Ai Xi partecipa per la prima volta alla Conferenza e parla di progetto multipolare, per definire le regole della futura economia digitale
LEGGI ANCHE «Token Apocalypse», se il costo degli agenti Ai supera quello umano
Evento a Shanghai "Partnership sull'IA per un futuro più luminoso" – Foto Xinhua/ABACAPRESS.COM/Wang Xiang
L’intelligenza artificiale come nuova Via della Seta. Modelli open source, infrastrutture digitali e standard tecnologici si aggiungono, o in parte sostituiscono, a porti e ferrovie. La Cina di Xi Jinping punta a trasformare l’Ia non soltanto in un motore della crescita economica nazionale, ma anche in uno dei principali strumenti della propria proiezione internazionale. È questo il messaggio emerso dalla Conferenza internazionale sull’intelligenza artificiale (Waic), aperta venerdì a Shanghai direttamente da Xi. Per la prima volta, il presidente cinese ha partecipato di persona all’evento, una scelta che testimonia come questa tecnologia sia ormai considerata una priorità industriale, strategica e diplomatica.
NEL SUO INTERVENTO Xi ha annunciato la nascita di un’Organizzazione mondiale per la cooperazione sull’intelligenza artificiale (Waico), nuovo organismo con sede a Shanghai a cui hanno aderito 29 paesi, tra cui Russia, Pakistan, Indonesia e Kazakistan. Se negli anni Dieci la Belt and Road ha cercato di costruire una rete di connessioni fisiche tra la Cina e il resto del mondo, oggi Pechino prova a fare lo stesso nel cyberspazio, proponendosi come promotrice di un ecosistema tecnologico multipolare, alternativo a quello guidato dagli Stati uniti.
«Lo sviluppo dell’intelligenza artificiale non dovrebbe essere un’impresa solitaria di un singolo paese, ma una sinfonia di cooperazione internazionale», ha affermato Xi, contrapponendo implicitamente il modello promosso da Pechino alle restrizioni tecnologiche introdotte negli ultimi anni da America e, in parte, Europa. Xi ha invitato a opporsi «all’estensione arbitraria del concetto di sicurezza nazionale» nel settore dell’Ia e alla tendenza di alcuni paesi a privilegiare la propria sicurezza rispetto a quella degli altri, un riferimento trasparente ai controlli sulle esportazioni di semiconduttori avanzati e tecnologie sensibili verso la Cina.
ALLO STESSO TEMPO ha insistito sulla necessità che l’intelligenza artificiale rimanga «sempre sotto il controllo umano», proponendo sistemi di monitoraggio, allerta preventiva e regolamentazione per prevenire usi impropri della tecnologia.
Xi ha indicato quattro priorità per la governance globale dell’Ia: promuovere innovazione aperta e cooperazione, garantire sicurezza e controllabilità dei sistemi, favorire il dialogo tra le diverse civiltà e rafforzare il multilateralismo attraverso un ruolo centrale delle Nazioni unite. Non a caso, è il Sud globale il principale destinatario dell’iniziativa diplomatica cinese.
CONTESTUALMENTE alla nascita della Waico, Xi ha annunciato che nei prossimi cinque anni la Cina offrirà cinquemila programmi di formazione sull’intelligenza artificiale ai paesi in via di sviluppo, creerà centri di cooperazione con Asean, Brics, Unione Africana, Lega Araba, Celac e Sco. Mettendo gratuitamente a disposizione il sistema meteorologico intelligente “Mazu”. L’obiettivo è costruire una rete stabile di competenze, infrastrutture digitali e standard tecnici che rafforzi la presenza cinese nei mercati emergenti.
SE LA NUOVA Via della Seta era fondata su investimenti in porti, ferrovie, autostrade ed energia, la diplomazia dell’intelligenza artificiale punta a esportare piattaforme digitali, modelli linguistici, software, formazione e capacità tecnologiche. La logica rimane simile: creare interdipendenze di lungo periodo attraverso beni pubblici offerti dalla Cina, stavolta su infrastrutture immateriali. Pechino dà grande enfasi all’open source e, soprattutto, sui modelli open-weight.
