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Riarmo La questione continua a essere presentata in termini caricaturalmente binari

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La questione del riarmo europeo continua a essere presentata in termini caricaturalmente binari: da un lato i filorussi contrari al riarmo perché troppo ignoranti per comprendere la minaccia o perché al soldo di Putin, dall’altra i fautori del riarmo senza se e senza ma unici interessati alla difesa di un popolo aggredito.

Fortunatamente, c’è chi rifiuta questo schema. I recenti contributi di Strazzari, Vignarca, Coticchia, Pianta e altri sul manifesto spostano la discussione su un terreno assai più fecondo: quali debbano essere gli obiettivi strategici del riarmo europeo, quali costi sociali comporti, quali alternative possa offrire la diplomazia e come costruire attorno a esso una base di legittimità.
Si può accettare o meno l’idea che l’aggressione all’Ucraina riveli una più ampia volontà espansionistica russa. Per chi scrive, questa tesi dovrebbe essere dimostrata su basi più solide, anziché semplicemente asserita. Ma anche accettandola resta un problema: da sola non spiega la tempistica degli eventi. Ursula von der Leyen annuncia il piano di riarmo europeo nel marzo 2025, tre anni dopo l’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina.

Per capire perché proprio allora occorre considerare un altro fattore: il ritorno di Trump e il radicale cambiamento che produce nei rapporti tra Stati uniti e Unione europea. Un indizio eloquente è la sequenza temporale. L’annuncio del piano arriva due settimane dopo il discorso pronunciato dal vicepresidente statunitense J.D. Vance alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco del febbraio 2025: un intervento che mette in discussione il rapporto transatlantico, attacca le democrazie europee e solleva dubbi sull’impegno americano a garantire la sicurezza del continente. Se gli Stati uniti avessero mantenuto inalterato il proprio impegno nella sicurezza del continente, la minaccia russa probabilmente non avrebbe prodotto l’attuale svolta.

Strazzari ha ragione nel richiamare i rischi di un dibattito che riduca l’intero orizzonte strategico del riarmo europeo al sostegno a Kiev e alla postura da adottare verso la Russia. Questa impostazione non è neutrale: imponendo una particolare lettura della crisi, indirizza il riarmo lungo una traiettoria precisa. Una traiettoria che può rafforzare anziché indebolire le spinte disintegrative che attraversano l’Europa. La direzione è chiara: sottrarre risorse alla spesa sociale per rafforzare gli eserciti nazionali e il pilastro europeo della Nato, con l’obiettivo di accrescere la deterrenza nei confronti della Russia. Ma, senza un forte coordinamento e risorse realmente condivise, l’Europa continuerà a essere un insieme di capacità nazionali poco o per nulla coordinabili.

È difficile immaginare che ciò possa aumentare significativamente la deterrenza verso la Russia o ridurre la dipendenza da Washington. È invece facile intuire che il trasferimento di risorse pubbliche dal “burro” ai “cannoni”, imposto ai paesi europei nei prossimi decenni, continuerà ad alimentare il malcontento sociale sul quale prosperano le destre nazionaliste ostili all’Europa. Il paradosso è evidente: un riarmo così concepito rischia di porre le basi per la fine dell’Europa, anziché per la sua sopravvivenza.

L’alternativa non è rinunciare al riarmo, ma definirne obiettivi e contenuti in modo da trasformarlo in uno strumento capace di rafforzare, anziché erodere, le fondamenta politiche e sociali dell’Europa. La vera sfida consiste nel costruire una capacità di deterrenza realmente autonoma, che protegga l’Europa non soltanto dalla Russia, ma da qualsiasi potenza tenti di condizionarne le scelte attraverso il ricatto della sicurezza. Un simile obiettivo non può essere raggiunto sommando ventisette riarmi nazionali. Richiede capacità militari interoperabili, una base industriale comune, risorse condivise, una catena di comando integrata e un’autorità politica sottoposta a un effettivo controllo democratico europeo. Soltanto una difesa davvero comune può distribuire equamente i costi della sicurezza, preservare le basi dello stato sociale e trasformare una necessità strategica in un nuovo motore dell’integrazione.