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Le città invivibili Parla Giovanni Paglia, assessore alle politiche abitative dell'Emilia-Romagna

477a544e-e6fe-4af9-bf7c-24ed7d01d791 Giovanni Paglia, assessore alle politiche abitative dell'Emilia-Romagna

Giovanni Paglia, assessore alle politiche abitative dell’Emilia-Romagna, venerdì la Corte costituzionale ha bocciato una parte della norma regionale che limita gli affitti brevi turistici. Secondo i giudici è giusto e doveroso contrastare l’overtourism, ma le misure erano sproporzionate rispetto all’obiettivo.

La Consulta ha confermato l’impianto generale della norma e il diritto della regione a occuparsi della materia. Ha anche riconosciuto la legittimità di avere utilizzato la leva dell’urbanistica e ha rigettato le contestazioni del governo contro i limiti alla concorrenza e alla libera iniziativa economica privata. La bocciatura riguarda solo alcuni punti della legge. Nei prossimi giorni studieremo la sentenza con i tecnici e lavoreremo ai correttivi.

A dicembre la Consulta ha ritenuto pienamente legittima la norma della Toscana sulla stessa materia.

La Toscana ha deciso di limitare gli affitti brevi solo nei comuni ad alta densità turistica, mentre l’Emilia-Romagna è intervenuta in tutto il territorio regionale. Questo perché abbiamo voluto rendere possibile anche incentivare il fenomeno dove è assente, oltre a limitarlo dove c’è un’elevata pressione.

Per risolvere l’emergenza casa non basta regolamentare gli affitti brevi, serve edilizia pubblica per le fasce a basso e medio reddito. Qual è il piano dell’Emilia-Romagna?

Abbiamo attuato un programma di investimenti da 300 milioni per il recupero integrale di circa tremila alloggi di edilizia residenziale pubblica (Erp) attualmente inutilizzati e che richiedono più di 25mila euro per essere riqualificati, oltre che per la realizzazione di almeno mille nuovi alloggi di edilizia residenziale sociale (Ers) pubblici. I comuni hanno già comunicato le loro manifestazioni di interesse e sappiamo quanti e quali cittadini hanno bisogno di alloggi Erp, che avranno un canone medio di 350 euro al mese. Domani chiuderemo la pratica, poi firmeremo le convenzioni e da gennaio avvieremo i lavori.

È previsto il coinvolgimento di costruttori privati?

Non su questo programma. Stiamo però lavorando alla realizzazione di altri alloggi Ers su cui abbiamo intenzione di coinvolgere i privati. L’emergenza casa richiede una politica a scala: oltre alle migliaia di famiglie a basso reddito che hanno diritto a un alloggio Erp, c’è una fascia di popolazione intermedia sempre più ampia che non riesce a permettersi un affitto ai prezzi di mercato. Abbiamo perciò l’esigenza di fornire alloggi adeguati ai redditi di chi può permettersi affitti tra i 400 e gli 800 euro al mese, sopra la soglia Erp ma inferiore al mercato. Alloggi realizzati in partnership con i privati per la sostenibilità dell’operazione.

Come giudica il Piano casa del governo Meloni?

Piuttosto male. Nonostante la Costituzione deleghi alle regioni la competenza sulle politiche abitative, il Piano è stato costruito senza confrontarsi con gli enti locali sulle strategie di finanziamento e programmazione. Così si rischia di non rispondere alle esigenze dei territori.

Altre criticità?

Le risorse insufficienti. Anche ammettendo che gli strumenti individuati dal Piano siano giusti, non potranno funzionare con meno di 10 miliardi in dieci anni. Ma l’aspetto peggiore è il terzo pilastro, quello che permette ai privati di costruire nuovi alloggi vendendone un terzo a prezzi di mercato e due terzi a prezzi inferiori di almeno il 33%. L’operazione resta comunque insostenibile per un costruttore. Per farlo rientrare dall’investimento non basta semplificare le procedure burocratiche e regalare un po’ di cubatura extra. Il terzo pilastro serve solo ad alimentare manovre speculative in precise città italiane, Milano e Roma, dove i prezzi di mercato sono talmente alti che anche i prezzi del 33% in meno saranno molto redditizi.