MENTRE WASHINGTON continua a privilegiare un ecosistema dominato da poche grandi aziende e accompagnato da controlli sulle esportazioni verso i rivali strategici, la Cina cerca di presentarsi come sostenitrice di tecnologie più accessibili e condivisibili. Non si tratta soltanto di una scelta ideologica. Rendere disponibili modelli relativamente aperti consente di accelerare l’innovazione interna, ridurre le barriere d’ingresso per i paesi emergenti e ampliare l’adozione delle tecnologie cinesi, contribuendo così alla diffusione dei propri standard.
ANCHE IL LANCIO, proprio durante l’evento di Shanghai, del modello Kimi K3 della startup Moonshot AI si inserisce in questa strategia, mostrando come la Cina voglia competere sia sulle prestazioni che sulla capacità di costruire un ecosistema internazionale aperto attorno ai propri modelli.
C’è anche un preciso interesse strategico. La Cina continua a fare i conti con le restrizioni occidentali sui chip avanzati e sulle tecnologie di calcolo ad alte prestazioni. Presentarsi come promotrice di cooperazione, accessibilità e sviluppo condiviso permette a Pechino di tentare la costruzione di un’architettura multilaterale in cui possa contribuire a definire le regole della futura economia digitale.
Commenta (0 Commenti)I negoziati sono ormai un ricordo e il memorandum firmato dal presidente Trump carta straccia. Settimo giorno di raid su tutto l’Iran, con strage di civili e infrastrutture. La risposta di Teheran infiamma i paesi limitrofi. E uccide almeno due soldati Usa in Giordania
La strage Settimo giorno di raid su tutto il Paese. La risposta di Teheran infiamma il Golfo. Nella Repubblica islamica dal 6 luglio almeno 50 morti. Nel mirino anche le infrastrutture
LEGGI ANCHE Giordania sotto attacco mentre crolla il mito della neutralità
Un ponte colpito da un bombardamento Usa nella provincia di Hormozgan – Iran foto Getty Images
Stati Uniti e Iran scivolano verso il punto di non ritorno, e nessuno nella comunità internazionale sembra avere la forza, o la volontà, di fermare l’escalation. Da sette giorni Washington colpisce il sud e anche il nord dell’Iran, mentre Teheran risponde colpendo gli interessi Usa nei paesi limitrofi.
Ogni ora che passa avvicina le due parti a una guerra totale in Medio Oriente, un conflitto che, se non arginato, rischia di travolgere l’intero scacchiere internazionale. Il prezzo più alto lo pagheranno, come sempre, gli iraniani con la vita, i cittadini dei paesi più fragili con la povertà, e infine anche l’Occidente, alle prese con inflazione e carovita.
I NEGOZIATI, ORMAI, sono un ricordo che si sbiadisce a ogni nuovo attacco: resta solo la cronaca di una guerra che ha il sapore amaro della follia umana. Tra venerdì e sabato l’offensiva statunitense si è intensificata, spingendosi ben oltre le coste del Golfo Persico fino a colpire obiettivi nell’entroterra iraniano. Tra i raid più distruttivi, quello contro l’impianto di desalinizzazione Bunji, nella città portuale di Jask, dove sono stati colpiti una stazione di pompaggio e un trasformatore elettrico: circa 10.000 abitanti, distribuiti in una ventina di villaggi, sono rimasti senza acqua potabile.
Nel mirino anche le infrastrutture di trasporto: danneggiati i tunnel gemelli Shahid Mirzaei e un ponte sull’autostrada settentrionale verso Bandar Abbas, mentre esplosioni sono state segnalate a Yazd, Ahvaz, Sirik e sull’isola di Qeshm. Pesante il bilancio sulle comunicazioni: nella provincia di Hormozgan oltre cento piloni per le telecomunicazioni sono stati messi fuori servizio, con interruzioni diffuse di telefonia e internet in vaste aree della regione.
Il ministero della Salute iraniano ha comunicato che gli attacchi Usa contro il Paese, iniziati il 6 luglio, hanno causato almeno 50 morti e oltre 500 feriti.
