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Il terzo gode Mentre i mercati energetici e quelli finanziari guardano con preoccupazione e spavento quanto sta accadendo nello Stretto di Hormuz e le implicazioni della sua chiusura a petroliere e metaniere dei paesi del Golfo, le grandi potenze globali si trovano di fronte al dilemma delle sanzioni agli idrocarburi russi

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Un operaio petrolifero aziona una manopola di comando su un pozzo multiplo mentre, sullo sfondo, si intravedono le tubature nel giacimento di greggio pesante di Russkoye, gestito da Rosneft PJSC, nella regione di Yamalo-Nenets nella Siberia orientale, vicino a Novy Urengoy, in Russia, giovedì 8 dicembre 2016. La vendita a sorpresa di azioni del gigante petrolifero Rosneft PJSC per 11 miliardi di dollari al fondo sovrano del Qatar e a Glencore Plc conclude un 2016 che è andato sempre meglio per il presidente russo Vladimir Putin, grazie a una situazione politica che ha giocato a suo favore. Fotografo: Andrey Rudakov/Bloomberg via Getty Images Un operaio petrolifero a lavoro nel giacimento di greggio pesante di Russkoye, Yamalo-Nenets, Siberia orientale, Russia

Mentre i mercati energetici e quelli finanziari guardano con preoccupazione e spavento quanto sta accadendo nello Stretto di Hormuz e le implicazioni della sua chiusura a petroliere e metaniere dei paesi del Golfo, le grandi potenze globali si trovano di fronte al dilemma delle sanzioni agli idrocarburi russi.

Così come la Casa bianca aveva deciso autonomamente di rendere l’acquisto di petrolio di Mosca uno dei punti cruciali delle negoziazioni commerciali con Cina e India, riuscendo con il proprio peso a dissuadere alcuni compratori indiani dal fare incetta di greggio siberiano (Urals) a buon prezzo, l’amministrazione Trump ha compiuto un dietrofront. Per trenta giorni, l’India non sarà soggetta ad alcuna reprimenda se acquisterà petrolio russo. Se la guerra all’Iran dovesse durare oltre al previsto, chissà.

Sanzionato e sotto embargo in Occidente, l’Urals è considerato da Washington elemento stabilizzatore dei mercati al pari delle riserve di greggio che gli Stati uniti e i paesi del G7 hanno rilasciato coordinandosi con l’Agenzia internazionale dell’energia (Aie).

Nonostante 400 milioni di barili delle scorte strategiche siano stati resi disponibili, un evento storico, i mercati vedono il prezzo del Brent veleggiare oltre i 100 dollari al barile e i corrispettivi mediorientali oltre i 120. Senza la misura della Casa bianca, la competizione sui mercati internazionali alimenterebbe ulteriormente l’ascesa dei prezzi. Da giorni, l’Urals viene venduto ai compratori indiani, sprovvisti di petrolio saudita, iracheno ed emiratino, ad un prezzo maggiore del Brent.
Lo shock del conflitto in corso tra Stati uniti, Israele e Iran ha infatti generato lo shock più grande mai avuto sui mercati petroliferi. Neppure le crisi energetiche del 1973 o il 1979 avevano privato il mondo di volumi così elevati di greggio e altri prodotti dell’industria. Non vi sono merci o settori industriali isolati dalle conseguenze nefaste di quanto sta accadendo nel Golfo. Nei fatti, la crisi di Hormuz e il pivot di Washington rendono non solo vani ma controproducenti le varie misure del G7 per limitare gli introiti russi dalla vendita di petrolio.

Nella giornata di giovedì, la Commissione europea ha pubblicato un’effimera dichiarazione secondo la quale la crisi al momento non rappresenta un rischio per l’Unione. Con il Brent al massimo da tre anni, gli operatori riconoscono la disconnessione dalla realtà della geopolitica dell’energia di Bruxelles e laconicamente porgono la propria attenzione altrove.

Un esempio sono le minacce della nuova leadership di Tehran di una prolungata chiusura di Hormuz, con l’Iran a selezionare uno per uno i navigli di Hormuz, e il petrolio a 200 dollari al barile.
Nel mentre, il Cremlino coglie la palla al balzo e riconsidera la propria strategia globale. Il presidente Vladimir Putin, convocando il gotha dell’industria al Cremlino, appare l’unico a sfruttare cinicamente il contesto elencando le priorità del settore: rinsaldare i bilanci delle compagnie, aumentare la produzione (difficile se non impossibile nel breve tempo), e offrire gli idrocarburi russi ai partner economici e politici in Asia, rilanciando l’immagine della Russia come potenza energetica.