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Intervista Vladimir Safatle *, filosofo, scrittore e musicista, fa il punto in vista del secondo turno delle presidenziali. "La figura di Flávio Bolsonaro rimanda ai sotterranei della dittatura militare: a un settore organicamente legato ad assassinii, torture, scomparse forzate"

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330b5e6c-c35d-4d1e-a289-6c15bee7df0d Il presidente Lula fotografa la folla di partecipanti al suo comizio post primo turno, a Brasilia, venerdì scorso – Foto Ap/Eraldo Peres

Secondo i primi sondaggi dopo le elezioni del 4 ottobre, una svolta ancora non c’è. Per tutti tranne uno (quello di Vox Brasil che dà Lula in vantaggio di un punto e mezzo), Flávio Bolsonaro è in testa con una percentuale che varia dal 52 al 53% contro il 48-47% del presidente.

Mentre si sta per concludere la prima delle tre settimane che mancano al ballottaggio, la strada resta così pericolosamente in salita. Ma, almeno online, la rimonta c’è stata: finora in netto ritardo sull’avversario, Lula ha battuto Flávio Bolsonaro nel numero di interazioni sui social, totalizzando 9,9 milioni di like, commenti e condivisioni ai suoi post, grazie ai consigli dei suoi giovani influencer eletti. E sono proprio i giovani del resto – gli studenti universitari e delle scuole pubbliche – i più attivi per le strade in difesa della democrazia.

È così, pur in assenza di un segnale forte di Lula, e mentre Bolsonaro figlio incassa l’appoggio di un partito dopo l’altro – la solita corsa a saltare sul carro del vincitore –, oltre che di due dei tre principali ex candidati presidenziali esclusi dal ballottaggio, Augusto Cury e Ronaldo Caiado, è partita la corsa alla conquista degli oltre 30 milioni di astenuti. Ai quali, peraltro, non mancherebbero certo motivi per esprimere, se non un voto a favore, almeno uno contro.

Contro, cioè, il rischio che a guidare il Brasile sia un governo «autoritario e miliziano, fascista in senso classico», come mette in guardia, nell’intervista che ci ha concesso, il filosofo, scrittore e musicista brasiliano Vladimir Safatle, docente di Teoria delle scienze umane all’Università di São Paulo. Uno che il fascismo lo conosce bene, essendo figlio di un ex guerrigliero, Fernando Safatle, che il regime militare l’aveva combattuto con le armi. E avendo dedicato i suoi studi, tra moltissimo altro, alla dittatura militare e alle sue ramificazioni nel presente (O que resta da ditadura: a exceção brasileira), alla crisi della sinistra brasiliana e al collasso del lulismo (Só mais um esforço) e, nel suo ultimo libro, A ameaça interna. Psicanálise dos novos fascismos globais, al «fascismo strutturale» che infesta le cosiddette società liberali emergendo con forza in situazioni di crisi. Un fascismo tutt’altro che irrazionale, ma basato sulla razionalissima applicazione sistematica della logica neoliberista della competizione generalizzata all’interno di quella che tende sempre più a diventare una guerra civile globale.

  Il Brasile è un paese sovrano (foto Ap)

Come si spiega il voto della maggioranza degli elettori per un candidato figlio di un golpista, colluso con le milizie, coinvolto in diversi scandali e disposto a cedere la sovranità del paese agli Stati Uniti?

