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Sarà lunga Dal Pakistan all’Africa, cento focolai di guerra si accendono e si possono saldare dopo l’inizio dei bombardamenti di Usa e Israele. Sempre i conflitti partono come «brevi»

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Musulmani sciiti appiaccano un fuoco al cancello del consolato americano a Lahore, Pakistan foto Ap Musulmani sciiti appiaccano un fuoco al cancello del consolato americano a Lahore – Pakistan foto Ap

Appena esci dalla fiction televisiva della Situation room allestita in qualche club di Mar-a-Lago – con cartonato fatto di tende oscuranti, telefoni che squillano e una mappa appesa alle spalle del comandante della beautiful armada – diventa chiaro che l’aggressione di Stati uniti e Israele al regime iraniano sta collegando le fra loro diverse crisi e può far deflagrare più fronti di guerra. Fronti che si estenderanno nella misura in cui questa prima guerra dell’era del Board of peace sarà protratta.
Il ministro della guerra Usa Pete Hegseth parla di Epic fury come di un’operazione che pone fine a 47 anni di guerra contro gli Stati uniti, ma deve ammettere che la distruzione della capacità bellica iraniana non richiederà solo una notte.

Trump dichiara di non voler che la guerra duri troppo a lungo, ma lascia intendere che durerà. Precisa di aver sempre pensato che sarebbe durata quattro settimane, compiacendosi per come «li stiamo distruggendo» in anticipo sui tempi. Hegseth dichiara che non ci saranno truppe sul terreno, Trump non lo esclude. Sottolineano di aver ottenuto «la superiorità aerea», ma sanno bene che questo non ha mai portato al regime change.

Lungo queste spirali contraddittorie la guerra si è già espansa. E non solo a causa del coinvolgimento del Libano: il generale Usa Caine ha già parlato di truppe aggiuntive, di un «maggior impiego dell’aviazione tattica» nel teatro delle operazioni. Sul versante europeo, il Regno unito ha infine concesso le proprie basi agli Usa. Gli inglesi sono stati bersagliati a Cipro, mentre la Francia, colpita ad Abu Dhabi, si dichiara pronta a difendere i Paesi del Golfo. I monarchici iraniani e la leadership israeliana, per parte loro, non paiono interessati a una transizione negoziata a Teheran. L’ex primo ministro Naftali Bennett già definisce la Turchia come il «prossimo Iran», con tutte le implicazioni che derivano designare come nemico un membro della Nato.

A fronte di stock missilistici americani e israeliani che presenterebbero criticità in caso di guerra protratta, gli iraniani sembrano aver imparato qualche lezione nella «guerra dei 12 giorni» dello scorso giugno. Oggi, Russia e Cina sono maggiormente coinvolte rispetto al passato nella fornitura di aiuti, intelligence e dotazioni militari all’Iran.

Il ministro degli esteri cinese Wang Yi ha esortato gli Stati uniti e Israele a cessare immediatamente le operazioni militari per impedire che il conflitto si estenda all’intera regione mediorientale. Sotto il fuoco della reazione iraniana, i paesi del Golfo si chiedono se gli Usa non abbiano calcolato male, lasciandoli così esposti al fuoco per dare priorità alla protezione delle proprie basi e di Israele. Sono sistematicamente colpiti i più grandi porti, aeroporti e infrastrutture estrattive, con un impatto profondo sull’economia globale.

Ma c’è di più: si stanno delineando possibili saldature con due ampi teatri di crisi: la regione del Mar Rosso/Corno d’Africa e quella afghano-pakistana, dove si combatte già nel bel mezzo del Ramadan. Da giorni, l’esercito di Islamabad colpisce in profondità, da Kandahar fino a Kabul, e i morti si contano a dozzine. I tentativi di Arabia saudita, Qatar e Turchia di allentare le tensioni non hanno prodotto risultati, circostanza che segnala l’assenza di un meccanismo di sicurezza regionale in grado di gestire le crisi. Storicamente vicino alla Cina nella rivalità con l’India, il Pakistan affronta un quadro poco stabile: un’economia debole e un’arena politica polarizzata, come dimostrano i 22 morti negli assalti ai consolati Usa dell’altro ieri.

Nella regione del Mar rosso, la federazione etiope si trova sull’orlo di una guerra civile su più fronti, di tipo jugoslavo. Mentre riceveva il presidente turco Erdogan, il Nobel per la pace Abiy Ahmed ha rilanciato il vecchio tema del nazionalismo etiope: l’uscita dalla «prigione geopolitica» tramite la conquista di un accesso al mare. Ieri Abiy non si è presentato al 130esimo anniversario della «gloriosa vittoria» di Adua contro l’invasore italiano, lasciando il posto al presidente Taye Atske Selassie che ha ribadito la linea espansionista. I centinaia di migliaia di morti, con corollario di stupri, torture e carestia, nella recente guerra contro i separatisti del Tigray potrebbero rivelarsi solo un intermezzo.

Dai giorni della recente visita della premier Meloni, si assiste infatti all’ammassamento di truppe e mezzi pesanti, con proclamazione di allerta generale. Il Fronte di liberazione popolare del Tigray ha condannato questa mobilitazione come una violazione dell’accordo di pace. Anche il movimento Amhara (Fano) e il Fronte di liberazione Oromo si sono mobilitati. Una nuova guerra in etiopia si intreccerebbe con ogni probabilità con la guerra civile sudanese, dove gli Emirati, godendo proprio di appoggi etiopi, sostengono le Rsf. Si riaccenderebbe anche un conflitto diretto tra Etiopia ed Eritrea, e questo potrebbe portare al coinvolgimento più o meno diretto di Egitto, Emirati, Arabia saudita e Israele. La Somalia, che ospita gli F16 turchi, contesta le aspirazioni secessioniste del Somaliland. Quest’ultimo ha ottenuto il riconoscimento della propria indipendenza da parte di Israele. Alla parata militare tenutasi al Cairo a metà febbraio era presente il presidente somalo Hassan Sheikh.
Se si allarga lo sguardo, si vede come prenda forma un allineamento di fatto tra i paesi che puntano alla messa in discussione dello status quo, a partire dai firmatari degli Accordi di Abramo, Israele ed Emirati arabi uniti, e con l’Etiopia revionista in appoggio. Dall’altro lato, si profila un asse sunnita fra i paesi più estesi e popolosi della macroregione, che sono maggiormente interessati allo status quo: Turchia, Pakistan, Arabia Saudita ed Egitto.

Sullo sfondo, c’è la grande questione sciita, dall’Africa all’Afghanistan, che storicamente ha trovato un punto di riferimento nell’Iran degli ayatollah. Quasi tutte le guerre iniziano con l’aspettativa di un successo militare rapido.