La Guida Suprema dell’Iran Mojtaba Khamenei ha dichiarato ieri che le ripetute violazioni da parte di Washington del memorandum d’intesa firmato dai presidenti di Iran e Stati Uniti dimostrano che la firma del presidente Trump è «completamente priva di valore e di credibilità».
LE GUARDIE DELLA RIVOLUZIONE (IRGC) hanno colpito due impianti di desalinizzazione e un centro petrolifero, provocando incendi, gravi danni e numerosi feriti tra lavoratori e soccorritori. Nel mirino anche le installazioni militari statunitensi di Camp Arifjan e della base aerea di Ali Al Salem, oltre a un molo per il rifornimento di carburante nel porto di al-Ahmadi. Le autorità kuwaitiane hanno dovuto sospendere temporaneamente i voli dall’aeroporto internazionale. In Bahrain gli attacchi hanno preso di mira la base aerea di Sheikh Isa – dove sono schierati caccia americani – e un centro dati dell’intelligence gestito da Batelco. Le sirene d’allarme hanno risuonato più volte in diverse zone del paese.
Ma è l’ attacco contro la base statunitense di Al Azraq, in Giordania, a presentare il conto più salato: l’IRGC ha sostenuto di
Leggi tutto: Iran, escalation fuori controllo. Due soldati Usa tra le vittime - di Francesca Luci
Commenta (0 Commenti)Dopo lo scontro tra il governo e il Quirinale la premier rivendica la difesa del gioielliere condannato per aver sparato a due rapinatori. Piovono richieste di grazia. Roggero è il nuovo eroe della destra in una competizione che è ormai senza esclusione di colpi
Lotta armata Senza mai nominarlo, la presidente del Consiglio difende l’uomo condannato per duplice omicidio. Salvini pensa di candidarlo
LEGGI ANCHE Il Melonellum viaggia verso il Senato con l’incognita della Consulta
Alle 16.40 di ieri pomeriggio Mario Roggero è entrato nel carcere di Bollate, a Milano. Atteso da una folla di cronisti e di sostenitori, all’indomani della strigliata che il Colle ha riservato al ministro della Giustizia Carlo Nordio, l’orafo di Asti ha rincarato la dose: «Mattarella ha graziato uno scafista che ha ammazzato 30 persone, ha graziato Nicole Minetti, penso che dovrebbe mettersi una mano sulla coscienza».
IL SUO CASO, in tutta evidenza, ha travalicato i confini della cronaca per tramutarsi nel cavallo di battaglia securitario della destra di governo e non. «Sì, hanno fatto quadrato», ha detto Roggero sulla soglia del penitenziario riguardo alle attenzioni ricevute da tutta la maggioranza e da Roberto Vannacci. Ieri mattina la famiglia del gioielliere (condannato in via definitiva a 14 anni e 9 mesi di carcere per aver ucciso due persone e ferito una terza dopo una rapina nel suo negozio, quando i ladri erano oramai fuori dal locale) ha depositato una domanda di grazia, cui Nordio ha subito dato seguito. Il guardasiglli ha fatto sapere nel pomeriggio di non aver ancora avviato l’iter istruttorio per sottoporre poi la richiesta, se dovesse essere mai validata dal procuratore generale della corte d’appello di Torino, al Quirinale: i magistrati dovrebbero raccogliere la documentazione e i pareri del Tribunale di sorveglianza. Che poi non è chiarissimo quali siano questi pareri, essendo Roggero entrato in carcere per la prima volta da pochissime ore e le motivazioni della sentenza della Cassazione non sono state ancora pubblicate. Giovedì pomeriggio, prima di salire al Quirinale, Nordio aveva invece comunicato di aver avviato l’iter. «Ma era solo un annuncio», spiega via Arenula.
