Ramallah). Il ragazzo è stato colpito alla testa da proiettili partiti da una camionetta dell’esercito, entrata assieme ad altre nel campo durante un raid. Un video lo mostra immobile a terra, in un cortile vuoto, mentre due uomini si avvicinano per portarlo via. Trasportato al Ramallah Medical Complex in condizioni critiche, Amir Jaber è spirato poco dopo, portando il bilancio dei minori uccisi a 242.
Quasi un palestinese su quattro dei 1.086 palestinesi uccisi da Israele in Cisgiordania durante questo periodo era minorenne. Si tratta del tasso più alto di bambini e adolescenti palestinesi uccisi in Cisgiordania da quando Israele ha occupato il territorio nel 1967. Per la direttrice di B’Tselem, Yuli Novak, «L’uccisione diffusa e senza precedenti di bambini e adolescenti palestinesi in Cisgiordania è il risultato di una più ampia politica che consente l’uccisione di palestinesi praticamente senza alcuna responsabilità. Quando il comandante militare della zona (Avi Bluth, ndr) si vanta che Israele sta uccidendo palestinesi ‘come non si uccideva dal 1967’, non fa altro che confermare questo: il sistema non si limita a sostenere chi preme il grilletto, ma di fatto concede loro una licenza di uccidere».
Si parla sempre più diffusamente di «gazaficazione», ossia della trasformazione, in termini di vite umane perdute e distruzioni, della Cisgiordania in una seconda Gaza. Questa parola ha il volto di Ayman Himouni, 12 anni. La sua morte, avvenuta a Hebron, è il simbolo di una violenza divenuta la regola. Abbiamo visitato la famiglia di Ayman nei giorni scorsi durante un viaggio per giornalisti organizzato da B’Tselem in anticipo sulla presentazione ufficiale del rapporto. Questo caso si distingue da tanti altri perché esistono immagini registrate da due telecamere di sicurezza che ricostruiscono con precisione gli ultimi istanti di vita del ragazzo. Il 21 febbraio 2025 il bambino era con la madre e il fratello minore nel quartiere di Jabal Jawhar, a Hebron, dove erano andati a trovare il nonno e gli zii. La zona, vicina alla Tomba dei Patriarchi, è regolarmente attraversata dalle pattuglie dell’esercito israeliano, soprattutto il venerdì sera, quando i coloni insediati nella zona H2 della città si recano nel luogo sacro.
«Al tramonto alcuni spari provocarono il panico nel quartiere», racconta Nassar Himouni, il padre di Ayman, che in quel momento non era a Hebron. Le telecamere mostrano il dodicenne che osserva la scena insieme ai cugini e allo zio Nadim. Improvvisamente si avvertono altri colpi. «Pochi istanti dopo lo zio Nadim ha trovato Ayman riverso sui gradini, ferito mortalmente. In quell’attimo la nostra esistenza è cambiata per sempre», aggiunge Nassar. Nelle immagini si vedono i militari avvicinarsi al corpo del ragazzo, osservarlo e poi allontanarsi senza prestargli soccorso, mentre la madre urla disperata. Trasportato all’ospedale, Ayman era già morto. «Quel giorno fu un incubo sotto ogni punto di vista», prosegue il padre. «A un checkpoint un soldato, parlando in arabo, cominciò a deridermi sostenendo di essere stato lui a sparare a mio figlio e aggiungendo: Speriamo che tu faccia la stessa fine». La famiglia Himouni porta avanti da allora un procedimento legale contro il militare che ha sparato. Le speranze di arrivare a qualche risultato sono minime, quasi nulle. L’ong Yesh Din riferisce che solo lo 0,4% delle indagini sui palestinesi uccisi dai militari si conclude con un rinvio a giudizio.