Evidenzierei due aspetti essenziali. Il primo è l’esistenza in Brasile di un’estrema destra strutturata e organizzata. C’è una lunga tradizione della destra fascista nel paese, risalente addirittura agli anni Trenta: non a caso il più grande partito fascista al di fuori dall’Europa è stato quello brasiliano. Ci si era illusi che al termine della dittatura militare questa frangia di estrema destra fosse scomparsa, ma in realtà questo non è mai avvenuto. È semplicemente rimasta in attesa di un collasso della transizione democratica, che in effetti ha avuto luogo dieci anni fa, per assumere la guida della destra nazionale. E questo è un processo irreversibile, con cui dovremo fare i conti per i prossimi trent’anni.
Il secondo aspetto è che il terzo governo Lula non è stato un buon governo. E sarebbe bene che Lula lo riconoscesse, smettendo di cercare giustificazioni per i modesti risultati raggiunti e iniziando a proporre un nuovo ciclo di lotta contro le disuguaglianze, di azioni coraggiose, che è quello di cui ora avremmo bisogno.

Quali sono stati i suoi principali errori?

È il governo stesso che è stato fallimentare, è inutile negarlo. È chiaro che i problemi ci sono stati: si è trattato di un governo di alleanze, un governo di conciliazione nato da un campo largo, ma la storia è sempre la stessa, e in Italia la conoscete bene. Quando la sinistra entra in un governo di coalizione, lo fa pagando un costo molto alto in termini di immobilismo: non riuscendo a imporre il suo programma, deve limitarsi ad amministrare un insieme di politiche che non fanno parte del suo progetto. Pagando alla fine il prezzo più alto. In Italia c’era una sinistra fortissima e guardate ora la situazione.

Lula avrebbe dovuto capirlo e, nel quadro dei negoziati interni al fronte ampio, stabilire tre-quattro grandi programmi sociali su cui investire ingenti risorse: nei campi dell’educazione, della salute, dell’abitazione, delle relazioni di lavoro, in maniera che, al termine di questi quattro anni, la popolazione avvertisse la differenza. E questo è mancato. E ora non resta che tentare di far passare il messaggio che un quarto governo Lula riuscirebbe a realizzare, o perlomeno a mettere al centro del dibattito politico nazionale, tutti gli elementi che sono mancati nel Lula 3.

È ancora possibile capovolgere il risultato?

Sì, è possibile. Vi sono stati più di 30 milioni di astenuti, i quali evidentemente non sono rimasti soddisfatti dal governo Lula ma si sono rifiutati di votare per Flávio Bolsonaro. Ci sono enormi margini di crescita. E sono tanti gli esempi di sorpasso al secondo turno, come quello registrato in Cile nel 2021, quando Gabriel Boric, sotto di due punti rispetto a José Antonio Kast, aveva poi vinto al ballottaggio con largo margine.

In queste elezioni c’era in gioco anche il futuro dell’Amazzonia e dei popoli indigeni. Perché un tema tanto decisivo è rimasto completamente fuori dalla campagna elettorale?

La questione ecologica e quella indigena sono di fatto le grandi assenti nell’attuale dibattito politico nazionale. Una delle principali ragioni è l’enorme forza dell’agribusiness, che impedisce a questi temi fondamentali di imporsi all’attenzione pubblica, a cui si accompagna la paura del governo di esercitare pressioni su questa potentissima lobby, la quale gode non per niente di sovvenzioni milionarie. Ed è così che la dimensione ambientale diventa secondaria, con le conseguenze catastrofiche che conosciamo.

 Con un Congresso ancora più dominato dall’estrema destra, quali margini di manovra resterebbero a un eventuale quarto governo Lula?

Se pensiamo alla politica come una costante negoziazione con il Congresso, il margine di manovra di Lula sarebbe nullo. Ma la democrazia non è data solo dalle mediazioni istituzionali, bensì anche dal potere costituente della sovranità popolare. Di fronte a un Congresso ostile ai principi democratici, esiste lo strumento della mobilitazione popolare, sia come misura di pressione che come spazio di deliberazione, come avvenuto già in diverse circostanze.

