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Dazi Usa Entità dei dazi e utilizzo dei loro proventi, sottratti a qualsiasi disamina politica, diventano arbitrio sovrano in una sorta di economia politica del capriccio

Illustrazione di Phil Leo e Michael Denor/Getty Images Illustrazione di Phil Leo e Michael Denor – Getty Images

La guerra dei dazi, poiché di una guerra si tratta, comporta l’insediamento del potere dello stato al centro dei rapporti economici globali. Il conflitto tra stati, pur con il pretesto di ripristinarla, prende il posto della “competitività” tra imprese e sistemi produttivi.

E lo prende per conservarlo. Una volta di più il sogno di affidare allo stato il ripristino della giustizia in terra si realizza in forma di incubo. Senza regole e in balia dell’arbitrio più assoluto.

Parliamo di potere statale e non “politico” poiché, come tutte le altre guerre, anche quelle commerciali rappresentano uno stato di eccezione poco compatibile con le procedure democratiche e con i contrappesi dello stato di diritto. Ad essergli congeniale è piuttosto un esecutivo forte, privo di vincoli e disposto a dare seguito alla retorica più minacciosa. Un potere statale autoritario e decisionista. L’entità dei dazi e la destinazione dei loro proventi, sottratti a qualsiasi disamina politica, diventano prerogativa indiscutibile dell’arbitrio sovrano in una sorta di economia politica del capriccio. I soldi andranno dove decido io, dichiara nel suo stile inconfondibile il presidente Trump, intento a trasformare il partito repubblicano statunitense in una versione avventurista e irrazionale del Pcc e sé stesso in un teatrale autocrate.

Se all’origine di questa guerra vi è effettivamente l’immane debito pubblico americano (il costo dell’egemonia Usa e di tutti i primati statunitensi nello sviluppo tecnologico e militare) non è affatto chiaro come procederà il «riequilibrio» reclamato dall’amministrazione di Washington. Certo è che se la guerra commerciale è guerra tra stati la sua cifra ideologica non potrà che essere quella del nazionalismo, il raggio delle ambizioni e degli obiettivi politici sempre più ampio e la sua parentela con altre forme di guerra decisamente stretta.

Che l’Unione europea esca da questo conflitto con le ossa rotte è ben più che una probabilità. Non essendo l’Europa uno stato federale, e nemmeno un’entità politica compiuta, difficilmente riuscirà a muoversi sul piano di questo scontro, a mantenere posizioni unitarie e a reagire con la dovuta tempestività e decisione. Ursula von der Leyen sembra dimenticare troppo facilmente queste circostanze, quando si stupisce delle defezioni dei suoi soci. L’accordo dei dazi al 15% sulle merci europee destinate agli Stati uniti (comprese distinzioni e incertezze di varia natura) non accontenta né i falchi né le colombe, né gli europeisti né i filoamericani. E alla fine ciascuno tornerà nei limiti del possibile alla sua dimensione di stato nazionale, badando soprattutto ai propri interessi. A cominciare dalla Germania che ha mandato a Washington il suo ministro delle finanze Klingbeil per avviare una trattativa diretta sull’auto e sull’acciaio made in Rft. Altri seguiranno secondo le esigenze dei rispettivi interessi commerciali.

Ma soprattutto gli accordi sui dazi (poiché di vere e proprie armi offensive si tratta) non rispondono ad alcuna regola e non garantiscono alcuna stabilità. Le condizioni a cui sono vincolati possono cambiare dall’oggi al domani e variare, anche in misura vertiginosa, su determinate merci. A pochi giorni dall’accordo con la Ue, il presidente americano minaccia di tassare al 35% le merci europee se l’Unione non spenderà una cifra esorbitante nell’acquisto di armi e prodotti energetici statunitensi. In questo genere di ricatti si va ben oltre politiche doganali certe e prevedibili. Ma, come in tutte le guerre, le mosse devono essere tenute nascoste all’avversario fino all’ultimo momento e non si riconoscono criteri diversi dai rapporti di forza.

C’è infine un uso direttamente e dichiaratamente politico dell’arma dei dazi, che non riguarda la bilancia commerciale. A farne le spese è stato per il momento il Brasile di Lula, reo di voler processare l’ex presidente golpista Bolsonaro e di aver preso misure per impedirne la fuga. In questo caso l’elevatissimo dazio rappresenterebbe una rappresaglia contro la presunta repressione dell’opposizione politica brasiliana. In altri casi, come quello del Canada, si minacciano dazi esorbitanti in caso di riconoscimento dello stato palestinese. Basterebbero già questi due esempi, facilmente estendibili a molti altri paesi e altre situazioni, (immigrazione, pretese territoriali), a rivelare la stretta parentela se non la sovrapposizione immediata, tra dazi e sanzioni, le quali rappresentano il primo stadio di un conflitto tra stati sempre suscettibile di preoccupanti escalation. Del resto l’intera argomentazione trumpiana sulle barriere doganali è infarcita di risentimento e intenzioni punitive, di toni ricattatori e sentimenti vendicativi.

Se è vero che l’ottimismo liberale delle origini aveva promesso di sostituire i commerci alle guerre, servendosi invece degli stati nelle guerre di conquista e per la spartizione delle risorse, gli stati sembrerebbero oggi servirsi dei commerci per ritornare a uno stato di potenziale conflitto tra sovranità nazionali destinato, intanto, ad accrescere il potere di comando delle élites.