Mentre risponde alle nostre domande, Aliya al Halaq, la mamma di Mohammad, 9 anni, ucciso dal fuoco dei militari israeliani il 16 ottobre 2025, non riesce a trattenere le lacrime. L’abbiamo incontrata nella sua abitazione nel campo profughi di al Fawar. A distanza di otto mesi è ancora profondamente scossa e il dolore non abbandona neppure suo marito. «Il giorno della sua morte», ricorda Aliya, «Mohammad era entusiasta perché aveva ricevuto in dono dall’Unicef uno zaino. È venuto a dirmi che aveva questa nuova borsa in cui mettere matite e penne». Dopo pranzo il bambino andò a giocare a calcio con altri ragazzi nel cortile della scuola quando arrivarono due jeep dell’esercito. Secondo una testimonianza, un paio di ragazzi più grandi lanciarono pietre, mentre altri urlarono slogan contro i soldati. Un video mostra un militare scendere dalla jeep e sparare. Mohammad fece un paio di passi prima di accasciarsi a terra, ferito mortalmente. «Era solo un bambino e non aveva fatto nulla. Perché l’hanno ucciso?», domanda Aliya.
B’Tselem sostiene che l’aumento delle vittime sia il risultato di una politica di apertura del fuoco molto più permissiva, una sorta di via libera al grilletto facile. Tra i 54 minori palestinesi uccisi nel 2025 figurano tre bambini tra i due e i nove anni, nove tra i dieci e i tredici, diciassette adolescenti di quattordici e quindici anni, sedici sedicenni e nove diciassettenni. B’Tselem afferma che l’abitudine delle autorità israeliane di classificare quasi automaticamente tutti i palestinesi uccisi come «terroristi» o «operativi del terrorismo» contribuisce a garantire un’impunità di fatto. Il rapporto inserisce quanto accade nel quadro più ampio dell’offensiva a Gaza, sostenendo che la normalizzazione dell’uccisione di migliaia di bambini palestinesi nella Striscia ha favorito un clima di crescente disumanizzazione anche in Cisgiordania.
L’inchiesta dedica ampio spazio ai soccorsi. In dodici casi l’esercito ha ritardato o impedito l’accesso di ambulanze e soccorritori. In almeno nove episodi i soldati avrebbero esploso colpi per tenere lontani abitanti e personale sanitario. In alcuni casi i ritardi sarebbero durati fino a quaranta minuti. L’organizzazione denuncia infine il trattenimento delle salme. A metà aprile di quest’anno Israele continuava a trattenere i corpi di 18 dei minori uccisi nel 2025. L’esercito nega di sparare intenzionalmente ai minori palestinesi e afferma che per ogni caso denunciato è stata aperta un’indagine.
Commenta (0 Commenti)Era una maga La premier a Rete4: «Un presidente di destra non è un tabù ma fa paura all’establishment». Sulla rottura con Trump: «Non sono antiamericana ma non mi inginocchio»
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Meloni alla trasmissione 10minuti
«Si pensava che niente potesse cambiare e invece si è dimostrato che le cose potevano cambiare. E non è detto che non possa superarsi un altro grande tabù, un presidente della Repubblica non di centrosinistra». L’obiettivo è fissato e non è nemmeno più un segreto che valga la pena nascondere. Nella settimana che precede il vertice Nato ad Ankara e il nuovo round sulla legge elettorale a Montecitorio, Giorgia Meloni riappare in televisione ospite del programma amico di Nicola Porro.
CHE L’ARIA sia quella di una campagna elettorale iniziata lo dicono i rinnovati toni da underdog sola contro il mondo: «Si tratta di una cosa banalissima, cioè che chi non è di sinistra non è un figlio di un dio minore, ha gli stessi diritti degli altri. Valeva per la presidenza del consiglio dei ministri, per la possibilità di governare e potrà valere per la presidenza della Repubblica, ma decideranno gli italiani». L’ipotesi di un inquilino di destra sul colle, a detta di Meloni, è percepita come «terribile» da «un certo establishment». Solo una settimana fa anche la segretaria dem Elly Schlein diceva lo stesso di un suo arrivo a Palazzo Chigi.
UNA NARRATIVA buona anche per provare a disinnescare quella della minoranza eroica vannacciana, la «sporca dozzina» che dà l’assalto alla destra diventata a suo giudizio persino moderata. Una retorica che ai Fratelli della prima ora non è andata giù, abituati a considerarsi l’unica destra del paese, fattasi ora classe dirigente. Difficilmente potrà essere il mantra delle prossime elezioni, cui arrivano dopo cinque anni di governo, per cui la premier si prepara a settare un tono differente. Sono elezioni con vista: per attuare fino in fondo il programma servirebbe anche il Quirinale.