MA TANT’È, e ieri il commerciante ha detto di essersi pentito «con il senno di poi, bisogna trovarsi in quel momento». Ma è rimasto in ogni caso convinto di aver «subito un’ingiustizia, la grazia me la aspetterei. Questo è il massimo per i delinquenti che sono facilitati a continuare a rapinare e a rubare, tanto sono impuniti e anche risarciti». Tra le pene confermate c’è infatti anche la provvisionale da 780mila euro da riconoscere ai familiari delle due vittime. Su questo ha puntato la premier Meloni, che ieri ha rivendicato l’ultimo ddl Sicurezza licenziato dal governo che cancella le ipotesi di risarcimento: «Chi delinque non può essere risarcito» ha scritto sui social. Una risposta nemmeno troppo velata alla strigliata del Quirinale, con cui lo scontro frontale lo aveva però delegato a Nordio, oramai habitué delle lezioni di diritto al Colle.
ALL’ISTANZA di grazia i legali di Roggero hanno accompagnato anche una domanda di differimento della pena, per rimandare l’ingresso in carcere. La battaglia è stata subito raccolta da Futuro nazionale, che sul caso ha imposto l’agenda al
Leggi tutto: Roggero, la destra ha il suo eroe - di Michele Gambirasi
Commenta (0 Commenti)Il governo al contrario La Camera approva la riforma elettorale che va in Senato: palesi tutte le tensioni in maggioranza, dove non c’è più fiducia tra alleati. Il leghista Molteni litiga con il ministro Lollobrigida che lo accusa di non aver votato le preferenze, mentre il Carroccio diserta il dibattito in Aula. I meloniani sorvegliano sul voto segreto, ma l’esecutivo teme l’eventuale parere della Consulta
LEGGI ANCHE Comunque vada il Melonellum decreterà un vincitore: Vannacci
Proteste dell'opposizione in aula al momento dell'approvazione della legge elettorale – Massimo Percossi/Ansa
Doppio fischio, primo tempo finito: 217 Sì, 152 No e due astenuti (gli autonomisti del Svp) a voto segreto, la maggioranza e soprattutto Giorgia Meloni ha incassato l’approvazione alla Camera del Melonellum. Ora la partita si sposta in Senato, al rientro dalle ferie.
BASTA GUARDARE l’emiciclo di Montecitorio per vedere affiorare tutte le scorie che ha lasciato a destra la tre giorni di discussione alla Camera. L’alto tradimento alla premier sulle preferenze, la caccia al franco tiratore, la fiducia sfilacciata dentro la coalizione e le prove generali di una nuova alleanza con Vannacci: nel giro di 72 ore le tensioni accumulate si sono scaricate tutte insieme. Durante la seduta, che aveva da esprimere solo le dichiarazioni di voto, tutti i banchi rimangono per lo più vuoti (non c’è neanche la diretta televisiva che avevano chiesto le opposizioni a giustificare un affollamento), ma alcuni sono più vuoti degli altri. I leghisti disertano il dibattito, compresa la dichiarazione di voto del proprio gruppo che avviene con metà dei deputati fuori dall’Aula. Per dire, l’arringa finale è affidata ad Andrea Barabotti, non un dirigente di primo piano e non una figura chiave del dossier, sarà pure un membro della commissione Affari costituzionali ma lo è da inizio giugno. Questa legge ai leghisti non è mai piaciuta e non serve nemmeno più la fatica di nasconderlo. Hanno ceduto i tanto cari collegi uninominali, in cambio hanno avuto le pre-intese sull’autonomia per le regioni del Nord.
VENENDO ALLA FIDUCIA tra alleati: il sottosegretario del Carroccio Nicola Molteni entra in Aula insieme al ministro Lollobrigida, meloniano di prim’ordine. Litigano visibilmente, si mandano a quel paese e Molteni prima di salire al suo posto fa un giro davanti agli scranni dei Fratelli inveendo. È tra quelli accusati di essere rimasti fuori dall’Aula durante il voto sulle preferenze. L’altro è il titolare dell’Economia, Giancarlo Giorgetti: questa volta è al suo posto, ma appena si chiude la votazione fila via in fretta, il presidente Fontana non ha nemmeno finito di annunciare l’esito. Il voto è segreto, ma sorvegliato: la tribuna stampa è parecchio affollata, ma non ci sono solo i cronisti. FdI ha spedito alcuni tecnici a filmare dall’alto i riottosi alleati, gli scranni di Lega e Forza Italia sono proprio lì sotto. Tanto che deve intervenire una commessa per raccomandarsi di non sporgersi troppo. Se le cose fossero andate male Meloni avrebbe sempre potuto acquisire i video.
