Accedi Registrati

Login to your account

Username *
Password *
Remember Me

Create an account

Fields marked with an asterisk (*) are required.
Name *
Username *
Password *
Verify password *
Email *
Verify email *

Conto aperto Le imprese disposte a investire nella ricostruzione scarseggiano e con la fine della guerra lontana certo non c’è da stupirsene. Ma tant’è. Politicamente, il risultato c’è stato e a Giorgia Meloni tanto basta

Giorgia Meloni durante la Conferenza sulla ricostruzione dell'Ucraina a Roma Giorgia Meloni durante la Conferenza sulla ricostruzione dell'Ucraina a Roma – Ansa

La conferenza di Roma porta alla ricostruzione dell’Ucraina quattro soldi, 10 miliardi, meno del poco che Meloni si aspettava. Non è neppure chiaro da dove Ursula von der Leyen li tirerà fuori. Le imprese disposte a investire nella ricostruzione scarseggiano e con la fine della guerra lontana certo non c’è da stupirsene. Ma tant’è. Politicamente il risultato c’è stato e a Giorgia Meloni tanto basta. L’occidente è tornato almeno formalmente unito. Tutti con Kiev, anche se chi ha i mezzi militari di cui l’Ucraina necessita, l’America, li offrirà col contagocce e chi è pronto a darli in gran copia, l’Europa, purtroppo non ne dispone.

Ma questo è un cruccio dell’Unione. Per quanto riguarda l’Italia la premier può vantare il rientro a pieno titolo nell’Europa. «Sostenere l’Ucraina, rafforzare le sanzioni»: sono le parole che i Volenterosi, spiaggiati dall’impossibilità di muovere anche un solo cannoncino, si aspettavano, quelle per cui Zelenky ringrazia e la incorona «primo ministro forte». Le stesse che voleva sentire Mattarella, dopo aver dubitato nei giorni del viaggio a Washington di Meloni.

Un po’, anzi molto, è stata fortuna. Ma è un fatto che la strategia della premier, sempre uguale, ha pagato: stare nel mezzo, nominarsi da sola ambasciatrice e mediatrice tra le due sponde dell’Atlantico. Il ripensamento anti Putin del bizzoso americano va a tutto suo vantaggio. La presenza a Roma di Kellogg e l’incontro di Zelensky con un papa molto meno dubbioso del suo predecessore sulla guerra ucraina sono fiori all’occhiello.

Nelle stesse ore, ieri a Strasburgo, la premier con il piede eternamente in due staffe era pronta a sbilanciarsi. Senza la resa del Pse, che ha votato con atroci dolori di pancia una presidente della Commissione che detesta, i suoi voti sarebbero arrivati in soccorso. Non per salvare Ursula, il cui trono non ha mai vacillato, ma per impedire che, con decine di voti persi da quando fu rieletta, si trasformasse in un’anatra zoppa. È un’amica, un’alleata, spesso una complice. Meloni non lo avrebbe permesso.
La sgangherata retromarcia del Pse le ha consentito di restare invece come al solito a metà: vicinissima a un Ppe che la considera alleata molto più stretta dei portatori d’acqua socialisti ma senza dover rompere con la destra radicale con la quale intrattiene ancora solidi rapporti. L’imbarazzante vicenda della mozione di censura ha solo spostato ulteriormente il baricentro Ue verso destra e non finirà certo qui.

Nei mesi tumultuosi seguiti alla rielezione di Trump però qualcosa per Meloni è cambiata. La presidente italiana, dopo una sbandata iniziale, si è resa conto di dover stare molto attenta a non tirare troppo la corda. A metà strada sì ma con misura. Quel che Meloni ha imparato in un incidente che ha rischiato di rovinare le sue quotazioni in Europa è che, se costretta con le spalle al muro a scegliere, non può avere dubbi e non può permettere che se ne nutrano. Deve essere chiaro che in caso di conflitto sta e sempre starà con Bruxelles. La benevolenza dell’Europa e quella altrettanto importante del Colle dipendono solo da questo. Ne dovrà tenere conto quando, tra pochissimo, si giocherà la più importante e la più minacciosa tra le tante partite internazionali in corso parallelamente, quella dei dazi.

Anche in questo caso l’italiana si è ritagliata la parte di sempre: la pontiera e mediatrice. Ma dietro l’orgoglio d’ordinanza e il nazionalismo da operetta l’Italia è pronta a cedere moltissimo, a dare a Donald quel che Donald chiede pur di evitare la guerra commerciale totale. L’Italia non è sola. La pensa così anche la Germania e in Europa, di solito, il parere di Berlino è legge. Ma se così non sarà, se le pretese dell’esoso di Washington saranno troppo anche per l’arrendevolezza europea, se l’Unione deciderà di ingaggiare lo scontro rispondendo dazio su dazio e riuscirà a restare unita, la nazionalista di Roma probabilmente si uniformerà. Lo farà controvoglia e senza convinzione. Magari cercando di sfruttare ogni minimo spazio a disposizione e impostando, come già fa sul riarmo, una classica politica all’italiana, il contrabbandare spese di ogni sorta come tributo alla Difesa. Però quasi certamente seguirà le indicazioni di Bruxelles. A qualcuno farà piacere. Ad altri, e non solo a destra, dispiacerà. Ma quel poco di sovranismo che ancora le restava Giorgia Meloni lo ha bruciato nei mesi difficili in cui ha dovuto scegliere fra Trump e l’Europa.