MA L’ALLEANZA o meno con Futuro nazionale ora è il rebus della maggioranza, che osserva i sondaggi salire. Meloni ieri è stata netta: «Su Vannacci non so che dire: non mi pare che ci sia grande differenza tra lui e le opposizioni». Un gioco di specchi destinato a durare a lungo, fino all’ultimo momento utile: prima sarà troppo prematuro fare valutazioni definitive, da un lato e dall’altro. La porta è solo socchiusa. La premier per ora dice di tenerlo insieme alla «compagnia cantante di Schlein, Conte, Bonelli e Gruber». Ma la critica che le dà più fastidio arriva da destra, «su temi ai quali sono molto interessata e sui quali lavoro da diversi anni». Quindi c’è il messaggio in bottiglia: «Difficilmente tu puoi costruire qualcosa con qualcuno che palesemente vuole solo distruggere». Il cavallo di battaglia dell’eurodeputato, la remigrazione (oggi il comitato Remigrazione e riconquiesta depositerà la legge di iniziativa popolare), «per come lo intendo io sono i rimpatri volontari assistiti, che già facciamo». Le accuse di Vannacci, dunque, sarebbero solo strumentali. Il suo programma è già quello del governo. Ora Futuro nazionale si prepara a rilanciare sul tema della legittima difesa, in vista della sentenza della Cassazione sul caso di Mario Roggero, il gioielliere che uccise due ladri che lo avevano rapinato ad aprile 2021 e condannato a 14 anni di carcere. Materia cara soprattutto alla Lega.
LA DEFINIZIONE del perimetro della coalizione, va da sé, si intreccia con la legge elettorale in discussione difesa da Meloni («favorisce gli italiani»). Le opposizioni che la criticano «hanno governato ma non hanno mai vinto le elezioni». L’allargamento è inviso a Lega e Forza Italia, per una questione di temi ma anche per banale calcolo aritmetico. In quattro i posti da spartirsi, a partire dal listone premio, sarebbero ancora meno che in tre, e in caso di sconfitta interi pezzi di partito verrebbero completamente cancellati. A maggior ragione nella fase di subbuglio che entrambi attraversano, con le rispettive leadership infragilite.
L’ALTRO APPUNTAMENTO cerchiato è il vertice Nato della prossima settimana ad Ankara. Sarà la prima occasione in cui rincontrerà il presidente Usa Trump dopo la rottura della settimana scorsa finita in accuse reciproche. L’obiettivo è evitare altri strappi, a patto che si possa prevedere il comportamento del tycoon, e cercare un’operazione diplomatica mentre si è intenti anche a rientrare nel consesso europeo in punta di piedi. La prospettiva del ponte atlantico è saltata: «Non sono antiamericana oggi e non ero inginocchiata ieri, credo che l’occidente sia più forte unito e ho lavorato per questo. Poi i rapporti solidi si fondano sulla franchezza», dice di Trump. Con il presidente francese Macron, invece, nega di aver mai litigato. Tutti avvisati, la campagna elettorale è iniziata.
Commenta (0 Commenti)Usa, la Corte suprema estende i poteri di Trump sulle agenzie indipendenti, «più di quello della Corona inglese contro la quale ci ribellammo», scrive una dei giudici in dissenso. È il varo di un regno, che disporrà a piacimento di una cinquantina di sigle federali. Non della Banca centrale, ma è un piccolo limite: il neo-governatore è già suo
Corona Virus Trump esulta, la Corte suprema allarga il suo già vasto raggio d’azione: potrà licenziare a piacimento nelle agenzie federali
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La sede della Corte suprema statunitense a Washington – foto Drew Angerer/Getty Images
In chiusura di sessione la Corte suprema ha emesso due sentenze che ampliano i poteri di Donald Trump sulle agenzie federali, bloccando però, almeno per ora, la rimozione della governatrice della Federal Reserve Lisa Cook, e respingendo il tentativo repubblicano di restringere il voto per posta.
