Idee, non primarie L’oscenità e la ferocia del linguaggio con cui Trump, seguito da Netanyahu e Putin, tenta di legittimare le terribili guerre in corso evocano, per contrasto nella dinamica degli opposti, un altro linguaggio, che articola il futuro e alimenta la speranza
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L’oscenità e la ferocia del linguaggio con cui Trump, seguito da Netanyahu e Putin, tenta di legittimare le terribili guerre in corso evocano, per contrasto nella dinamica degli opposti, un altro linguaggio, che articola il futuro e alimenta la speranza.
Dunque un linguaggio progettuale e programmatico. Alla sua costruzione sono urgentemente chiamate le forze del cosiddetto «campo largo». La sfida è, infatti, per l’Italia e per L’Europa, non rovinarsi con l’innalzamento delle spese militari mantenendo inalterate tutte le proprie fragilità, ma rovesciare l’intero modello di sviluppo, passando da uno fin qui troppo proiettato verso le esportazioni (e pertanto anche esposto alle ritorsioni sui dazi), a un modello radicalmente diverso in direzione di un maggiore spazio per la domanda interna, i bisogni sociali insoddisfatti, i beni collettivi, pubblici e comuni.
È raccogliere questa sfida – pratica e valoriale – che dà un significato non solo retorico all’ambizione di riscoprire la centralità del lavoro, e della sua dignità, e di sollevare un’ondata di investimenti, con priorità ben selezionate: fuoriuscita dalla deindustrializzazione, messa in sicurezza del territorio, riassetto idrogeologico, salvaguardia e valorizzazione del paesaggio naturale e artistico, aree interne, sanità, scuola, Università, Ricerca… L’intreccio lavoro/investimenti/nuovo modello di sviluppo è fondamentale. Non si può nascondere la difficoltà e la complessità di tutto ciò. Pertanto è necessario che la strumentazione politica e istituzionale sia adeguata: bisogna immaginare la riscoperta della Programmazione e della Pianificazione (istituendo un ministero apposito), ruoli molto incisivi per l’impresa pubblica, la possibilità di dare vita a Piani per la piena e buona occupazione, il tutto strutturato in una modalità non statalistica grazie al coinvolgimento di una pluralità di attori.
Occorre affermare una nuova visione del ruolo dello Stato, riparando lo svuotamento dell’immaginario attorno alla sfera pubblica, lasciandosi definitivamente alle spalle visioni dello sviluppo frutto di meccanismi automatici (il mercato ma anche la decontribuzione, la detassazione, la deregolamentazione) con intrinseca svalutazione del ruolo dell’intervento pubblico. Di fatto, con le privatizzazioni e la soppressione dei centri di guida e indirizzo, l’economia è stata depotenziata e lasciata a se stessa o a centri di potere oscuri, salvo poi essere compensata con bonus, elargizioni, misure ad hoc più o meno estemporanee nelle quali si è distinto il governo Meloni. Ma è stato documentato che addirittura due terzi dello spettacolare incremento della Produttività totale dei fattori italiana realizzatosi nei primi cinquant’anni del dopoguerra, si deve al contributo dell’Iri. Così come si deve alla sua scomparsa, a seguito delle privatizzazioni della seconda metà degli anni ’90, il crollo negli indicatori italiani di crescita e produttività.
Peraltro, le imprese pubbliche operavano con retribuzioni molto più ragionevoli di quelle che prevalgono oggi, basti dire che l’amministratore delegato dell’Eni nel 1991 aveva una retribuzione pari all’equivalente di 300mila euro l’anno, 6/7 volte quella di un funzionario, mentre, dopo la privatizzazione, ha una retribuzione pari a 4 milioni di lire l’anno, 83 volte rispetto ai funzionari.
Il sano linguaggio programmatico di cui abbiamo bisogno è il linguaggio della Costituzione, queste parole – lavoro, dignità, programmazione, impresa pubblica, consigli di gestione; insieme a libertà, solidarietà, giustizia, responsabilità – sono nella Carta del ’48. Esprimono ideali opposti a quelli dei movimenti Maga e illiberali in giro per il mondo dai quali la premier Meloni non si è mai chiaramente dissociata. Richiamarsi a tali parole consente, invece, di raccordarsi allo straordinario «spirito costituzionale» che ha spinto tanti giovani a votare No al recente referendum, a quel bisogno di apprendimento tanto cognitivo quanto normativo che sempre si condensa nelle Costituzioni.
Ciò che Walter Benjamin chiamava il«tenero compito» per superare l’oltraggio con cui la disumanità e la violenza distruggono il diritto, riconoscendo che le conquiste rivoluzionarie non potrebbero realizzarsi senza le maturazioni valoriali e normative veicolate dalle Costituzioni.
