Autoritarismo e arsenali Gli amichevoli incontri tra Viktor Orbán e Vladimir Putin sono ormai una consolidata abitudine. Ufficialmente incentrati su circoscritti temi economici includono certamente molto altro di cui si tace e da […]
Gli amichevoli incontri tra Viktor Orbán e Vladimir Putin sono ormai una consolidata abitudine. Ufficialmente incentrati su circoscritti temi economici includono certamente molto altro di cui si tace e da cui le istituzioni europee preferiscono distogliere lo sguardo.
Mai affrontata fino in fondo, la dissidenza di Budapest è oggi certamente meno isolata di un tempo. L’evidente affinità tra Orbán e Putin rivela ormai apertamente una sostanziale identità di vedute su cui l’Unione europea preferisce sorvolare per non mostrare le fragilità e le contraddizioni che minano il suo impegno «unitario» a fianco dell’Ucraina.
Tutto il discorso pubblico, prima ancora delle politiche di bilancio dei paesi dell’Unione, ruota attorno all’ipotesi di una prossima aggressione russa contro l’Europa occidentale. Si avviano faraonici programmi di riarmo, si stilano dettagliati piani di guerra, si organizzano esercitazioni militari nel cuore delle città, si istruiscono gli studenti sugli scenari bellici, si adattano le infrastrutture ai bisogni dell’esercito, si prevedono attacchi ibridi «preventivi» contro Mosca. Tutto questo senza spendere neanche una parola sul perché la Russia dovrebbe invadere i paesi occidentali, sulle ragioni di un’impresa che, anche allo stato attuale degli armamenti e degli equilibri geopolitici è, più che azzardata, impossibile. Sullo sfondo non resta che il riferimento a una generica volontà di potenza che certo si adatta alla personalità di Vladimir Putin, ma non a una realistica considerazione dei fatti.
Tutta questa fortificazione dei confini esterni, queste armi capaci di colpire a migliaia di chilometri di distanza, questi piani di guerra, distolgono l’attenzione da ciò che più concretamente minaccia i sistemi politici occidentali e quel tanto di principi democratici e diritti civili che l’Unione europea ancora garantisce. Ovverosia l’avanzata di quelle forze politiche di destra radicale che, come l’ungherese Orbán, mostrano affinità (e non di rado manifestano amicizia) con l’autocrate del Cremlino. Non sono forse identici a quelli propagandati dal neozar i valori patriottici, religiosi, muscolari e disciplinari, cari alle estreme destre europee? O non assomiglia alla Federazione russa la trasformazione plebiscitaria e decisionista della democrazia parlamentare? Non è in fondo squisitamente putiniana l’esaltazione delle sovranità nazionali contro le sempre più fiacche aspirazioni sovranazionali dell’Unione e gli estenuati principi del diritto internazionale?
L’aggressione finale contro quella che è stata la cultura politica europea del dopoguerra e l’intensa conflittualità che ne ha vivificato e condizionato il corso non sarà opera dei carri armati e dei droni russi. Non ce ne è alcun bisogno. Le forze politiche della destra estrema, dalla Germania alla Francia, dall’Olanda all’Italia, dalla Gran Bretagna alla Grecia, si occuperanno di fare dell’Europa un interlocutore gradito alla Russia di Putin. Di allestire un coro che canta la sua stessa lingua e condivide gli stessi «valori». Del resto le reciproche simpatie, e in diversi casi gli appoggi politici diretti, non sono un mistero per nessuno. Non la Russia, la cui cultura non può essere comunque espunta dalla storia d’Europa, ma il fascismo putiniano amplierà facilmente per questa via la sua influenza nei paesi europei.
Il corso militarista che l’Unione europea ha intrapreso con la reiterata e ottusa complicità delle declinanti socialdemocrazie, non farà che assecondare la controrivoluzione culturale delle destre. Della quale Vladimir Putin è un indiscusso campione. Il riarmo sta entrando in una spirale senza fine (la Russia ha stabilito di investirvi ulteriori enormi risorse) che dissanguerà le società europee e moltiplicherà i rischi di guerra nel Vecchio continente. Ma che soprattutto tende a provocare un cambiamento nell’opinione pubblica e nella percezione collettiva degli europei condizionato da una politica dell’emergenza strettamente imparentata con la dittatura. Putin vince e consolida il suo potere in patria e nel mondo proprio grazie ai velleitari governi che si riarmano contro di lui.
La crescita parallela degli arsenali e delle forze politiche di estrema destra non risponde solo a una lugubre coerenza ideologica. Il riarmo, che resta essenzialmente su base nazionale, comporta un principio di competizione anche tra alleati che può sempre scivolare verso la conflittualità propria dei nazionalismi. Preparandosi alla guerra l’Unione europea non muove verso maggiore coesione ma verso il contrario. Lo si vede già bene sul suo fianco orientale nella profonda divisione tra i filorussi ungheresi, cechi e slovacchi e i falchi baltici (più prudentemente la Polonia) il cui risentimento antirusso vorrebbe trascinare l’Europa intera su posizioni di scontro diretto con Mosca. A complicare ulteriormente il quadro si aggiunge l’appoggio di Donald Trump all’estrema destra e alla spesa militare nel loro comune e velenoso trend di crescita.
Può anche suonare come un appello d’altri tempi, ma di fronte alle minacce che oggi incombono sul Vecchio continente converrebbe ricorrere a un antico binomio, quello tra antifascismo e antimilitarismo. Ovviamente ricollocando la propria azione in un contesto in cui fascismo e riarmo permeano, non sempre immediatamente riconoscibili, modi di vita e di produzione attuali.