La prima sentenza riguarda il potere del presidente di licenziare a piacimento i vertici della Federal Trade Commission, l’autorità che vigila sulla concorrenza e tutela i consumatori negli Stati uniti. Trump non ha aspettato un minuto per commentarla, definendola su Truth Social «una delle sentenze più importanti mai emesse rispetto ai poteri presidenziali» e rivendicando l’onore di essere il presidente che ha ottenuto «questa decisione storica e senza precedenti ». Dato che, ha aggiunto, «90 anni di precedenti sono stati completamente e inequivocabilmente annullati».
SUL FRONTE repubblicano, la sentenza è stata applaudita come la prova che la Corte sta finalmente smontando il sistema di «stato amministrativo» che per decenni ha sottratto potere al presidente eletto, restituendolo a chi ha vinto le elezioni. Il giudice Neil Gorsuch, nella sua opinione concorrente, ha sintetizzato lo spirito della maggioranza scrivendo che «le agenzie indipendenti non sono poi così indipendenti», una frase che ha già cominciato a circolare come slogan tra i commentatori vicini alla Casa bianca.
Sul fronte opposto, il senatore Dick Durbin, numero due democratico in commissione giustizia al Senato, ha denunciato che la Corte «ha appena ribaltato un precedente consolidato per dare il via libera alle minacce di Donald Trump contro le agenzie federali indipendenti», aggiungendo che «ora questo presidente può licenziare chiunque percepisca come nemico in queste agenzie, senza nemmeno doverne indicare il motivo».
SULLA STESSA LINEA Rebecca Slaughter, la commissaria licenziata al centro del caso, che alla Cnbc si è detta «delusa», osservando che la sentenza «sottrae una quantità enorme di potere al Congresso, consegnandolo al presidente, per orientare le decisioni economiche a vantaggio dei ricchi, a spese degli americani comuni». Slaughter ha aggiunto che, da ora in poi, le scelte della Ftc diventeranno “inevitabilmente più politiche”, un problema che a suo dire “non è nemmeno il peggiore” tra quelli aperti dalla sentenza.
Dentro la Corte, è stata la giudice Sonia Sotomayor a rompere il silenzio, leggendo il proprio dissenso direttamente dal banco, mossa riservata solo ai casi giudicati più gravi: la decisione, ha scritto, «ribalta, piuttosto che sostenere, la separazione dei poteri», concedendo al presidente «un potere ignoto persino alla Corona inglese contro cui i Padri fondatori si sono ribellati».
SULLA SENTENZA che invece nega a Trump, almeno per il momento, la possibilità di rimuovere la governatrice della Fed, il presidente ha scelto un
Leggi tutto: Dagli americani al presidente. Il potere è del «re» - di Marina Catucci
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Oggi un Lunedì Rosso dedicato ai diritti. Quelli rivendicati nella Striscia di Gaza il 26 giugno da chi chiede semplicemente di poter vivere. Quelli messi in discussione dal caldo estremo, che rende sempre più evidente come la crisi climatica colpisca in modo diseguale. Quelli compressi dalle scelte della politica, tra una legge elettorale sempre più nelle mani dei partiti e un’Europa che tratta con i talebani mentre prepara nuovi rimpatri verso l’Afghanistan. E quelli che continuano a essere conquistati, giorno dopo giorno, anche nei luoghi della musica. Nella foto: Soccorritori tra le macerie a La Guaira, in Venezuela, dopo il terremoto del 24 giugno 2026 (Matias Delacroix/Ap) Per iscriverti gratuitamente a tutte le newsletter del manifesto vai sul tuo profilo e gestisci le iscrizioni.
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I droni di Kiev passeggiano nel suo territorio dando fuoco alle raffinerie. Al congresso di Russia Unita riconosce le difficoltà. E valuta di bloccare l'export di gasolio per evitare carenze. E lo smacco di un Paese a secco
L'ultima volta che aveva provato a celebrare i grandi risultati della Russia non era andata bene. Era a inizio giugno, davanti alla platea dello Spief, il Forum economico di San Pietroburgo, e dal palco prese a elencare le performances brillanti dell'economia: il Pil che cresce, il debito pubblico più basso di molti Paesi europei, la forza dell'industria. Furono gli stessi manager, banchieri e imprenditori delle grandi aziende accorsi all'evento, intercettati dai media, a smentirlo, descrivendo un panorama per nulla roseo.
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