Dritti al bersaglio Credere a chi detiene il monopolio dell’uso legittimo della forza è un fatto di fiducia. O forse di fede. Quella del governo è cieca e priva di ragion d'essere
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Agenti in tenuta antisommossa – Foto Marco Alpozzi/Lapresse
Credere a chi detiene il monopolio dell’uso legittimo della forza è un fatto di fiducia. O forse di fede. Quella del governo, che ad ogni episodio di presunta malapolizia si schiera con gli agenti «senza se e senza ma», è cieca e priva di ragion d’essere. Lo dimostra il caso di Ramy Elgaml.
La nuova perizia mette fortemente in dubbio la versione fornita dai carabinieri protagonisti dell’inseguimento fatale del novembre 2024 a Milano. Ma prima bisogna ricordare che sei dei loro colleghi sono accusati di favoreggiamento, depistaggio e falso nel verbale d’arresto. In pratica avrebbero cercato di inquinare le indagini. Del resto i video di quella sera mostrano chiaramente due militari costringere un testimone a cancellare quello che aveva ripreso con il suo cellulare.
Le immagini non sono più state recuperate.
Un copione rivisto in scena in un successivo caso milanese, quello di Abderrahim Mansouri, ucciso da un proiettile sparato dalla pistola di un agente di polizia nel boschetto di Rogoredo, lo scorso gennaio. Anche qui abbiamo dei poliziotti accusati di aver tentato di sviare gli inquirenti. Che in ogni caso non ci hanno messo molto ad accorgersi dei tanti particolari che non quadravano e, di conseguenza, a iscrivere tutti nel registro degli indagati.
La procura di Milano, in quell’occasione, affidò le indagini proprio alla polizia. Una mossa all’apparenza controintuitiva, oltre che sconsigliabile (le linee guida della Cedu dicono in effetti che non bisognerebbe farlo), ma che in quell’occasione pare aver funzionato, anche nell’interesse della reputazione della polizia.
Avere fiducia in chi è deputato a mantenere l’ordine pubblico, del resto, non può essere un atto di fede. L’apertura di credito nei confronti dei soli che sono autorizzati a imbracciare le armi e a usarle in caso di necessità va guadagnata. E bisognerebbe riflettere sull’esistenza di un pezzo d’Italia che quando vede le luci blu della polizia non le confonde con gli addobbi natalizi e ne ha quantomeno paura.
Quando lo scorso luglio a Bologna, dopo la morte di Abderrahim Fakir al Pilastro, si verificarono violenti scontri davanti alla prefettura, la responsabilità non era dei «soliti noti». Non c’entravano i famigerati centri sociali. Non c’era una regia di violenti che volevano solo fare a botte. C’erano tante ragazze e tanti ragazzi, seconde e terze generazioni, scesi in strada per gridare la loro rabbia. E nessuno è riuscito a smuoverli. Anzi, le realtà organizzate a dirla tutta avevano addirittura provato a far partire un corteo, che sarebbe stato un eccellente modo per spostare la folla dal punto in cui poi effettivamente sono avvenuti i tafferugli.
La domanda sulla fiducia passa dunque per la capacità che hanno le forze dell’ordine di mettere in discussione se stesse. E sulla capacità di chi le controlla – il governo – di non utilizzare la polizia e i carabinieri come spauracchi da spedire dove i problemi sociali, i problemi culturali e, non ultimi, i problemi urbanistici delle città causano disagi e tensioni.
Se ogni complicazione viene affrontata a colpi di manganello (o peggio), non è lecito aspettarsi che chi lo impugna goda di fiducia illimitata.