Resistenze Il punto debole dei nazionalismi fascistoidi di ultima generazione è che le guerre da loro stessi scatenate finiscono per rendere fragili i loro regimi e cozzano con gli interessi dei loro alleati o sudditi: giunge propizia la festa nazionale del 25 aprile 2026, in tempo di guerre e di democrazie minacciate
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«Il mondo è devastato da una manciata di tiranni», è l’allerta di papa Leone. Cinque anni fa era ben più fatalista il nostro presidente del Consiglio dell’epoca, Mario Draghi, riferendosi al turco Erdogan: «Ci sono dittatori di cui si ha bisogno». Dittatori a cui ci si abitua, verrebbe da precisare, pazientando nell’attesa che ogni tanto uno di loro perda il potere, meglio se pacificamente come in Ungheria. Evidentemente abbiamo pazientato troppo perché nel frattempo i tiranni e i dittatori che detengono il potere in paesi che consideravamo democratici sono passati alle guerre di aggressione.
In Italia vanno ancora per la maggiore gli scettici che minimizzavano e irridevano, chi per cinismo e chi per servilismo, l’allarme fascismo e le minacce che ne derivano alla democrazia costituzionale nata dalla Resistenza. A cent’anni esatti dalla marcia su Roma, nel 2022, è tornato al governo per via elettorale un partito che rivendica nel simbolo e nella discendenza da Almirante e Rauti una continuità mai ripudiata con il regime di Mussolini, non spingendosi oltre la critica alle sue Leggi razziali. Facendo leva sulla smemoratezza ci hanno venduto come innovativa l’estraneità originaria di questa destra al patto costituzionale e la denigrazione del movimento partigiano additato come superfluo (la guerra l’hanno vinta forse gli Alleati?) se non addirittura fratricida.
Hanno trovato utili idioti che assecondavano il dileggio rivolto all’Anpi retrogrado, a una sinistra capace solo di denunciare inverosimili tendenze autoritarie invece di occuparsi dei problemi materiali degli italiani: «Antifascisti immaginari, facce da Ventotene, malati di torcicollismo! Mica vorrete paragonare la Ducia al Duce. Giorgia Meloni piace all’estero, i praticanti del saluto romano e del revisionismo storico sono minoranze folcloristiche, la democrazia non corre alcun pericolo».
Qualcuno aggiungeva che semmai il vero fascismo è quello dei «Supermario», dei Monti e dei Draghi: «Oggi l’uomo forte non indossa più l’orbace o la camicia nera: veste la grisaglia del tecnico». Intanto la «manciata di tiranni» di cui parla Leone XIV stava incendiando il mondo, con la tacita approvazione quando non l’aperto plauso della nostra destra anti-antifascista al governo. Dietro ai dittatori «di cui si ha bisogno», dietro agli uomini forti benedetti da un apparente consenso plebiscitario (ricordiamoci che anche FdI e la Lega sono ben lungi dal rappresentare la maggioranza degli italiani), dietro il nazionalismo suprematista che li accomuna – se ne faccia una ragione chi ha descritto costoro con benevolenza – si manifesta un fenomeno sociale che da oltre un secolo chiamiamo fascismo.
In attesa che qualche brillante pensatore trovi una parola più convincente, noi continueremo a chiamare fascismo questo raccoglitore di pulsioni reazionarie e xenofobe mascherate da amor di patria. Comincia a scricchiolare anche la banale obiezione secondo cui non siamo più nel primo 900 e l’Italia non sembra (per il momento) terreno propizio alla militarizzazione squadristica di settori della società già presente negli Usa e in Israele. Concediamo pure, in favore dei pignoli: stiamo parlando di nuovo fascismo, evoluzione contemporanea di quello novecentesco. Resta che hanno in comune il culto inautentico di tradizioni manipolate, la pretesa mitica di fondarsi su antiche civiltà, la brutalità virile considerata necessaria, il costante tentativo di irreggimentare un pezzo di società contro l’altra, il disprezzo per il cosmopolitismo e la retorica patriottica.
Il punto debole di questi nazionalismi fascistoidi è che le guerre da loro stessi scatenate finiscono per rendere fragili i loro regimi e cozzano con gli interessi dei loro alleati o sudditi. È lo spiraglio che vediamo aprirsi oggi nella rapida caduta di consenso ai governi di destra testimoniata anche dal referendum italiano.
L’antidoto democratico fondato sulla partecipazione popolare e sulla persistenza di istituzioni sovranazionali rivela una forza sottovalutata. Ma dovrà fronteggiare gli strumenti insidiosi che il nuovo fascismo detiene alle spalle dei suoi principali esponenti criminali, più o meno psicopatici che siano: col fanatismo pseudoreligioso e con l’accettazione rassegnata delle disuguaglianze, con la rimozione o la condivisione delle pratiche feroci destinate agli umani considerati inferiori e nocivi, s’impasta il tecnofascismo degli algoritmi riassunto nella dottrina Palantir che mette la potenza dei suoi dati al servizio di nuove dittature, non solo negli Stati Uniti.
Giunge assai propizia la festa nazionale del 25 aprile 2026, in tempo di guerre e di democrazie minacciate. Fu istituita ottant’anni fa con un decreto firmato da De Gasperi e dal luogotenente Umberto perché l’Italia, per poco, era ancora una monarchia. Eravamo un paese in macerie che avviò la sua ricostruzione democratica con una sequenza di riforme storiche concentrate nel breve corso di un biennio davvero straordinario, fra il 1945 e il 1947: diritto di voto alle donne, passaggio dalla monarchia alla repubblica, stesura di una carta costituzionale. Un’accelerazione resa possibile dall’esperienza partigiana che riunì le diverse culture antifasciste. Non fu un regalo degli Alleati. Ricordiamocelo perché stiamo vivendo un periodo non dissimile.