E UN MARGINE di rischio, per quanto piccolo, c’era. «Se passerà questa legge…» esordisce Giovanni Donzelli. Il resto dell’intervento è tra la provocazione alle opposizioni («le preferenze vi avrebbero fatto uscire dai salotti») e la difesa preventiva: «Per la prima volta nella storia le opposizioni avranno una soglia garantita di rappresentanza del 45%», dice in difesa del premio di maggioranza che ha un tetto di 220 deputati più gli eletti all’estero. Sono controdeduzioni difensive: se c’è una cosa che spaventa i meloniani è l’eventuale giudizio della Consulta. Già il giorno prima sempre Donzelli si era speso in uno scambio, estemporaneo, con il dem Fornaro sulla costituzionalità del premio riguardo la conoscibilità dei candidati: «Lo dico perché rimanga agli atti del Parlamento», aveva spiegato.
SUBITO PRIMA del voto scoppia il parapiglia: le opposizioni protestano con dei cartelli («La maggioranza non c’è più: a casa!»), Riccardo Magi di +Europa prova a dare ai membri del governo una scheda elettorale con scritto «Il tuo voto non conta nulla». Poi va a muso duro contro il forzista Mangialavori che gli ha dato del «cafone» e il resto del gruppo deve separarli. Le opposizioni, ad ogni modo, sono soddisfatte della partita giocata, la spaccatura nella maggioranza è merito anche della tattica d’Aula che hanno adottato. «La palude siete voi. Il Colle non sarà mai Colle Oppio» affonda Giuseppe Conte; «La maggioranza è un colabrodo, vi manderemo a casa con qualsiasi legge elettorale» va a ruota Elly Schlein. Dopo il voto Conte scherza in Transatlantico con Donzelli: «Giovanni, hai fatto un discorso di commiato». «Sei offeso perché non ti ho ringraziato?», ribatte il meloniano. «Non mi ringraziare, ti stiamo mandando a casa».
CHI RINGRAZIA veramente in Aula è il relatore di FdI, Angelo Rossi: è stato custode ed estensore del testo, ed ha buone parole anche per le opposizioni che ricambiano con un applauso. Nazario Pagano, forzista presidente della commissione Affari costituzionali, bacia e abbraccia i tecnici del servizio studi che hanno scovato tutte le imprecisioni di tutte le versioni della legge. Poi dedica il provvedimento a Silvio Berlusconi, «inventore del bipolarismo». In chiusura annuncia il proprio voto negativo anche Bruno Tabacci: «Queso è il Randellum contro la democrazia rappresentativa, esprimo con sofferenza il mio voto contrario». Dal 1992 è stato eletto con tutti i sistemi che il Paese abbia avuto, a ottant’anni spera di provarci anche con il Melonellum.
PRIMA LA LEGGE va approvata: il testo è passato a Palazzo Madama, verrà subito incardinato in commissione ma se ne parlerà non prima di settembre. Prima ci sarà la «riflessione» invocata da Meloni dopo la debacle delle preferenze: se l’emendamento sarà riproposto per piegare gli alleati è ancora un’incognita. Come tutte le prossime mosse del governo, d’altronde.
Nella forsennata corsa a destra il ministro sbatte contro un muro. Prima ancora delle motivazioni della sentenza avvia l’istruttoria per la grazia al gioielliere condannato per l’omicidio di due rapinatori. Mattarella lo convoca al Colle e gli dà una lezione di diritto: «L’iniziativa spetta al capo dello Stato»
Disgrazia Il ministro annuncia di aver aperto l’istruttoria, poi viene chiamato al Colle per una lezione di diritto: «L’iniziativa spetta al presidente». Tutta la destra in difesa del gioielliere condannato a a 14 anni per duplice omicidio. Salvini insegue Vannacci: «Voglio candidarlo»
LEGGI ANCHE Roggero, condanna confermata. Vannacci medita di candidarlo
Nuova figuraccia e nuovo frontale col Quirinale per il ministro della Giustizia Carlo Nordio. Che ieri, dopo le numerose prese di posizione della destra a favore della grazia al gioielliere Mario Roggero (condannato in via definitiva mercoledì a 14 anni per il duplice omicidio di due rapinatori) aveva annunciato in pompa magna di aver aperto «l’istruttoria finalizzata alla concessione della grazia».
