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Guerra e povertà Poco alla volta, nel volgere di un decennio o poco più, tanti che da sinistra avevano preso per buone le lusinghe del mercato hanno capito di essere finiti su una strada sbagliata

Giulio Ruffini, "Uomo sullo stop"Giulio Ruffini, "Uomo sullo stop"

Provate a immaginare di essere alla guida di un’auto di notte, in una strada sconosciuta. Non avete dispositivi satellitari che vi guidino. Quando l’avete imboccata, il senso di orientamento vi diceva che la direzione fosse giusta, ma ora non ne siete tanto sicuri.

A un certo punto vi rendete conto di essere davanti a una curva molto ampia, la visuale è in parte ostruita, e non potete rallentare per spostarvi sul lato e sbirciare oltre l’ostacolo. Non siete in grado quindi di stabilire in anticipo se imboccando la curva andrete in un’altra direzione. Circostanze di questo tipo possono capitare nella vita di ciascuno. In casi del genere, non ci resta altra scelta che seguire la strada, sperando che ci porti nella direzione voluta.

La situazione di chi sta guidando in una curva di cui non riesce individuare la direzione finale assomiglia a quella in cui si trovano oggi i progressisti europei che avevano creduto alla promessa neoliberale. L’idea di partenza era che fosse possibile continuare a aumentare la crescita economica, in modo da avere un prodotto sociale sufficiente a remunerare i talentuosi, e a motivarli a produrre sostenendo anche i più svantaggiati, almeno quel tanto che ne garantisse la lealtà nei confronti del contratto sociale. In questo nuovo mondo, che sarebbe nato dopo la sconfitta del comunismo, tutti avrebbero ricevuto ciò che spetta loro, in proporzione al merito. Nella futura società meritocratica, il conflitto distributivo sarebbe stato l’ossessione solo di una minoranza motivata dal risentimento. Abbasso la lotta di classe, viva il capitalismo inclusivo!

A un certo punto, qualcuno dice dopo la crisi finanziaria, altri dopo il Covid, altri ancora dopo l’invasione dell’Ucraina, le certezze teoriche e normative che sorreggevano la promessa neoliberale, e la rendevano credibile anche per gli epigoni di un socialismo democratico in crisi di identità e in cerca di radicamento sociale, scricchiolano. Non tanto per via di confutazioni teoriche o di obiezioni normative (che non mancavano anche prima), ma piuttosto in seguito all’erosione sempre più evidente della base materiale che aveva portato tanti a prendere per buona la promessa neoliberale. Crescita asfittica, distribuzione iniqua del prodotto sociale, sistemi di regole disegnati su misura per il capitale, e sempre più punitivi per i lavoratori, e infine il tentativo sfacciato di colpevolizzare chi non riesce a prevalere nella competizione per un posto al tavolo dei «meritevoli».

Poco alla volta, nel volgere di un decennio o poco più, tanti che «da sinistra» avevano preso per buona la promessa neoliberale hanno cominciato a sentirsi come ci si sente quando si imbocca una curva di cui non si può prevedere la direzione. L’incertezza, e il dubbio di essere finito su una strada che non porta in un posto piacevole, hanno cominciato a generare sfiducia, e dopo qualche tempo questa ha trovato voce come contestazione delle forme della democrazia politica. Non era in fondo anche questo parte della promessa neoliberale? Non solo saremmo stati sempre meglio, ma saremmo anche vissuti in società democratiche.

La suggestione generata da questa visione era così forte da far dimenticare qualche secolo di colonialismo, e a rivalutare la politica delle cannoniere e l’interventismo liberale per aiutare i recalcitranti a diventare a loro volta democratici.

L’ascesa della destra Trumpiana negli Stati uniti, e forse nel mondo, lo stallo della situazione in Ucraina, e l’incapacità dell’Europa a tener fede ai propri impegni normativi (resa evidente a Gaza) sembrano confermare che siamo effettivamente finiti su una strada che non porta dove pensavamo conducesse, e anzi sembra si stia inoltrando in un panorama sempre più inquietante.

L’ultima illusione che sta scricchiolando è forse quella che era più cara ai progressisti europei, ovvero che il progresso economico e sociale avrebbe definitivamente relegato la guerra nel passato, almeno per il nostro continente. Una fantasia egoista, sostenuta da vuoti di memoria e miopie geopolitiche, ma cruciale per sostenere la speranza nel futuro.

Prima dell’ascesa del nazismo, la società tedesca era entrata a tutta velocità in una curva di cui non si poteva individuare la direzione. Questo, secondo Max Horkheimer, avrebbe provocato una reazione: «Quanto più incerta è la sorte delle ideologie necessarie, tanto più orrendi sono i mezzi ai quali si è costretti a ricorrere per sostenerle. L’accanimento e il terrore con cui si difendono gli idoli vacillanti, rivelano quanto il crepuscolo è avanzato». Se la parola passa «al fabbricante di munizioni, al suo rappresentante politico e al suo generale» è il momento, scriveva Horkheimer, di ripensare il significato e il senso dell’idea di progresso.