In caso invece di vittoria di Flávio Bolsonaro, cosa resterebbe della democrazia, con un Congresso e, di lì a breve, anche con una Corte suprema, sotto il totale controllo dell’estrema destra?

In questo caso, della democrazia brasiliana non resterebbe semplicemente nulla. La figura di Flávio Bolsonaro rimanda ai sotterranei della dittatura militare: a un settore organicamente legato ad assassinii, torture, scomparse forzate. Non a caso il suo punto di riferimento è il colonnello Carlos Alberto Brilhante Ustra, il responsabile dei servizi di repressione del regime militare. Quello che ci si può sicuramente attendere è uno smantellamento rapido ed efficace di tutte le mediazioni istituzionali democratiche, a cominciare dal Supremo tribunale federale, e un procedere a tappe forzate verso un governo non semplicemente autoritario, ma autoritario e miliziano, fascista in senso classico. In Brasile il governo di estrema destra ha già tentato deliberatamente un colpo di stato. Si può ben immaginare cosa succederebbe dopo.

 

* Vladimir Safatle

Filosofo, scrittore e musicista. Docente di Teoria delle scienze umane all'Università di São Paulo

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Riarmo La questione continua a essere presentata in termini caricaturalmente binari

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La questione del riarmo europeo continua a essere presentata in termini caricaturalmente binari: da un lato i filorussi contrari al riarmo perché troppo ignoranti per comprendere la minaccia o perché al soldo di Putin, dall’altra i fautori del riarmo senza se e senza ma unici interessati alla difesa di un popolo aggredito.

Fortunatamente, c’è chi rifiuta questo schema. I recenti contributi di Strazzari, Vignarca, Coticchia, Pianta e altri sul manifesto spostano la discussione su un terreno assai più fecondo: quali debbano essere gli obiettivi strategici del riarmo europeo, quali costi sociali comporti, quali alternative possa offrire la diplomazia e come costruire attorno a esso una base di legittimità.
Si può accettare o meno l’idea che l’aggressione all’Ucraina riveli una più ampia volontà espansionistica russa. Per chi scrive, questa tesi dovrebbe essere dimostrata su basi più solide, anziché semplicemente asserita. Ma anche accettandola resta un problema: da sola non spiega la tempistica degli eventi. Ursula von der Leyen annuncia il piano di riarmo europeo nel marzo 2025, tre anni dopo l’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina.

Per capire perché proprio allora occorre considerare un altro fattore: il ritorno di Trump e il radicale cambiamento che produce nei rapporti tra Stati uniti e Unione europea. Un indizio eloquente è la sequenza temporale. L’annuncio del piano arriva due settimane dopo il discorso pronunciato dal vicepresidente statunitense J.D. Vance alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco del febbraio 2025: un intervento che mette in discussione il rapporto transatlantico, attacca le democrazie europee e solleva dubbi sull’impegno americano a garantire la sicurezza del continente. Se gli Stati uniti avessero mantenuto inalterato il proprio impegno nella sicurezza del continente, la minaccia russa probabilmente non avrebbe prodotto l’attuale svolta.

Strazzari ha ragione nel richiamare i rischi di un dibattito che riduca l’intero orizzonte strategico del riarmo europeo al sostegno a Kiev e alla postura da adottare verso la Russia. Questa impostazione non è neutrale: imponendo una particolare lettura della crisi, indirizza il riarmo lungo una traiettoria precisa. Una traiettoria che può rafforzare anziché indebolire le spinte disintegrative che attraversano l’Europa. La direzione è chiara: sottrarre risorse alla spesa sociale per rafforzare gli eserciti nazionali e il pilastro europeo della Nato, con l’obiettivo di accrescere la deterrenza nei confronti della Russia. Ma, senza un forte coordinamento e risorse realmente condivise, l’Europa continuerà a essere un insieme di capacità nazionali poco o per nulla coordinabili.

