Illuminava l'aria La morte a 86 anni del cantautore emiliano. Dentro la Locomotiva c’erano Pietro Gori (Addio Lugano) e di riflesso Carducci e Pascoli
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Francesco Guccini a Milano nel 1975 – Foto Dino Fracchia
«La storia ci racconta come finì la corsa/ La macchina deviata lungo una linea morta». E pensare che a un certo punto – molti anni fa, comunque – ci sembrò poco elegante (un tantino grossolano, retorico) il rituale di alzare il pugno in corrispondenza del grido.
Grido che annunciava ai «contadini curvi» l’impresa del macchinista anarchico: «Fratello non temere che corro al mio dovere», verso bellissimo però anche al milionesimo ascolto, «trionfi la giustizia proletaria!», ripetuto tre volte come si faceva in tutte le ballate anarchiche e nei cori popolari. Che Francesco Guccini conosceva bene, per via delle notti beat passate all’osteria a trasbordare il passato nel futuro di quei Sixties benedetti (dicono), con le orecchie aperte nei confronti della nuova canzone politica italiana, gli amati Cantacronache. Dentro la Locomotiva c’erano Pietro Gori (Addio Lugano) e di riflesso Carducci e Pascoli (al quale la passione per l’anarchia aveva causato un arresto e la perdita della fondamentale borsa di studio), più lontani Whitman e Lee Masters, di certo blues, ballate e canzoni del folk americano che piovevano dai dischi. La locomotiva come grande ballata dylaniana, da Hard Rain a Desolation Row, eppure totalmente nostra.
Quanto basta perché le parole e il calore della musica sapessero mutare il pubblico in pochi versi («Non so che viso avesse/ non so come si chiamava», e ci sei dentro quel treno), in una comunità effimera, per questo ancora più struggente, di fedeli della fiaccola dell’anarchia. Guccini al tempo aveva votato Psi e avrebbe avuto Berlusconi e Giorgia Meloni in grande antipatia. «Sibila il vapore sembra quasi cosa viva», neppure una voce ma qualcosa di impalpabile annuncia la cosa della giustizia proletaria: il fischio della locomotiva che si perderà nel cielo e con lui tutte le mille, diecimila voci coi loro pugni chiusi. Fuori correvano gli anni Settanta della rabbia, poi gli Ottanta della sconfitta, si fatica a trovare aggettivi per i decenni che sarebbero seguiti. Fino al silenzio.
NELLA LOCOMOTIVA – che il suo autore ne fosse cosciente oppure no – noi siamo per quei pochi secondi il fischio che annuncia la vendetta finale e ogni volta, momentaneamente, la sospende. Fino a quando? Siamo il maledettissimo anarchico e poi la stralunata consapevolezza del nulla di Leopardi, Pascoli e Gozzano. Figurine delle nostre antologie di liceo alle quali Francesco Guccini – «maestrone» di letteratura italiana secondo l’esegesi del soprannome – aveva dato una nuova vita dentro la storia di un paese che osservava i suoi cambiamenti, si faceva la guerra, dimenticava, non aveva visto ancora niente. Siamo il sogno finale di Novecento di Bertolucci, l’allucinato rituale del processo al padrone dopo la guerra. I pochi piccoli sogni di cui è fatta La storia di Elsa Morante. Testi lunghi «epici», usciti negli anni della Locomotiva che condividono qualcosa della pasta emotiva di quella canzone, il saliscendi, il tuffo al cuore, la malinconia, soprattutto il primo che sotto un treno inizia e finisce.
GUCCINI seduto una sedia che immaginavamo impagliata come il fiasco di vino che si teneva accanto e beveva a sorsate, è l’immagine dei fortunati che l’hanno visto suonare in quegli anni, quando si sosteneva con lazzi e battute. Un disco come Opera Buffa metteva in mostra le sue virtù da cabarettista. Guccini «stare a letto il giorno dopo è forse l’unica mia meta», il verso delle osterie di Fuori Porta che fece scrivere a Riccardo Bertoncelli «Guccini non appartiene più a se stesso, e finisce col ripetersi». Bertoncelli usava (lo ha detto) un calembour usato contro il Dylan disimpegnato di fine anni Sessanta: liberare Dylan da se stesso, cioè tenere in vita l’immagine che noi abbiamo dei cantanti che una volta o l’altra ci hanno fatto salire su treno, lanciato a bomba contro l’ingiustizia.
Era il 1974 e da lì nacque l’Avvelenata, una delle canzoni che a torto o a ragione oggi ancora rappresentavano Guccini. Forse lui non l’amava granché, all’inizio. Forse anche La Locomotiva a un certo punto cominciò a pesargli. Ci sono versioni, credo, in cui delle 13 strofe qualcuna viene tenuta da parte, l’importante è che resti la giustizia proletaria. Ma sapeva improvvisare le ottave, come i vecchi contadini delle sue montagne. Aveva fatto le serate in balera, lo spettacolo deve continuare. E aveva la responsabilità di un poeta civile verso il pubblico, di una cantastorie per le sue storie. Per Franco Fortini era stato uno dei pochi capaci di tenere in vita la forma ballata, come Brecht (e se lo diceva Fortini), contro le arie del melodramma italiano che invece girano in tondo su se stesse.
E non aveva mai detto che le sue erano «canzonette«. Mai era andato a Sanremo. Anzi sì, aveva scritto un pezzo per Caterina Caselli nel ‘67 (Una storia d’amore) in grande stile Byrds/ beatnik: «I treni alla stazione sono pronti per partire« diceva il ritornello «non lasceremo mai questa stanza sul tetto». Non gliel’avevano preso.
