Il destino dell'Europa Chi vede l’esito tragico della corsa guerrafondaia si riduce talvolta a sperare in Trump. Nella sua lungimiranza o nella sua clemenza, sbagliando in entrambi i casi
Oltre e persino più che del futuro dell’Ucraina, quello di cui si sta discutendo in questi giorni nelle maniere rudi imposte da Donal Trump e con l’improvvisazione di un’Unione europea sempre in ritardo, è il destino del nostro continente. Prima con i dazi, poi con il disimpegno militare, infine con il documento strategico sulla sicurezza e sempre accompagnando tutto con insulti, il presidente americano è stato netto nel tagliare i ponti con l’Europa. Noi molto meno nel prenderne coscienza. In una certa misura si può capire, visto che non si tratta di un passaggio politico ordinario ma di un’inversione di marcia della storia. Ma quando qualche risposta arriva, quando in uno dei suoi indecifrabili formati (che sono parte del problema) dal vecchio continente giunge qualche risposta al nuovo corso americano, va sempre nella direzione sbagliata.
Prendiamo Mark Rutte, il segretario generale olandese della Nato che considerava Trump il «paparino» dell’Europa e che ieri ha detto che i paesi dell’Alleanza atlantica sono «il prossimo obiettivo della Russia» e dunque «già in pericolo». Viste le armi in campo ha annunciato cioè niente altro che l’apocalisse atomica, avvertendo che «bisogna adottare una mentalità da tempo di guerra». Il guaio è che questa mentalità sta già guidando e da un po’ le scelte dei principali paesi europei e dei leader che non contenti di spingere la riconversione industriale bellica e scavare la voragine della spesa militare, propongono con insistenza commenti e previsioni che paiono rubati al sergente maggiore di Full Metal Jacket.
Lo sconforto è tale che chi vede chiaramente l’esito tragico di questa rincorsa guerrafondaia, di questi vaticini di pugna che regolarmente si auto avverano, si riduce talvolta a sperare in Trump. Non si capisce bene se nella lungimiranza o nella clemenza del presidente americano, ma sbagliando in entrambi i casi. Quale sia l’idea di pace di Trump – al quale Conte vuole «lasciar fare» – non è un indovinello ma qualcosa che i palestinesi provano sulla pelle. E per quanto il mondo si sia distratto da Gaza, non la si può spacciare in alcun modo per una soluzione e nemmeno per una vera tregua.
Non bastassero alcuni secoli di storia, a spiegare che la via dell’isolazionismo percorsa dalla Casa bianca non porta alla pace basterebbe vedere come viene declinata nella politica interna statunitense: per riassumere, in fascismo. L’annuncio poi di voler sostenere in Europa sovranisti e destre estreme è la carta che fa crollare il castello, siamo più dalle parti delle ingerenza americana (quella che noi italiani abbiamo conosciuto) che dello splendido isolamento.
Ma soprattutto quello che porge Trump non è un segno di pace ma un annuncio di guerra. Guerra commerciale, degli affari, della finanza, cioè le sue uniche possibilità di tenere in piedi l’economia squilibrata degli Stati uniti fin qui sorretta dal dominio militare. Non è la dismissione di una politica di potenza ma la sua prosecuzione con altri mezzi: la distruzione di ogni stanza di compensazione mondiale, di ogni multilateralismo, di quel che resta del diritto internazionale. La postura menefreghista non può nascondere l’intenzione aggressiva. Confondersi su questo può portare a sottovalutazioni gravi, come quella di non cogliere quanto ci sia di minaccioso per tutto il pianeta dietro le mosse della Casa bianca che si presentano come affari privati, a proposito di energia, ambiente, rapporti con paesi emergenti. Se le guerre preventive per esportare una democrazia (mai praticata fino in fondo in casa) hanno scavato il fossato nel quale siamo caduti, il riconoscimento degli autocrati (si chiamino Putin o Netanyahu) e l’imitazione dei regimi non ci tireranno fuori.
In fondo c’è una sola speranza alla quale guardare, che chiede più e non meno democrazia. Fa capo a chi da questa somma di decisioni che chiamano geopolitica si sente, e in buona parte in effetti è, regolarmente escluso. Sono le masse popolari che in tutti i paesi hanno ormai smesso persino di votare, favorendo anche così il successo percentuale delle destre estreme che sono bravissime a solleticare gli istinti. Trattandosi del loro, del nostro, destino, una ripresa di protagonismo di queste masse è quanto mai necessaria. In realtà le abbiamo viste nelle piazze fino a poco fa, nel movimento per Gaza e qui in Italia soprattutto nei giorni della Flotilla. Nessuno riuscirà mai a muoverle per una difesa acritica di questa Europa che è quella del riarmo, dei diritti negati e delle frontiere blindate. Ma il desiderio di pace e la radicata consapevolezza che questa si costruisce con il dialogo, il diritto e la democrazia e non con le armi sono diffusi e potenti. È il momento di portarli alla luce del sole. Oggi, tra le tante, c’è anche il no al riarmo tra le motivazioni dello sciopero generale – benvenuto – della Cgil. Non può essere un punto tra gli altri.