È difficile immaginare che ciò possa aumentare significativamente la deterrenza verso la Russia o ridurre la dipendenza da Washington. È invece facile intuire che il trasferimento di risorse pubbliche dal “burro” ai “cannoni”, imposto ai paesi europei nei prossimi decenni, continuerà ad alimentare il malcontento sociale sul quale prosperano le destre nazionaliste ostili all’Europa. Il paradosso è evidente: un riarmo così concepito rischia di porre le basi per la fine dell’Europa, anziché per la sua sopravvivenza.

L’alternativa non è rinunciare al riarmo, ma definirne obiettivi e contenuti in modo da trasformarlo in uno strumento capace di rafforzare, anziché erodere, le fondamenta politiche e sociali dell’Europa. La vera sfida consiste nel costruire una capacità di deterrenza realmente autonoma, che protegga l’Europa non soltanto dalla Russia, ma da qualsiasi potenza tenti di condizionarne le scelte attraverso il ricatto della sicurezza. Un simile obiettivo non può essere raggiunto sommando ventisette riarmi nazionali. Richiede capacità militari interoperabili, una base industriale comune, risorse condivise, una catena di comando integrata e un’autorità politica sottoposta a un effettivo controllo democratico europeo. Soltanto una difesa davvero comune può distribuire equamente i costi della sicurezza, preservare le basi dello stato sociale e trasformare una necessità strategica in un nuovo motore dell’integrazione.

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Nobel alla sbarra Il premio a Navi Pillay non è solo un riconoscimento a una giurista straordinaria, è anche un omaggio al ruolo della giustizia internazionale e all’importanza della lotta contro l’impunità per i crimini più gravi

219fbcd5-d2ae-4a64-9c51-838f62920ee3 Una fotografia d'archivio che ritrae Ban Ki-moon (a destra), Segretario Generale delle Nazioni Unite, e l'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani Navanethem “Navi” Pillay (a sinistra) – Foto EPA/LAURENT GILLIERON

Il premio Nobel per la pace a Navi Pillay non è solo un riconoscimento a una giurista straordinaria, è anche un omaggio al ruolo della giustizia internazionale e all’importanza della lotta contro l’impunità per i crimini più gravi.

Un segnale importante in un momento in cui il diritto internazionale è messo in discussione e le istituzioni internazionali sono sottoposte ad attacchi sempre più espliciti da parte di alcuni degli Stati più potenti.
Nella motivazione del Nobel, il Comitato ricorda che, fin dalla prima assegnazione del premio, 125 anni fa, il diritto internazionale è stato considerato uno strumento fondamentale per la risoluzione pacifica dei conflitti. Soprattutto dopo la Seconda guerra mondiale, si è affermata la convinzione che una pace duratura debba fondarsi su principi giuridici, anziché sulla volontà dei più forti o su fragili equilibri di potere.

Il Comitato non nasconde i limiti di questo percorso: le grandi potenze sono spesso riuscite a sottrarsi alle proprie responsabilità e le regole sono state applicate selettivamente a seconda dell’identità dei responsabili e delle vittime. Ma di fronte al ritorno di una politica fondata sui rapporti di forza, riafferma che il diritto internazionale è oggi una necessità assoluta. «La pace richiede giustizia», si legge nella motivazione.

La scelta del Comitato Nobel contiene dunque un messaggio preciso: la pace e la giustizia non sono esigenze contrapposte e l’accertamento delle responsabilità per i crimini internazionali non rappresenta un ostacolo alla pace, ma uno degli strumenti per perseguirla. È una prospettiva alla quale Navi Pillay ha dato un contributo fondamentale, soprattutto nella repressione del genocidio e nello sviluppo della relativa giurisprudenza internazionale. Giudice e poi presidente del Tribunale penale internazionale per il Ruanda, partecipò alla storica sentenza Akayesu del 1998, che riconobbe per la prima volta che lo stupro e le altre forme di violenza sessuale possono integrare atti di genocidio. Il suo percorso è legato anche all’affermazione della responsabilità penale per l’incitamento diretto e pubblico a commettere genocidio attraverso la propaganda: un tema di straordinaria attualità.

