Paradossi L’atto di votare si prosciuga di ogni speranza: non ripara la violenza, non cancella i bombardamenti su Gaza, non arresta la pulizia etnica in Cisgiordania né ferma le armi che insanguinano le comunità locali. Votare è l’estremo tentativo di urlare che l’esclusione subita non è mai stata una scelta spontanea, ma una condotta coatta
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Esercito israeliano a Hebron – Foto Mosab Shawer/JNA tramite ZUMA Press Wire
Quando il gesto elementare di deporre una scheda nell’urna non genera liberazione né speranza, ma solo il peso intimo e bruciante della vergogna, l’atto democratico cessa di essere una promessa di emancipazione e si svela per ciò che è: un esercizio di sopravvivenza.
È il paradosso descritto dalla giornalista Nagham Zbeedat dopo aver espresso il proprio voto a Sakhnin. Per anni la scelta del boicottaggio è stata la difesa suprema della dignità politica dei palestinesi del ’48, il rifiuto deliberato di offrire una parvenza di legittimità democratica a un sistema strutturato sulla supremazia etnica, l’apartheid e la cancellazione metodica del proprio popolo.
LA SPINTA ad attraversare la soglia del seggio è arrivata non dalla riscoperta di fiducia nelle istituzioni, ma dalla morsa parallela della paura e del ricatto. Tra le strade di Shfaram e i corridoi delle scuole del nord, dove anziani ricurvi e famiglie intere si affrettavano alle urne, l’atto di votare si è trasformato nell’ultimo tentativo disperato di sottrarsi all’accusa ritorta contro le vittime: la narrativa tossica che imputa ai palestinesi la responsabilità diretta della propria emarginazione politica e della propria sofferenza.
Per comprendere la portata di questa frattura interiore occorre nominare con precisione la condizione storica dei palestinesi del ’48. Questa definizione rifiuta le formule burocratiche di «arabi israeliani» con cui lo Stato d’Israele definisce i propri cittadini arabi per de-storicizzarli e frammentarli. I palestinesi del ’48 sono i superstiti e i discendenti di quei 150mila rimasti all’interno delle linee di armistizio dopo le espulsioni di massa della Nakba.
Desiderano portare nel proprio nome la traccia indelebile dell’origine comune con i fratelli della Cisgiordania, di Gaza e della diaspora, per ricordare al mondo la loro condizione di sospesi nella contraddizione permanente di cittadini – formalmente – dello Stato che ha disintegrato la loro società.
Dalla fine della Nakba a oggi, il cammino politico dei palestinesi del ’48 si è snodato tra coercizione e resistenza. La storia della loro partecipazione politica dal 1948 è un percorso complesso segnato da resistenza, repressione, svolte elettorali e profonde fratture. All’indomani del 1948, i cittadini palestinesi furono sottoposti a un rigido regime di governatorato militare che limitava fortemente la libertà di movimento, la proprietà fondiaria e la libera assemblea, mentre i partiti nazionali palestinesi indipendenti erano banditi o repressi.
NONOSTANTE la partecipazione elettorale fosse elevata e spesso superiore all’80%, era guidata principalmente da dinamiche di coercizione statale e clientelismo, con la maggior parte dei voti arabi che confluiva nei partiti sionisti di governo, in primis il Mapai di David Ben-Gurion, lasciando al Partito comunista il ruolo di una delle poche vie legali per un’opposizione non sionista genuina.
La situazione mutò con la revoca del governo militare nel 1966 e la successiva guerra del 1967, che permisero ai palestinesi del ’48 di ricollegarsi ai familiari in Cisgiordania e a Gaza. In questo contesto, il fronte non sionista Hadash divenne la forza politica dominante tra gli elettori palestinesi.
Nel successivo processo di pace tra il 1992 e il 1999, i voti palestinesi divennero decisivi quando il sostegno parlamentare arabo esterno alla coalizione sostenne Yitzhak Rabin e Shimon Peres per fare avanzare gli Accordi di Oslo, portando la partecipazione al voto a livelli record, superiori al 75-90% nelle elezioni per il premier e culminando nel 1999 con il 94% per cento dell’elettorato arabo favorevole a Ehud Barak, un entusiasmo però presto seguito da una diffusa delusione a causa dell’esclusione della leadership araba dalla governance.
Questo fragile rapporto si spezzò nell’ottobre del 2000, all’inizio della Seconda Intifada, quando una frattura profonda spinse molti palestinesi a considerare la partecipazione alla Knesset come un esercizio futile e utile unicamente a legittimare un sistema discriminatorio: l’affluenza alle urne crollò sotto il 50%.
La svolta successiva si ebbe tra il 2015 e il 2020 quando, in risposta all’innalzamento della soglia di sbarramento elettorale concepita per marginalizzare i partiti più piccoli, le fazioni arabe Hadash, Balad, Ta’al e Ra’am si unirono per formare la Lista Comune, unificando l’elettorato fino a conquistare un record storico di 15 seggi nel marzo 2020 con un’affluenza vicina al 65%, sebbene i principali partiti israeliani continuassero a rifiutare alleanze di governo.
DA QUEL MOMENTO in poi, il panorama politico arabo si è diviso tra due filosofie contrapposte, rappresentate da un lato dall’integrazione pragmatica di Ra’am, che nel 2021 si è staccato per entrare nella coalizione di governo Bennett-Lapid sostenendo che l’ottenimento di risorse civili concrete per le municipalità arabe fosse prioritario rispetto alle posizioni geopolitiche generali, e dall’altro dall’opposizione di principio di Hadash-Ta’al e Balad, secondo cui i diritti civili non possono essere separati dall’identità nazionale e dall’opposizione all’occupazione militare.
L’illusione di poter incidere dal basso si è scontrata finora con un muro invalicabile. La scheda elettorale viene generalmente contata per quantificare la presenza palestinese, ma la voce che rappresenta viene sistematicamente silenziata e rifiutata come interlocutore d’equità.
L’atto di votare, dunque, si prosciuga di ogni speranza. Votare non ripara la violenza, non cancella i bombardamenti su Gaza, non arresta la pulizia etnica in Cisgiordania né ferma le armi che insanguinano le comunità locali. Votare è l’estremo tentativo di urlare che l’esclusione subita non è mai stata una scelta spontanea, ma una condotta coatta. La responsabilità del futuro non risiede nel voto dei discriminati, ma nella volontà politica di chi dichiara di voler difendere la democrazia mentre continua a limitare la dignità umana sulla base dell’appartenenza etnica.