Intervista Il co-leader di Avs: «Sul ddl immigrazione faremo opposizione dura: serve integrazione, non respingimenti. C'è un pericoloso salto di qualità nell’attacco al dissenso: il decreto sicurezza mira a spaventare e criminalizzare chi manifesta. Referendum? Meloni è stata chiara: col Sì i giudici dovranno remare col governo». «Su tasse e salari servono proposte radicali, sulla politica estera con Pd e 5S ci sono molti più punti di convergenza che differenze. Board of Peace? Meloni non si permetta di portare l'Italia nel comitato d'affari di Trump»
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Nicola Fratoianni, deputato di Avs. Dal diritto a manifestare ai migranti, in queste ultime settimane il governo sta mostrando la sua faccia più feroce. Procedono per la strada segnata sin dal 2022 oppure vede un salto di qualità nella repressione?
C’è un elemento di continuità, visto che il governo ha esordito con un decreto contro i rave e in tre anni e mezzo ha introdotto oltre 40 nuovi reati. Confermano a ogni passo la loro cultura dell’emergenzialismo, lo stato di eccezione permanente per restringere gli spazi democratici. La continua ricerca di nemici contro cui orientare il senso comune e distrarre l’opinione pubblica dai loro fallimenti su temi come lavoro e salari. Ma c’è anche un pericoloso salto di qualità nell’attacco al dissenso. Hanno utilizzato le violenze di Torino come una clava contro il diritto di manifestare. C’è un mix tra norme pericolose e propaganda: il blocco navale sarà largamente inapplicabile perché in aperto contrasto con le convenzioni internazionali. Ma le nuove regole contro il diritto d’asilo e contro il sistema di accoglienza avranno un peso sulla vita reale delle persone più fragili.
Nelle reazioni del centrosinistra sembra prevalere l’idea che siano grida manzoniane, propaganda più che sostanza.
Un esempio: il decreto rave del 2022 in sostanza non è mai stato applicato, eppure è un manifesto ideologico di questa destra. Quando dico propaganda non intendo solo fuffa: l’obiettivo è spaventare, dissuadere chi intende manifestare, criminalizzare i manifestanti pacifici e anche le forze politiche, come è successo con noi dopo i fati di Torino: siamo stati oggetto di una campagna violenta.
Le opposizioni a volte esitano a reagire, come è a successo con le norme sui migranti. Quasi con la paura di inseguire l’agenda di Meloni. Come si concilia la giusta reazione con la necessità di proporre le vostre priorità nel dibattito pubblico?
Noi di Avs, a volte anche in solitudine, non ci siamo mai risparmiati sul tema dei migranti, nel contrasto a una deriva, anche trasversale, che ha aperto la strada alle destre. È nostro dovere tenere insieme i due elementi, reazione e costruzione. Sui temi che la destra tenta di nascondere, lavoro e sanità in primis, c’è una battaglia unitaria del centrosinistra. Mi batterò affinché ci sia un a battaglia molto forte contro le nuove norme sui migranti, a difesa di chi nella società civile si spende per i diritti, a partire da chi fa soccorso in mare. E saremo vigili, perché prevedo su questo un altro attacco alla magistratura che, come è suo dovere, farà rispettare le convenzioni internazionali.
Sul ddl immigrazione però si è notato il silenzio di Conte e Schlein. La coalizione come intende affrontare questo tema?
Bisogna saper spiegare con calma e fermezza agli elettori che la ricetta dei blocchi navali e dei porti chiusi, sperimentata in questi anni, non funziona: non si gestisce questo fenomeno con la cultura del respingimento e dell’emergenza. Eppure l’Italia spende di più per contrastare l’immigrazione che per la gestione e e l’integrazione. Lo ricordo anche a chi, nel ostro campo, rischia di essere subalterno al discorso delle destre. La Bossi-Fini da 25 anni produce irregolarità a ciclo continuo e ca cancellata.
A Bologna c’è un conflitto tra il governatore De Pascale e il sindaco Lepore sulla costruzione di un nuovo Cpt. Si tratta di due giunte di cui voi fate parte.
