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Melonismo Aveva un’espressione particolarmente tirata e a tratti quasi mesta Giorgia Meloni, mentre ieri pomeriggio leggeva velocemente, come se si trattasse di una noiosa pratica burocratica da sbrigare in fretta, ciò che invece il vicepremier al suo fianco salutava come un «annuncio storico»

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni e al XX Congresso CISL La premier Giorgia Meloni

Aveva un’espressione particolarmente tirata e a tratti quasi mesta Giorgia Meloni, mentre ieri pomeriggio leggeva velocemente, come se si trattasse di una noiosa pratica burocratica da sbrigare in fretta, ciò che invece il vicepremier al suo fianco salutava come un «annuncio storico»: il via libera al progetto definitivo del Ponte sullo Stretto. E dire che Meloni stava parlando di quello che dovrà diventare un «simbolo ingegneristico di rilevanza globale». Di più: «Una dimostrazione della forza di volontà e della competenza tecnica dell’Italia che ha pochi paragoni nel mondo».

Ne parlava con così scarso entusiasmo forse perché non è convinta della necessità e della fattibilità di un’opera che per il suo molesto vice leghista è diventata ragione di vita politica? Non sarebbe un’ipotesi così peregrina. Oppure sono state quelle due parole, «competenza tecnica», a gettarla in un profondo sconforto?
Appena due giorni prima la premier si era dimostrata ben più tonica: aveva vergato sui social (l’ambiente in cui si sente più a suo agio) un post dal piglio fiero e risoluto per rivendicare la decisione tutta politica di aver riportato a casa su un volo di Stato il torturatore libico Almasri. E per chiarire che niente sfugge al suo controllo perché è «assurdo» solo pensare che un ministro possa assumere una decisione senza averla concordata preventivamente con lei.

In questo modo Meloni ha voluto assicurare che non ci sono ministri maldestri che combinano grossi guai a sua insaputa (anche se facendolo ha tradito una qualche preoccupazione in tal senso). E ieri al Tg5 ha ribadito, rafforzandolo, il concetto: «Io non sono Alice nel Paese delle Meraviglie, sono il capo del governo».

Ma soprattutto la premier ha lanciato una sfida a chiunque pensi di frapporsi tra la sua persona e l’esercizio del potere. Al parlamento, che in via del tutto teorica potrebbe decidere di autorizzare il processo ai suoi ministri e al sottosegretario Mantovano (sarà seduta accanto a loro al momento del voto sull’autorizzazione a procedere, avverte minacciosa). E alla magistratura, considerata – lo ha ripetuto ieri – il principale ostacolo sulla strada del suo governo, lastricata di progetti che sono essi stessi una continua sfida al diritto e ai diritti.
Nel post del 4 agosto – una sorta di prova generale davanti allo specchio di presidente dai “pieni poteri” – Meloni ha condensato lo spirito delle riforme che più le stanno a cuore: il premierato e la riforma della giustizia che ha l’obiettivo di imbrigliare il più possibile la magistratura.

Però c’è anche il Ponte sullo stretto, il giocattolino miliardario di Salvini. C’è quella «competenza che ha pochi paragoni nel mondo» che dovrebbe concretizzarsi in un progetto che per mille ragioni finora non è mai riuscito a stare in piedi. Per altre mille ragioni (interne e internazionali) il governo di Giorgia Meloni finora in piedi è invece riuscito a rimanerci senza scossoni. Ma al di là degli sforzi di immagine nei quali si produce la premier, l’ingegneria che sostiene quel governo, una miscela di autoritarismo e incompetenza, smania predatoria e logica settaria, sembra in realtà tutt’altro che garanzia di solidità.

Sostenere che il progetto Ponte sullo Stretto sia una metafora dell’attuale governo è azzardato. Il sogno di Salvini potrebbe, chissà, avverarsi davvero, per quanto molto improbabile. E un progetto alternativo a quello meloniano potrebbe continuare a arrancare per anni perdendosi tra personalismi, guerricciole di potere e mancanza di coraggio. Ma di fronte allo spettacolo del melonismo non provare a costruirlo seriamente sarebbe davvero imperdonabile.