L’impegno di Pillay nell’accertamento delle responsabilità per il crimine di genocidio prosegue ancora oggi. È giudice ad hoc, designata dal Gambia nel procedimento promosso da quest’ultimo contro il Myanmar di fronte alla Corte internazionale di giustizia per atti di genocidio commessi ai danni della minoranza Rohingya. Più recentemente, ha presieduto la Commissione internazionale indipendente d’inchiesta dell’Onu sui territori palestinesi occupati, che nel settembre 2025, sulla base di un’ampia e rigorosa raccolta di elementi probatori, ha concluso che le autorità israeliane stanno commettendo un genocidio a Gaza.

Nella motivazione del Nobel si ricorda che i giudici custodiscono una sottile linea rossa tra ordine e caos. Poche ore dopo l’annuncio del premio, a voler sfidare apertamente quel messaggio, l’amministrazione Trump ha annunciato nuove sanzioni contro la Corte penale internazionale (Cpi), questa volta colpendo l’istituzione nel suo complesso, dopo aver già sanzionato singoli giudici e procuratori. Le misure erano in preparazione da tempo, ma la coincidenza è impressionante: mentre con il Nobel si rende omaggio a chi ha dedicato la propria vita alla lotta contro l’impunità, Washington intensifica l’offensiva contro l’istituzione che cerca di renderla effettiva.

I mandati di arresto contro Netanyahu e Gallant hanno mostrato quanto possa risultare scomoda una giustizia capace di raggiungere anche i potenti e i loro alleati. Ma gli attacchi alla Cpi non vengono soltanto da Washington: dopo il mandato di arresto contro Putin, la Russia ha avviato procedimenti penali contro i suoi magistrati e nel dicembre 2025 ha condannato in contumacia il procuratore e otto giudici a pene fino a 15 anni di reclusione. Queste reazioni mostrano quanto l’esercizio di una giurisdizione indipendente risulti intollerabile quando investe i vertici degli Stati che si ritengono intoccabili. E quanto sia temuta, in definitiva, la possibilità stessa che la giustizia internazionale funzioni.

Al riconoscimento tributato a Pillay dovrebbe ora accompagnarsi un’assunzione di responsabilità da parte dell’Unione europea e dei suoi Stati membri. Occorre passare dalle dichiarazioni di sostegno alla Cpi a misure concrete per proteggerne l’indipendenza e il funzionamento, a cominciare dal contrasto agli effetti delle sanzioni statunitensi. Perché la lotta contro l’impunità non può essere affidata soltanto al coraggio dei giudici: richiede l’impegno concreto degli Stati che affermano di credere nel rispetto del diritto internazionale.

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Al vaglio del Colle È un’immagine oscena quella di una maggioranza obbligata a mostrare ai controllori di partito il dito indice della mano puntato, in una votazione che dovrebbe essere segreta, sul voto a favore di un disegno governativo

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425ee571-e82d-4c4e-813e-79f093942c73 Deputati della maggioranza durante il voto finale segreto sul ddl legge elettorale – Foto Roberto Monaldo/LaPresse

È un’immagine oscena quella di una maggioranza obbligata a mostrare ai controllori di partito il dito indice della mano puntato, in una votazione che dovrebbe essere segreta, sul voto a favore di un disegno governativo. È un’aggressione all’autonomia del parlamento e dei singoli parlamentari che non ha precedenti nella storia della Repubblica.

Equivale a una violenza che integra un attentato alle prerogative parlamentari. Capovolge il rapporto tra esecutivo e legislativo: non è più il parlamento che controlla il governo, ma viceversa.