IN TEMPI RAPIDISSIMI, il presidente Mattarella ieri pomeriggio ha convocato Nordio al Quirinale per una plateale lavata di capo. La nota del Colle spiega che il ministro è stato ricevuto «per puntualizzare i limiti delle attribuzioni del ministro in tema di concessione della grazia, facoltà che la Costituzione riserva esclusivamente al presidente della Repubblica come confermato dalla Corte Costituzionale con la sentenza 200 del 2006». Insomma, Nordio non può fare assolutamente nulla se l’input non arriva dal Colle. Cosa che un ministro, ancor più se magistrato, dovrebbe sapere perfettamente.
ROGGERO NON HA ANCORA iniziato a scontare la pena («Si costituirà appena sarà ufficiale la richiesta di carcerazione», spiega il fratello), non sono a ancora state rese note le motivazioni della sentenza della Cassazione, dunque parlare di grazia, secondo il Quirinale, è «del tutto prematuro». Naturalmente, il presidente Mattarella non ha ancora fatto alcuna valutazione sul merito della richiesta che potrebbe arrivare a seguito della raccolta firme avviata dai parlamentari di tutto il centrodestra, sostenuta da ministri come Salvini, Tajani e Crosetto e anche dalla premier Meloni, che ieri non è intervenuta pubblicamente, ma ha dato il via libera al suo Guardasigilli.
Il Capo dello Stato però ha voluto ribadire, e subito, precisi paletti «di metodo». Durante l’incontro con Nordio, Mattarella avrebbe ripetuto le parole di Luigi Einaudi: «È dovere del Presidente della Repubblica di evitare si pongano precedenti, grazie ai quali accada o sembri accadere che egli non trasmetta al suo successore immuni da qualsiasi incrinatura le facoltà che la Costituzione gli attribuisce».
PER NORDIO, che si era interfacciato con la Procura Generale della Corte d’Appello di Torino per chiedere di raccogliere la documentazione e i pareri sul caso Roggero, è un’altra bastonata. Ma anche per l’intero centrodestra, che dal momento della condanna definitiva del gioielliere di Grinzane Cavour che nel 2021 inseguì fuori dal suo negozio i rapinatori per poi freddarne due, ha messo in piedi un circo che punta a legittimare qualsiasi forma di legittima difesa, persino oltre la riforma della legge voluta da Salvini e approvata nel 2019, quando era ministro dell’Interno. Una riforma che il leghista vuole modificare per allargare ancora le maglie della giustizia fai-da te.
IERI È STATO UN CORO. I leghisti hanno esposto dei cartelli in Senato con la foto di Roggero, «Mario libero subito». «É stata applicata la legge? Probabilmente si. È giusto? Per me no», scrive sui social Crosetto. «Ciò che è accaduto a Mario Roggero è incomprensibile e anche difficile da accettare. Per questo penso vada esperita ogni possibilità perché possa tornare a casa».
E Tajani: «È un uomo che ha sbagliato, ma è stato vittima di tante aggressioni ed è intervenuto per difendere la propria famiglia. Credo quindi che meriti il perdono da parte della società». Si schiera anche il presidente del Piemonte Alberto Cirio, che porta in aula un odg per la grazia, contestato da Pd e 5S. E se Vannacci aveva ventilato una candidatura in Parlamento, Salvini lo segue a ruota: «Siamo a disposizione in qualsiasi modo per aiutare lui e la sua famiglia, stiamo valutando se la legge permette una candidatura». Roggero, con un video, mercoledì aveva lanciato una sorta di appello alla politica: «Sto passando gli ultimi minuti coi miei familiari prima di costituirmi. Adesso dovrò passarvi il testimone, per portare avanti una legge che sia veramente contro le ingiustizie e contro la criminalità sempre più dilagante. Voi sarete voi la mia voce».
