I nuovi schiavi La punta di un iceberg che dai rider arriva al lavoro di cura e ai micro-task online. Per migliaia di lavoratori stranieri il nodo della cittadinanza si intreccia al cottimo tecnologico. Serve un salto di paradigma che leghi i diritti alla persona, non solo al contratto.
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Un rider per la consegna a domicilio davanti al duomo di Milano
I provvedimenti della Procura di Milano su Foodinho-Glovo non sono solo un severo atto giudiziario, ma l’epitaffio di una narrazione tossica che ha spacciato la precarietà per modernità e lo sfruttamento per libertà digitale, spesso attraverso spot discutibili.
Quando le retribuzioni sono inferiori dell’81% rispetto ai minimi contrattuali e i rider sono costretti a operare ben al di sotto della soglia di povertà, non siamo di fronte a un’inefficienza del mercato, ma a un «caporalato algoritmico». La finzione giuridica dell’autonomia, strumentalizzata dalle aziende, crolla quando le indagini, ricche di risvolti sociologici, rivelano l’esistenza di un sorvegliante immateriale capace di imporre ritmi e sanzioni ai rider che non sono trattati da lavoratori, ma da appendici organiche della logistica urbana.
Sin da quando emerse la protesta dei rider a Torino nel lontano 2017 nessuno ha avuto la volontà politica di affrontare seriamente questo problema.
Sarebbe ingenuo attendersi una conversione da un governo come quello Meloni che ha fatto della deregolamentazione e della politica pro-business la propria cifra. E tuttavia il recepimento della Direttiva europea sul lavoro tramite piattaforme, previsto entro la fine dell’anno, non dovrebbe essere derubricato a mero esercizio burocratico, né a un’occasione per garantire altre scappatoie alle imprese. La tentazione di trattare la direttiva in un modo o nell’altro è forte. Tuttavia la sua applicazione può diventare un possibile terreno di conflitto e una leva per un cambiamento reale.
In questa discussione andrebbe chiarita una questione rilevante. Il problema delle tutele non riguarda solo chi come i rider sfreccia nelle città pagando il rischio d’impresa con la propria incolumità fisica. I rider sono la punta di un iceberg molto ampio e differenziato che comprende il lavoro di cura, l’accudimento domestico, le nuove forme di lavoro digitale, come il tagging di dati o le trascrizioni. Senza contare le filiere della logistica.
Parliamo di un ecosistema pervasivo abitato spesso da lavoratori e lavoratrici straniere. Per loro il ricatto della cittadinanza si salda tragicamente a quello dell’algoritmo. Senza una riforma che leghi i diritti del lavoro a quelli della persona, ogni protezione, in tutta evidenza, resterà parziale.
Per uscire dalla zona grigia serve un salto di paradigma legislativo che superi definitivamente il vulnus tra lavoro autonomo e subordinato sul quale specula il capitalismo delle piattaforme. Si potrebbe pensare a un nuovo «Statuto dei Lavoratori» per stabilire una protezione universale — salario minimo, infortuni, malattia, ferie — vincolando le multinazionali al rispetto della dignità umana a prescindere dalla qualificazione contrattuale. Il recepimento della Direttiva Ue garantirebbe inoltre la presunzione legale della subordinazione: non sia più il lavoratore a dover dimostrare il sopruso, ma l’azienda a dover provare l’autonomia.
In questa prospettiva, il controllo giudiziario della Procura di Milano non resterà un caso esemplare. Può anzi diventare il primo passo verso un sistema capace di imporre i diritti sociali e la trasparenza degli algoritmi, sottraendo la vita dei lavoratori alla tirannia di un codice proprietario.