Ma l’immagine è tanto più avvilente in quanto il disegno di legge di cui è stata estorta l’approvazione è una legge elettorale vistosamente incostituzionale. Questa legge, promossa alla vigilia delle elezioni, attribuisce un enorme premio di maggioranza – 70 seggi alla camera e 35 al senato – alla coalizione che abbia raggiunto almeno il 42% dei suffragi, che è esattamente la cifra attribuita alla destra dai sondaggi del giorno. Ne risulta una chiara lesione del principio di uguaglianza nel voto e la profonda distorsione del principio della rappresentatività popolare delle assemblee legislative.

Tutto l’assetto costituzionale ne risulta sconvolto: i poteri politici concentrati nel capo del governo, il parlamento ridotto a un organo di ratifica ad esso subalterno, il crollo dell’equilibrio dei poteri grazie alla possibilità, per la maggioranza, di impossessarsi di tutte le istituzioni di garanzia, dalla presidenza della Repubblica alla Corte costituzionale e a tutte le autorità (che si vorrebbero) indipendenti.

Infine il colpo più grave al nostro assetto costituzionale, diretto a cambiare, di fatto, la nostra forma di governo: la legge impone l’indicazione, nelle liste elettorali, del nome del candidato alla presidenza del consiglio. Viene così perseguito, con una legge ordinaria votata a colpi di voti di fiducia, il medesimo risultato che era stato progettato dal disegno di riforma costituzionale sul premierato elettivo, chiaramente abbandonato perché sarebbe stato sicuramente bocciato dal referendum popolare. Non dimentichiamo che la nostra è tuttora una repubblica parlamentare, nel quale i governi si formano in parlamento e i presidenti del Consiglio non sono eletti dal popolo, ma nominati dal presidente della Repubblica sulla base delle consultazioni delle rappresentanze parlamentari.

«La democrazia è un regime senza capi», dichiarò un secolo fa Hans Kelsen, il massimo teorico del diritto. Purtroppo questa tesi è stata ignorata da 35 anni di esaltazione del leader, a destra ma anche a sinistra, quale figura centrale del sistema politico. Oggi è addirittura una legge ordinaria che piega obbligatoriamente la nostra democrazia alla scelta di un capo. Per la destra si tratta dell’attuazione del suo sogno di sempre: restaurare la figura, di triste memoria, del «capo del governo», quale incarnazione organica di tutte le forze che lo sostengono. Il tratto democratico di una coalizione di sinistra dovrebbe invece consistere nella tutela e addirittura nell’esibizione delle sue differenze, quale segno salutare del pluralismo interno, pur nella condivisione, frutto del compromesso nel dibattito pubblico e poi parlamentare, del programma di governo oltre che, in questo caso, della comune avversione al fascismo.

Si rivela perciò un altro obiettivo nefasto e sleale di questa legge: danneggiare l’opposizione, deformandola a sua immagine e somiglianza. Un effetto voluto di questa incredibile manomissione delle istituzioni democratiche è infatti quello di costringere il centrosinistra a dividersi nella scelta di un capo – tramite le primarie, rese di fatto obbligatorie dalla legge che impone l’indicazione nella lista del nome del candidato presidente -, per poi omologarsi, come la destra, intorno alla figura del capo vincente.

È ben difficile che le complesse procedure previste per un’eccezione di incostituzionalità, sollevata incidentalmente nel corso di un giudizio, rendano possibile, prima delle elezioni, una pronuncia su questo obbrobrio della Corte costituzionale. Anche perché questa destra spregiudicata sarebbe capace di anticipare il confronto elettorale, proprio per evitare il giudizio, scontato, della Corte: i profili di illegittimità di questa legge, infatti, non sono meno gravi di quelli rilevati dalla sentenza costituzionale n. 1 del 2014 sulla legge elettorale n. 270 del 2005 chiamata, dai suoi stessi autori, Porcellum. L’unica speranza è che il presidente della Repubblica voglia avvalersi del potere, conferitogli dall’articolo 74 della Costituzione, di chiedere alle camere, con messaggio motivato, una nuova deliberazione. Qui si parrà la sua nobilitate. È in atto una vera eversione dell’assetto costituzionale.

