Stati uniti, un anno dopo Un’oligarchia complice di uno storico peculato articolato in cripto affari e smercio di indulgenze, il lucro ostentato della dinastia Trump. «La mia moralità è l’unico limite»
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Donald Trump durante un comizio elettorale nel 2024
365 giorni fa Donald Trump si insediava per la seconda volta come presidente degli Stati uniti e il Paese (e il mondo) imboccava un vicolo cieco senza svincoli di uscita. La ricorrenza di oggi segna un anno di caos.
Il destino dello stato di diritto e dell’ordine mondiale del dopoguerra era in verità segnato sin dalla notte del 6 novembr 2024, quando Trump ha vinto le elezioni. La “normalizzazione” di Biden aveva fallito il compito chiave: processare l’autore del tentato colpo di stato. E l’elettorato americano aveva espresso, ormai senza più attenuanti, la fatale decisione.
CHI AVVERTIVA del baratro a cui si affacciava il Paese, lo faceva per conoscenza dell’uomo che tornava ora al potere da plenipotenziario, ma anche per aver seguito da vicino i reazionari che vedevano in lui l’utile vettore per scatenare la «seconda rivoluzione americana». Quel disegno radicalmente distruttivo era esplicitamente delineato nel Project 2025. Quello che si preparava non era un normale avvicendamento nel ciclo di alternanze fra «liberali» e conservatori del bipartitismo americano.
Dopo il “rodaggio” del primo mandato, scattava invece una tabella di marcia che era sunto dei fanatismi alleati della coalizione Maga: suprematismo identitario, anarco capitalismo e millenarismo apocalittico.
SIN DAI PRIMI MESI il mondo ha imparato così a riconoscere i gerarchi che coniugano la ferocia ed il grottesco del regime: Stephen Miller, architetto squilibrato della pulizia etnica, Russel Vought, sovrintendente alla «decostruzione dello stato amministrativo» e picconatore del patto sociale, Pete Hegseth, ministro delle guerre in versione Marvel, Pam Bondi, gendarme incaricata delle vendette personali del presidentissimo.
Nel teatro della crudeltà performativa ci sono anche comprimari come il telepredicatore Mike Huckabee emissario dei «sionisti evangelici» presso il genocidio di Netanyahu, Smodrich e Ben Gvir, e Gregory Bovino, reichsfürer dei commando Ice e patito di sartorialità nazionalsocialista.
Un sunto parziale di un regime con infinite risorse per nuocere e il gusto della sopraffazione proprio dei troll di internet. La banalità del male si sarebbe detto, declinata per il 21esimo secolo attraverso le ramanzine geopolitiche di JD Vance e Marco Rubio. Sopra a tutto un’oligarchia complice di uno storico peculato articolato in cripto affari e smercio di indulgenze, il lucro ostentato della dinastia Trump. «La mia moralità è l’unico limite» proclama il supremo comandante in capo dalla Casa bianca trasformata in palazzo turkmeno.
A confermarlo una processione di capi di stato convocati per rituali di prostrazione e futili questue. L’ultima quella grottesca di Maria Corina Machado recante in dono il premio Nobel. (Dopo la sceneggiata ha dato mostra di conoscere chi tira realmente le fila, perorando la propria causa alla Heritage Foundation – gli autori di Project 2025).
MACHADO È FIGURA periferica di questa triste pantomima ma la sua strategia non è diversa dall’unica messa in campo da fior di capi di stato. II tentativi di adulare e implorare il presidente sono tutti ugualmente destinati a fallire. I patti faustiani non sono siglati con un affidabile Mefistofele ma con un sovrano psicotico. Un moderno Giorgio III d’Inghilterra, un Re Ubu che spande escrementi su sudditi e alleati come nel video Ia da lui stesso pubblicato: «Merde!».
BOMBARDAMENTI, deportazioni e guerra mondiale dei dazi come proiezioni di dominio e nuovo imperio. I cittadini americani, come il resto del mondo, ridotti a spettatori/ostaggi. Ogni tentativo di blandire e imbonire Ubu (con coppe Fifa o Nobel di seconda mano), non fa che ingigantire le sue brame. E così, dopo un anno, il mondo si trova affacciato su di una trama da distopia fantapolitica.
Di fronte all’attuale emergenza(e) il pur necessario dibattito su continuità dell’egemonismo Usa, sull’inevitabile tracollo di un sistema fondato su disuguaglianze e crescita perpetua dei mercati, passa necessariamente in secondo piano. L’incognita è dove sia e che forma potrebbe prendere un inevitabile punto di rottura. Una possibile indicazione sono i sondaggi d’opinione americana sulla punizione «esemplare» inflitta al Minnesota. Il 60% che ritiene oltrepassata ogni misura, sarebbe il serbatoio di voti necessario ad un riequilibrio nei mid-term di novembre – sempre che ci si arrivi dopo un altro anno forsennato.
LA STORIA INSEGNA che i fascismi hanno la vocazione, la fatale attrazione per le guerre, la tragedia necessaria ad esaurirne l’energia. Quello attualmente imperante in Usa ha da poco preattivato i parà della 11tesima Airborne, addestrati in Alaska per la guerra artica. Dispiegabili quindi in teatri come la Groenlandia, anche se la mobilitazione pare sia prevista sul Minnesota. Laggiù, nei -18 gradi (minima di ieri), gli eroici abitanti stanno tenendo testa ai 3.000 agenti mascherati della «forza di occupazione» di Ice (cit., il governatore Tim Walz), mostrando ai concittadini, e ai leader del mondo, che da questo vicolo cieco non si può che uscire con la resistenza.
