Goffredo Fofi Con una spietata gentilezza, Goffredo Fofi allontanava la richiesta di occuparsi di autori che non gli erano simpatici, non gli erano mai piaciuti o non gli piacevano più
Goffredo Fofi con Enrico Deaglio, 1993 – foto©Vincenzo Cottinelli
Con una spietata gentilezza, Goffredo Fofi allontanava la richiesta di occuparsi di autori che non gli erano simpatici, non gli erano mai piaciuti o non gli piacevano più, rispondendo solo: «Ci penso».
Lo aveva naturalmente già fatto da tempo, aveva pensato ogni voce intellettuale o artistica, ogni scrittrice e scrittore, poeta, regista, musicista di cui fosse stato possibile avere notizia – ma anche impossibile, procurandosela chissà come. Per questo era delizioso sentirlo raccontare e divagando intrecciare un po’ confusamente e un po’ studiatamente storie importanti che per lui erano ricordi di politica e cultura, poetiche e movimenti.
Ma non era nostalgico e si dedicava assai più a quello che non aveva ancora fatto che a quello che era stato e si intestardiva in nuovi progetti, articoli, riviste, collane. Generoso e accogliente, ci ha regalato la sua amicizia in questi ultimi anni tornando a leggere il manifesto e a scriverci con gusto e con cura, dandoci consigli e silenzi che equivalevano a rimbrotti. Ne avremmo avuto bisogno per ancora tanto tempo.
Una generosità la sua che non è stata ricambiata dalle istituzioni culturali e politiche del paese, eppure Goffredo nella sua grande dignità non è mai stato isolato. Ha vissuto invece letteralmente circondato da tantissime amiche e amici che hanno fino all’ultimo affollato la sua casa e messo su il caffè e che adesso lo piangono. E noi con loro.
