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Piena occupazione La maggior parte delle malattie sono curabili, ma i medicinali sono ormai introvabili

Wahid Al-Ghalban, 13 anni: ha perso un occhio, un braccio e una gamba in un raid Epa/Haitham Imad Wahid Al-Ghalban, 13 anni: ha perso un occhio, un braccio e una gamba in un raid – Epa/Haitham Imad

Tra un passato meraviglioso e un presente doloroso, ma sia il passato che il presente sono a Gaza: come può la vita di una persona capovolgersi dall’oggi al domani? Stavo vivendo i giorni più belli della mia giovinezza, circondata dal calore della mia piccola famiglia e sognando un futuro luminoso. Avevo il pieno sostegno dei miei cari grazie alla mia passione e alla mia eccellenza accademica nel campo dell’oftalmologia.

LA NOTTE PRIMA della catastrofe, mi stavo preparando come qualsiasi altro studente di scienze della salute per il mio turno clinico all’Al-Nasr Eye Hospital. Ero immersa nei miei libri, preoccupata solo di stirare il camice bianco. Mi preparavo per un’altra lunga giornata in clinica, a prendermi cura dei pazienti. Ma a Gaza nulla di bello dura per sempre. Quel giorno non mi sono svegliata al suono della sveglia, ma al rumore terrificante delle bombe e di suoni violenti e sconosciuti. La mattina seguente, l’8 ottobre, stavo navigando online quando ho visto le immagini della mia università distrutta dai bombardamenti aerei. Uno strano senso di vuoto mi ha pervaso: mi stavo preparando da un anno per laurearmi proprio in quelle aule. In un istante, tutto svanito. Sono caduta nella disperazione. Cinque anni di studi intensi sono svaniti senza una cerimonia di laurea, senza conclusione né dignità. Ma a Gaza non ci sono scelte. O sopportiamo o moriamo di crepacuore.

Nel dicembre 2023 la mia casa è stata bombardata, insieme al laboratorio di oreficeria di mio padre. Ho perso tutto: i miei libri, i miei effetti personali, persino il mio camice bianco è rimasto sepolto sotto le macerie. La scrivania, dove ero solita rivedere i casi prima di andare in ospedale, era scomparsa. Hanno distrutto la mia università e la mia casa. Del mio sogno restavano i ricordi. Siamo stati costretti a trasferirci in campi profughi che chiamavano «zone sicure», ma che erano tutt’altro che sicure. L’aria era densa di polvere, fumo e odore di morte. I miei fratelli, i miei genitori, le altre famiglie, tutti sfollati. Il dolore si coglieva dagli occhi: molti soffrivano di infezioni, congiuntivite acuta. Anche io ho sviluppato i sintomi. Correvano da me con gli occhi irritati, chiedendomi consigli e conforto. Io ci provavo, in qualche modo continuavano a fidarsi della mia modesta esperienza.

L’ANNO SUCCESSIVO, dopo aver perso medici, amici e vicini cari, anche la nostra seconda casa è stata bombardata mentre io e i miei fratelli eravamo dentro. Siamo sopravvissuti per miracolo, ma abbiamo perso gran parte della nostra famiglia. Ero tormentata dagli incubi. Mio padre mi ha detto di andare avanti: «Vai a fare volontariato in una clinica locale». Così, nel dicembre 2024, ho iniziato a fare volontariato all’Al-Razi Medical Complex, sotto la guida di un brillante oftalmologo. Ero terrorizzata all’idea che fosse passato un intero anno senza pratica. Ma il medico mi ha rassicurato: «Sei una studente brillante e perspicace. Hai qualcosa di speciale». Ogni giorno, camminavo verso la clinica sotto i bombardamenti, con l’anima in mano.

La strada che percorrevo è stata bombardata più volte, ma in qualche modo sono sopravvissuta ogni volta. Forse per aiutare gli altri a sopravvivere.

