L'anniversario Tutti i tentativi di rilancio dell’economia un tempo florida sembrano osteggiati dalle stesse autorità locali. Ma anche il governo centrale bosniaco e perfino i leader della comunità slavo-musulmana (bosgnacca) sembrano volerne ignorare la sorte
Una donna musulmana bosniaca piange tra le bare delle vittime di Srebrenica nel 2008 – AP
Srebrenica è una città morta. Lo si intuisce entrando in paese, risalendo la lunga via fino all’isolato centrale, attorno al quale si affollano i luoghi di culto (chiesa ortodossa e moschea), le attività culturali (quasi tutte concentrate nella vecchia Dom Kulture, una struttura brutalista risalente agli ultimi anni della Jugoslavia) e quelle economiche: il bar, il ristorante, il supermercato, e un minuscolo mercato di rado attivo. Tutt’intorno aleggia un clima desolato: case ancora distrutte dalla guerra, altre devastate dall’incuria e dall’abbandono, hotel e bar falliti. Il tutto dominato dall’enorme struttura giallognola dell’hotel termale un tempo florido e ora ridotto a uno spettro scolorito e cadente.
Ma spettrale appare tutta la città e gran parte dei suoi abitanti. Pochi abitanti, peraltro. Al di là delle statistiche, chi vive a Srebrenica afferma che la popolazione davvero residente non superi le mille anime. Almeno cinque volte di meno di prima della guerra, e in gran parte profughi serbi provenienti da altre zone della Bosnia. Gli abitanti della municipalità, ovvero del contado, sono un po’ superiori, ma comunque anche loro molti meno che in passato. Si tratta di contadini, solitamente anziani, spesso musulmani tornati a vivere nelle vecchie case qualche decennio dopo la tragedia. Di giovani se ne vedono pochi; spesso abbandonano la zona non appena maggiorenni, soprattutto se hanno studiato o imparato un mestiere. D’altronde per quale motivo qualcuno dovrebbe scegliere di vivere a Srebrenica, avendo una qualche alternativa? Se si eccettuano le pochissime attività commerciali private, l’unico lavoro disponibile è nell’amministrazione pubblica. I pochi adulti residenti a Srebrenica sono dipendenti comunali, spesso assunti su raccomandazione, per legami famigliari o politici, quasi sempre senza alcuna competenza né alcuna volontà di migliorare le condizioni della città.
Una città dunque destinata a morire, a scomparire piano piano dalle cartine geografiche e dal panorama politico globale. Tutti i tentativi di rilancio dell’economia un tempo florida sembrano osteggiati dalle stesse autorità locali. Ma anche il governo centrale bosniaco e perfino i leader della comunità slavo-musulmana (bosgnacca) sembrano volerne ignorare la sorte. Può apparire stupefacente, considerato quanto la questione del riconoscimento del genocidio di Srebrenica sia ancora al centro delle polemiche politiche bosniache. Da una parte i nazionalisti serbi ancora al potere nella Republika Srpska di cui oggi la città fa parte, che continuano a negare o sminuire il massacro, dall’altra i leader musulmani che ne usano la memoria vittimista a fini politici. Allora perché entrambi gli schieramenti sembrano non volere alcun futuro per la città?
In realtà la cosa non dovrebbe stupire, conoscendo la consuetudine dei nazionalisti ad allearsi tra di loro, anche quando rappresentano comunità spinte al conflitto da loro stessi. È successo infatti durante le guerre jugoslave degli anni Novanta, quando i nazionalisti di tutti gli schieramenti hanno operato insieme contro la convivenza e le identità miste, rappresentate dalle città multiculturali assediate e distrutte. E la stessa fine drammatica di Srebrenica potrebbe essere il frutto di un accordo fra i leader degli schieramenti in guerra.
Non ci sono prove, fonti inoppugnabili; nessuno storico serio può oggi affermare che la fine di Srebrenica, nel luglio del 1995, sia stata il frutto di un accordo. Ma gli indizi sono tanti ed è lecito ipotizzarlo. Nell’estate di quell’anno una serie di offensive, da una parte e dall’altra, hanno semplificato i fronti militari. Agli attacchi serbi contro le enclave musulmane nella valle della Drina, tra cui Srebrenica, sono seguiti l’«operazione Tempesta» contro i territori serbi in Croazia, poi la seconda strage del mercato a Sarajevo e le operazioni croato-musulmane che portarono allo sblocco dell’assedio della capitale grazie al supporto aereo statunitense. Tutte queste battaglie si sono risolte in attacchi senza alcuna risposta militare, seguiti dalla fuga della popolazione e da alcune stragi, di cui quella di Srebrenica è incommensurabilmente la più grande.
Insomma, una colossale pulizia etnica che oggi sembra pilotata, voluta da tutti i leader coinvolti per semplificare i fronti e raggiungere un accordo di spartizione, poi certificato a novembre nella base americana di Dayton.
Se tutto questo fosse vero, Srebrenica sarebbe dunque stata parte dell’accordo: creare un territorio compattamente serbo a cavallo del confine serbo-bosniaco lungo la Drina in cambio della liberazione di Sarajevo dall’assedio. Questo spiegherebbe anche tanti altri misteri: il trasferimento proprio in quei giorni dei principali comandanti militari musulmani della città; la sicurezza con cui i serbi sono avanzati nella cosiddetta “area protetta”; la mancata reazione da parte dei Caschi Blu olandesi; l’inerzia dei rappresentanti locali dell’Onu, molti dei quali in vacanza e sostituiti dai loro vice. Il massacro degli ottomila maschi di Srebrenica sarebbe dunque la conseguenza di un colossale accordo tra tutte le parti in causa: i diplomatici statunitensi, i rappresentanti delle Nazioni Unite e i leader serbi, croati, musulmani.
È orrendo pensarlo, ma non sembra un’ipotesi inverosimile. Anzi pare confermata dalla volontà attuale di abbandonare la città al suo destino di oblio. A nessuno serve una Srebrenica viva, che sappia rinascere, che sia in grado di coltivare il presente, di pensare un futuro, di leggere con chiarezza il passato.
A tutti invece sembra far comodo una Srebrenica morta, oggi come allora. I nazionalisti serbi che l’hanno fisicamente distrutta, uccidendone gli abitanti, vorrebbero che fosse dimenticata per sempre, una fra le tante stragi di civili che hanno affollato le guerre jugoslave e quelle che sono seguite. Ma anche chi teoricamente sta dall’altra parte vorrebbero che Srebrenica rimanesse uno scheletro vuoto e fumante, uno strumento politico sempre utile, ma inanimato.
Oggi 11 luglio ricorrono i trent’anni dalla conquista di Srebrenica da parte dell’esercito serbo-bosniaco e dall’inizio del massacro. Parteciperanno alle cerimonie i leader bosniaci musulmani, media e politici di tutto il mondo; gli eredi di coloro che hanno abbandonato la città al suo destino. In quella farsa io, come altri, preferisco non esserci; per non essere sopraffatto dalla nausea. La nausea per un massacro che doveva essere evitato. Ma anche la nausea per una spirale di violenza che continua a ripetersi con poche varianti, per leader politici che continuano a condurre alla guerra e al massacro i propri popoli, per una comunità internazionale impotente, quando non complice. Massacri come quello di Srebrenica continuano a ripetersi; ancora a lungo si discuterà col senno di poi del modo in cui vanno descritti, se si tratta di genocidio o di “semplici” stragi, se si potevano prevenire, evitare.
E intanto c’è chi muore ogni giorno. E chi prepara il terreno per il prossimo massacro.
* Storico