LE OPPOSIZIONI ACCUSANO la destra si strumentalizzare la vicenda. «Occhio per occhio, dente per dente: è la concezione della sicurezza e della legalità nel centrodestra. Anzi, secondo loro bisogna andare anche oltre la legge del taglione e per questo considerano innocente un cittadino che ha sparato, uccidendone due e ferendone un terzo, a tre rapinatori già in fuga e pronti a scappare», attaccando i parlamentari del M5S, accusando le destre di una « vergognosa operazione di propaganda con cui si prova anche a trascinare sul ring il presidente della Repubblica. Nella logica del far west nessun cittadino si sentirà mai al sicuro e spariscono la legalità, lo Stato e la sicurezza». Nicola Fratoianni rincara: «Le sentenze si rispettano, in questo Paese ci sono leggi che regolano l’uso della forza. Questa idea, che peraltro Salvini spiattella da anni in giro, per cui è bella una società in cui ognuno si fa giustizia da solo, è pericolosissima, come si vede nei paesi in cui è applicata»
Commenta (0 Commenti)La guerra grande Gli Usa bombardano l’Iran mattino, sera e notte, la Casa Bianca minaccia, il solo obiettivo è Hormuz : di nucleare non si parla più
LEGGI ANCHE La tregua è morta e sepolta, si avvicina la guerra regionale
Droni navali americani Corsair contro la base iraniana di Bandar Abbas – Foto U.S. Central Command via Ap
Fino a pochi giorni fa, il problema tra Teheran e Washington aveva un nome preciso: il Memorandum d’intesa, l’accordo ancora embrionale su cui si reggevano i negoziati indiretti sul nucleare iraniano. Oggi quel memorandum è in coma. E la ragione non è più l’arricchimento dell’uranio, ma un tratto di mare largo appena 33 chilometri: lo Stretto di Hormuz, diventato il vero terreno di scontro tra le due potenze.
La crisi è esplosa dopo una serie di attacchi e provocazioni nelle acque del sud iraniano, ed è precipitata quando Washington ha revocato la sospensione delle sanzioni unilaterali che permetteva a Teheran di vendere petrolio e prodotti petrolchimici. Da lì, lo scontro si è spostato sul terreno del diritto internazionale: l’Iran ha proposto tasse di servizio sulle navi in transito, e l’Oman – paese costiero a sud dello Stretto – si è opposto citando la Convenzione Onu che vieta di tassare il passaggio negli stretti naturali. Senza un’intesa sulla libertà di navigazione, i negoziati sul nucleare rischiano di non ripartire affatto.
Mentre la diplomazia si impantana, l’economia iraniana arretra a vista d’occhio. La crescita del pil è crollata dal 3,1% del 2024 a uno 0,2% stimato per il 2025 – un dato che da solo racconta il passaggio, ormai compiuto nella pianificazione di Teheran, dall’economia dello sviluppo alla cosiddetta “economia di sopravvivenza”. L’Iran è oggi tra i Paesi sottoposti alle sanzioni occidentali più lunghe e articolate della storia moderna, e il governo è stato costretto a mettere da parte qualunque obiettivo di crescita a lungo termine. La priorità ora è garantire i mezzi di sussistenza minimi, salvaguardare l’occupazione esistente e assicurare l’accesso ai beni di prima necessità.
IL PRESIDENTE iraniano Masoud Pezeshkian ha convocato riunioni d’emergenza con gli operatori economici, promettendo di reperire la valuta necessaria per importare beni essenziali – e di punire con durezza ogni speculazione.
Sul fronte militare, il Comando americano (Centcom) ha condotto attacchi aerei per diverse notti consecutive contro obiettivi in Iran – Bandar Abbas, Kish, Qeshm, Abadan. L’episodio più grave: un attacco missilistico con 13 missili contro una caserma a Bampour, nell’Iranshahr, che ha ucciso 7 soldati iraniani. Teheran lo ha definito «un atto criminale» e ha promesso una risposta immediata.
