Clima Disuguaglianza e cambiamento climatico sono figlie dello stesso padre: il modello capitalista estrattivista
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Ai primi di luglio il Corriere della Sera pubblica un appello sottoscritto da «Un gruppo di ambientalisti, attivisti e cittadini per il territorio» – così si autodefiniscono – che include molti autorevoli rappresentanti della cultura artistica e paesaggistica, quali Tomaso Montanari, Vittorio Sgarbi, Salvatore Settis, e del giornalismo, come Corrado Augias, oltre a una variegata compagine che va dalla scrittrice Susanna Tamaro a Paolo Crepet e si estende a numerosi esponenti di Italia Nostra.
I destinatari dell’appello sono Wwf, Legambiente e Greenpeace, rei del sostegno cieco che danno alla realizzazione di impianti eolici e fotovoltaici «finanziati da speculatori finanziari nascosti dietro gli eco-mostri che rischiano di distruggere il nostro territorio, senza alcun reale beneficio». «Non si può salvare il pianeta distruggendo la terra che calpestiamo» scrivono, ma aggiungono: «Noi non neghiamo la crisi climatica. Sappiamo perfettamente che è necessario individuare soluzioni efficaci». Soluzioni che naturalmente devono trovare altri, non loro. Non si sono accorti che intanto paesaggi molto più estesi di quelli che potranno essere occupati dalle rinnovabili, vengono cancellati dagli incendi favoriti dal cambiamento climatico che le rinnovabili combattono. Non si sono neanche accorti delle ondate di calore che falcidiano vite specialmente fra gli anziani più poveri, quelli che non possono permettersi l’aria condizionata.
I sottoscrittori dell’appello sono per la maggioranza persone che hanno molto a cuore la giustizia sociale, ma evidentemente non hanno ancora chiaro che disuguaglianza e cambiamento climatico sono figlie dello stesso padre: il modello capitalista estrattivista, che porta i ricchi ad essere sempre più ricchi e i poveri ad essere sempre più poveri. Quegli stessi ricchi che sono i principali responsabili del cambiamento climatico. Contro tutto questo c’è la transizione energetica, la sostituzione delle fonti fossili con le rinnovabili, che devono svilupparsi il più rapidamente possibile, non rallentate in nome della pur giusta tutela del paesaggio, senza però fornire alternative.
Chi investe (e non sono certo tutte finanziarie internazionali), cerca di sistemare gli impianti dove può realizzare più profitto, e fa il suo mestiere. Gli ingegneri progettano gli impianti, ne curano la realizzazione, e fanno il loro mestiere. Chi non fa il suo mestiere è proprio l’uomo di cultura che denuncia devastazione del paesaggio senza proporre soluzioni.
Gli impianti fotovoltaici ed eolici sono necessari non solo per combattere il cambiamento climatico, ma anche per uscire dalla dipendenza dalle fonti fossili. La guerra all’Iran ha fatto lievitare il prezzo di gas, benzina, gasolio ed elettricità e inasprendo l’inflazione, tutti effetti pagati più degli altri dalle le fasce più povere della popolazione.
Anche per questo dobbiamo dipendere solo dalle fonti energetiche endogene che abbiamo, come vento, sole e geotermia.
Certo, il pericolo che il paesaggio possa soffrirne c’è, come c’è la certezza che il paesaggio debba adattarsi ed accogliere gli impianti eolici e fotovoltaici. Non c’è scelta.
Il paesaggio è storia, è tecnologia, è natura, cioè è cultura, quella che i più autorevoli fra i firmatari rappresentano.
Opporsi senza impegnarsi, delegando ad altri la responsabilità di trovare una soluzione, fa il gioco di quel modello politico e culturale che la maggior parte dei firmatari avversa. Rallentare le rinnovabili significa rinforzare il modello economico attuale, che per ridurre le emissioni preferisce il nucleare. Non a caso questo governo lo vuole imporre: col nucleare si concentra un grande potere nelle mani di potenti multinazionali e si passa da una dipendenza a un’altra.
Ecco, è bene che il mondo della cultura finalmente si sia accorto che c’è in atto una transizione energetica che non è solo un fatto tecnico ma investe il paesaggio con tutte le sue implicazioni culturali e politiche, non lasciando soli quei pochi paesaggisti che l’hanno ben chiaro. È venuto il momento, per questo mondo, di scendere in campo e contribuire alla ricerca del giusto equilibrio fra rinnovabili e paesaggio, sporcandosi le mani