Ben presto il numero di casi è cresciuto rapidamente. Ho assistito a innumerevoli interventi chirurgici per la rimozione di calazi, la sutura di lacerazioni palpebrali e la gestione dello strabismo indotto da traumi. La sala operatoria è diventata il mio nuovo laboratorio dopo che quelli dell’università sono stati distrutti.

ALCUNI CASI erano strazianti. Spesso tornavo a casa in lacrime, ma il giorno dopo ritornavo sempre. Ricordo un bambino, non più grande di sette anni, che aveva perso un braccio e un occhio in un attacco aereo. Aveva la tisi bulbare, un occhio atrofizzato e non funzionante a causa di gravi ustioni. Non piangeva. Il suo corpo era paralizzato dallo choc.

UN GIOVANE, Mohammad Ali, il suo nome è ancora impresso nella mia mente, era stato portato in ospedale dopo un’esplosione nelle vicinanze. I suoi vestiti erano intrisi di sangue e continuava a sussurrare: «Non vedo… perché non vedo?».

Non aveva alcuna percezione della luce, era completamente cieco. Abbiamo confermato l’atrofia del nervo ottico dovuta a un trauma diretto.

C’era una giovane donna di 24 anni, una mia ex compagna di classe. Mi ha guardato con occhi supplichevoli: «Aiutami, Lina».

Durante un bombardamento aereo nella zona vicina, un muro le era crollato addosso, causandole fratture orbitali che avevano provocato una deviazione verso il basso dell’occhio, ovvero l’ipotropia. Aveva appena iniziato la sua vita… e ora doveva affrontare una deformità facciale e problemi alla vista.

Abbiamo visto decine di bambini affetti da dolorosi calazi che normalmente sarebbero stati facili da curare. Ma anestesia generale e strumenti chirurgici non erano disponibili nel sud, del tutto isolato dal nord. I bambini sopportano il dolore con pomate e sostituti. Alcuni hanno avuto reazioni allergiche o un peggioramento dei sintomi. Non c’è una soluzione efficace. Altri sono arrivati con cheratocongiuntivite vernale, un’infiammazione allergica cronica degli occhi aggravata dalla polvere e dal fumo. Non abbiamo colliri steroidei, né antistaminici. Anche le cure più elementari sono introvabili. Una neonata soffriva di un retinoblastoma congenito, un tumore oculare raro ma curabile. Avremmo dovuto eseguire immediatamente l’enucleazione per impedire la diffusione al cervello. Ma gli strumenti mancano e i confini sono chiusi. Dopo sette mesi, il medico mi ha informato che era morta. Ho sentito un dolore acuto al petto. Che crimine aveva commesso?

SONO DIVISA tra due paure: per i miei pazienti e per la mia famiglia. Con una mano tengo il telefono, scorrendo gli aggiornamenti delle notizie e temendo i nomi che potrei vedere. Con l’altra tengo un oftalmoscopio. Non c’è spazio per il dolore, solo per il dovere. Nel gennaio 2025, dopo una tregua dichiarata, il lavoro era ripreso all’Ospedale Europeo sotto la supervisione dell’università. Ci sono andata solo quattro volte, accompagnata dalla paura: la strada sarà sicura? Tornerò a casa dalla mia famiglia? La via era deserta, le rovine infinite. La mia mente ripeteva: «La guerra è finita». Ma il mio cuore diceva il contrario, soprattutto ogni volta che vedevo i carri armati dalla finestra della clinica.

Poco dopo, la guerra è tornata. L’ospedale ha chiuso di nuovo. Così sono tornata a lavorare da sola, alla Yaffa Eye Clinic di Deir al-Balah, sotto la guida di oftalmologi esperti. Sono tornata perché ho ancora un sogno, perché credo di avere uno scopo, perché le persone hanno ancora bisogno di cure, perché credo che Dio mi abbia messo qui per aiutarle. Sono ancora qui. A lottare contro le bombe, la fame, la paura, per diventare ciò che sono destinata a essere. Alla fine di questa strada.

*Scrittrice e laureata alla facoltà di medicina dell’Islamic University di Gaza