Questo dimostra che questa discussione anche tra noi, non è risolta e deve proseguire. I Cpr sono dei buchi neri della democrazia, peggio delle carceri. Non è questa la strada da seguire.
Il referendum sulla giustizia sarà un anticipo delle politiche?
È inevitabile che un appuntamento del genere abbia una forte valenza politica. E del resto la stessa Meloni ha chiarito la posta in gioco quando ha detto che vuole giudici che remino nella stessa direzione del governo. La premier è del tutto allergica a ogni forma di controllo, vuole colpire la divisione dei poteri che è un architrave della Costituzione. Questa è la sostanza. E mi pare che stia crescendo la consapevolezza tra gli elettori della portata della sfida. E sui rischi di una vittoria del Sì per la tenuta dell’equilibrio costituzionale.
Il centrosinistra è pronto per sfidare le destre, oppure la coalizione è solo una chimera?
Da tempo ormai c’è una convergenza e una omogeneità crescente su temi comi i salari, la sanità scuola, almeno tra noi, Pd e 5S. Per rendere questa proposta vincente occorre però ancora molto lavoro. Capisco che ognuna delle forze politiche voglia fare un proprio percorso sul programma, ma non basta: l’alternativa deve vivere non solo tra noi ma dentro il Paese. Faccio due esempi: non basta parlare di emergenza salari, serve una proposta chiara. Noi abbiamo proposto una legge per adeguare i salari all’aumento dell’inflazione. Possiamo discutere su come arrivarci, come sulle tasse per le grandi ricchezze. Ma dobbiamo essere d’accordo sul atto che questi sono temi chiave.
Pd e 5s paiono molto prudenti sulla patrimoniale e anche su meccanismi tipo scala mobile.
Ripeto, sui meccanismi tecnici si può discutere. Il punto è che serve una svolta radicale su alcuni nodi, non solo rispetto a quello che fa la destra ma anche a passate stagioni del centrosinistra.
Di fronte a una leader forte come Meloni rischiate di restare prigionieri del tormentone sul leader?
Più saremo chiari e netti sulle proposte, meno saremo succubi del tormentone sul leader. Quando sarà il momento troveremo le modalità con cui individuare il o la leader. Ma il punto decisivo è spiegare cosa faremmo noi al governo: non basta ascoltare, a noi spetta l’onere di avanzare proposte e mobilitare su queste pezzi di società. Ad esempio, deve essere chiaro che noi, al governo, stracceremo l’impegno del 5% sulle spese militari per dirottare quei miliardi sul sociale.
Anche sulla politica estera tra voi le divisioni non mancano.
In realtà i temi di convergenza, anche qui, sono maggiori rispetto a quelli dove restano delle differenze. Penso all’impegno comune su Gaza, ma anche alla reazione a quanto fatto da Trump in Venezuela. Così pure sul no al 5% e al piano di riarmo di von der Leyen. Con Pd e 5S condividiamo l’esigenza di una difesa comune europea che porti a razionalizzare le spese. Io penso che si debba superare il diritto di veto affinché l’Ue cambi realmente passo.
Meloni vuole entrare nel Board of Peace di Trump.
La premier non si deve permettere di portare l’Italia in un luogo che non ha nulla che vedere con la pace, un comitato d’affari e di speculazione immobiliare su Gaza mentre Israele viola la tregua e continua con la pulizia etnica e l’apartheid.
Voi siete stati i primi a dire no alle armi all’Ucraina. Dopo 4 anni è ancora di convinto di quella scelta?
Siamo stati sempre per una soluzione diplomatica, anche quando molti inneggiavano alla vittoria militare di Kiev, mentre sottobanco già si discuteva do possibili accordi sui territori. Chi provava a invocare la diplomazia veniva tacciato di putinismo, accusa surreale se rivolta a noi. L’Ue non ha voluto parlare di diplomazia, poi è arrivato Trump che vuole una pace su misura dei suoi affari. Come a Gaza.
