Manovra L’ultima legge finanziaria del governo Meloni, il più longevo della Repubblica, conclude un ciclo che contraddice palesemente la tesi che la stabilità e la durata garantiscano di per sé decisioni più efficaci
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Sciopero a Milano del 30 ottobre 2026 – Foto Ap
La grande partecipazione alle manifestazioni che si sono svolte venerdì ha riproposto il tema della capacità delle forze politiche nelle democrazie di dare risposte rapide e efficaci a un insieme di gruppi sociali diversi ma uniti dalla comune insoddisfazione nei riguardi delle loro condizioni di vita e di lavoro e dalle preoccupazioni per il loro futuro. I governi e le stesse istituzioni democratiche rischiano una grave delegittimazione se tali risposte non arriveranno. La mobilitazione collettiva ha preso corpo proprio mentre in Italia si presentava la legge finanziaria. Questa coincidenza permette di valutare la distanza che corre tra la domanda che si esprime nelle manifestazioni e la risposta del governo (non solo di quello italiano) in termini di capacità di promuovere uno sviluppo solido e inclusivo.
L’ultima legge finanziaria del governo Meloni, il più longevo della Repubblica, conclude un ciclo che contraddice palesemente la tesi che la stabilità e la durata garantiscano di per sé decisioni più efficaci. Si tratta di un’esperienza di governo segnata da finanziarie di modesta entità, etichettate come ‘prudenti’, ma prive di freni politici e costituzionali nel dividere tra l’elettorato di riferimento della destra i pochi fondi pubblici disponibili. Perché è avvenuto? Per la mancanza della volontà politica di affrontare le gravi difficoltà economiche e sociali in cui si trova il paese da lungo tempo, un obiettivo al quale si sostituisce quello della massimizzazione del consenso elettorale.
Già agli inizi del nuovo secolo si era parlato di rischi di declino. E le preoccupazioni erano ben presenti al momento della formazione del nuovo governo. Certo è bene essere prudenti nella gestione del debito pubblico. Ma questo non può bastare a un paese che ha un debito rispetto al Pil del 137%. Un debito che costa poco meno di 100 miliardi annui di interessi, più di quanto si spende nel complesso per il sistema sanitario o per l’istruzione pubblica. Per affrontare questo nodo occorre inevitabilmente tornare a crescere. Ma il paese non cresce a sufficienza: negli scorsi 25 anni il Pil per abitante è aumentato del 6% a fronte del 26 dell’area euro. La produttività è rimasta pressoché ferma. Di conseguenza i salari ristagnano, molto al di sotto di quelli dei principali paesi europei. È vero, l’occupazione è aumentata e la disoccupazione è diminuita, ma perché i salari sono bassi e le imprese hanno quindi puntato su uno sviluppo a alta intensità di lavoro piuttosto che investire più capitale.
Un modello di “crescita estensiva” che però si basa sull’aumento delle ore lavorate e non fa crescere la produttività, indebolendo la capacità di competere. Naturalmente, non tutte le imprese seguono questa strada. Ci sono quelle che innovano e crescono, ma restano una minoranza: troppo poche e troppo piccole per un grande paese. Nel frattempo contiamo 5,4 milioni di persone in povertà assoluta, mentre i titolari dei redditi alti diventano sempre più ricchi e ‘i poveri’ perdono terreno. I dati citati sono dati medi nazionali. Se consideriamo le differenze territoriali, il quadro mostra una spaccatura forte tra il Centro-Nord e il Mezzogiorno con un reddito medio per abitante che è da molti anni circa la metà di quello del resto del paese.
Che cosa ha fatto il governo di fronte a questa situazione? Praticamente nulla. E quando ha fatto, ha a volte peggiorate le cose. Per esempio, per rafforzare la manifattura, che resta un punto di forza, si sarebbe dovuto modificare sensibilmente l’equilibrio attuale tra incentivi alle singole aziende e beni collettivi (infrastrutture, servizi). I primi prevalgono da sempre. Sono più rapidi, più facili da distribuire (e più richiesti dalle organizzazioni imprenditoriali), ma la loro utilità ai fini dell’innovazione è spesso dubbia, come ben mostra la sostanziale inefficacia a fini di sviluppo nel caso del Mezzogiorno. Un fallimento storico costoso di cui non si parla (qui il governo si è limitato a estendere ulteriormente i benefici della Zes). Gli investimenti pubblici sono invece molto diminuiti. Eppure, i beni collettivi sono più importanti perché offrono input che sono decisivi per l’innovazione ma che le singole aziende non possono darsi da sole, specie quando sono piccole. Si pensi non solo alle infrastrutture fisiche ma anche all’istruzione, al capitale umano, alla ricerca, a una giustizia rapida e certa, a una burocrazia pubblica efficiente e non arbitraria, o al contrasto della criminalità.
C’è poi la partita dei servizi, specie di quelli non aperti alla concorrenza internazionale e largamente basati sul lavoro autonomo, che sono stati tradizionalmente protetti a fini di consenso. Questi comparti sono fonte di inefficienza e di costi che si scaricano su imprese e famiglie. Qui sarebbe stato necessario un impegno ad aprire maggiormente alla concorrenza. Ma invece il governo ha scelto di seguire la strada tradizionale, e anzi di rafforzarla usando in modo spregiudicato la leva fiscale, con bonus vari e tasse piatte. Una cifra che ha caratterizzato tutte le sue finanziarie.
Torniamo allora alla domanda iniziale. Perché lo ha fatto? Il motivo principale va ricercato nell’obiettivo di massimizzare il consenso elettorale e di non correre rischi che sarebbero potuti venire dagli interessi concentrati che si annidano a difesa degli interventi che ho prima ricordato, mentre i benefici sono diffusi e per di più richiedono tempo. In realtà, il tempo c’era, a differenza di situazioni precedenti e tutto sommato anche le divisioni interne non erano tali da scoraggiare il tentativo, ma ha prevalso la ‘veduta corta’. Resta da vedere se le forze di opposizione, per ora impegnate anch’esse su come vincere le elezioni, sarebbero capaci di allungare la veduta qualora le vincessero.