La portavoce del governo, Fatemeh Mohajerani, ha dichiarato che negli attacchi americani degli ultimi giorni nel sud del Paese hanno perso la vita oltre 35 civili; il ministero della salute ha aggiornato il bilancio dei feriti a oltre 260.
IERI IL CENTCOM ha colpito anche le isole di Qeshm, Kish, Abu Musa e Grande Tunb – quest’ultima in un’operazione di 90 minuti volta a distruggere i sistemi di difesa costiera e i siti di lancio dei missili da crociera (per Teheran, queste isole sono «portaerei inaffondabili», essenziali al controllo dello Stretto, da cui transita circa il 90% delle esportazioni di greggio iraniano). E in serata ha lanciato una nuova poderosa ondata di attacchi, la terza in 24 ore: nel pomeriggio Trump aveva dichiarato che gli Usa avrebbero «distrutto tutte le loro centrali e tutti i loro ponti» se l’Iran non avesse ceduto. Negli ambienti militari statunitensi si torna a discutere di un’eventuale operazione di terra per sequestrarle.
Gli analisti restano scettici sui benefici di un’operazione simile. Anche limitata al sequestro di poche isole, richiederebbe un contingente iniziale di 5.000-10.000 uomini esposti al fuoco di artiglieria, droni e missili lanciati dalla terraferma iraniana. Il rischio è che l’operazione si trasformi in una trappola di logoramento persistente per gli americani: costosa in vite umane, imbarazzante sul piano politico, e con perdite paragonabili a quelle della guerra in Iraq.
Nel Parlamento iraniano, 180 deputati (su 290) hanno chiesto la risoluzione immediata del Memorandum, giudicando le firme occidentali come «prive di valore» e sollecitando il governo ad adottare posizioni «rivoluzionarie» per rafforzare il controllo iraniano sullo stretto. La difesa di Hormuz è diventata il simbolo della sovranità e dell’integrità territoriale del Paese, e l’opinione pubblica sembra unitamente sia contro quella che viene percepita come una coercizione economica e militare.
PARALLELAMENTE agli attacchi aerei, Trump ha reimposto il blocco navale sui porti iraniani – guerra economica pensata per prosciugare le entrate di Teheran dalle esportazioni – e ha minacciato di colpire le infrastrutture civili, incluse le centrali elettriche, se l’Iran non tornerà al tavolo.
Le conseguenze si sono viste subito sui mercati: il petrolio è salito a circa 85 dollari al barile, i prezzi della benzina negli Stati Uniti sono aumentati, e lo Stretto è ormai considerato impraticabile per il traffico commerciale. Un mercato che aveva scontato un ottimistico ritorno alla normalità dei flussi si trova ora esposto a una carenza di offerta senza riserve di emergenza a cui attingere, con il rischio di nuove impennate dei prezzi e tensioni sulle forniture estive e invernali.
LE GUARDIE della Rivoluzione hanno risposto con una minaccia netta: se l’Iran non potrà esportare energia a causa del blocco, «l’esportazione di petrolio e gas dalla regione non sarà per nessuno». Gli stati del Golfo, che fino a poco tempo fa cercavano di restare neutrali, si trovano ora schiacciati tra le parti. Il Qatar continua a tentare la via diplomatica, ma la sfiducia reciproca rende ogni progresso difficile, e diversi analisti prevedono che la crisi spingerà i Paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo verso una sicurezza regionale più autonoma.
EPPURE, RESTA una constatazione che nessuna delle due parti sembra poter ignorare: Washington non può rovesciare il sistema iraniano né costringerlo a rinunciare del tutto al programma nucleare, e Teheran non può espellere gli Stati Uniti dalla regione.
Forse la consapevolezza dei costi di un’ostilità senza freni – più che una fiducia reciproca che non esiste – è la sola a poter ancora spingere entrambi verso una soluzione diplomatica prima che la trappola trascini la regione in anni di guerra. A vedere ciò che accade sul terreno, l’ipotesi rimane troppo ottimistica.
Commenta (0 Commenti)