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Divisioni militari Una guerra alimentata dall’esterno, può essere fermata dall’esterno. Va presentato un piano europeo per il negoziato e gli aiuti devono essere condizionati all’accettazione

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2c5b4048-2ed6-4f70-a722-93eb1d04886c Una manifestazione a Roma contro il riarmo – Foto LaPresse

Armare l’Ucraina o no? La discussione nel “campo largo” si è incagliata, ma che la questione non si ponga in questi termini lo sta chiarendo il dibattito aperto sul manifesto dall’articolo di Francesco Strazzari, con Francesco Vignarca e l’intervista a Pasquale Tridico.

Il problema vero è come mettere fine alla guerra tra Russia e Ucraina, offrendo una soluzione di lungo periodo per la pace e la stabilità in tutta Europa. Un’esigenza tanto più urgente di fronte agli attacchi russi e ucraini sulle città e le infrastrutture civili, con l’illusione di entrambe le parti che qualche drone (o Patriot) in più possa piegare l’avversario. Quello che l’escalation produce è invece l’estensione della guerra, anche in quelle forme ibride che rischiano di coinvolgere direttamente altri paesi europei. Un grave pericolo che va fermato al più presto, non con le armi ma con la politica. Ad esempio, quella del centrosinistra: il “campo largo” potrebbe convenire su quattro punti.

LA GUERRA VA FERMATA AL PIÙ PRESTO. Ha causato morti e distruzioni terribili in Ucraina e in Russia, ed è stata il pretesto per una militarizzazione dell’Europa che ne stravolge la natura, fa arretrare la democrazia e moltiplica l’instabilità. Entrambe le parti hanno esaurito le risorse per alimentare la guerra. L’Ucraina dipende interamente dal sostegno finanziario esterno sia per le azioni militari che per il funzionamento del paese, sette milioni di ucraini sono rifugiati all’estero, anche per sfuggire al servizio militare. La Russia concentra le risorse sullo sforzo bellico, mettendo in crisi il resto dell’economia, e deve trovare soldati in Corea del nord o in Africa. Entrambi i paesi sono divisi al loro interno; le voci contro la guerra sono soppresse, ma esistono; è la continuazione della guerra che rinsalda Putin e Zelensky.

Una guerra alimentata dall’esterno, può essere fermata dall’esterno. Per quattro anni e mezzo l’Europa non è stata capace di una proposta di pace. Forniamo supporto bellico senza alcuna trasparenza: non sappiamo quali armi l’Italia fornisce a Kiev, che presenza militare c’è, che accordi ci sono. L’imprevedibilità di Trump – che offre armi a Kiev, promette accordi, fa affari con la Russia – è una ragione in più per un’iniziativa europea. Il segretario generale della Nato Rutte non potrà far nulla contro le priorità degli Stati uniti: il cancelliere tedesco Merz è stato l’ultimo leader europeo a riconoscere questa scomoda verità.

VA PRESENTATA UNA PROPOSTA EUROPEA DI NEGOZIATO TRA RUSSIA E UCRAINA. Ogni aiuto – finanziario o militare – all’Ucraina dovrà essere condizionato all’accettazione da parte di Kiev della proposta europea. La coalizione di centrosinistra italiana può avanzare questa proposta, confrontarsi con i partiti e la società civile di altri paesi, discuterla al parlamento europeo. Il progetto potrà tener conto degli accordi Minsk I e II che erano stati sviluppati con l’Osce – l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa, con sede a Vienna – per evitare la guerra prima del 2022. Il negoziato potrà svolgersi sotto l’egida dell’Osce e potrà utilizzare la possibile mediazione di autorità neutrali, come il Vaticano. Stati uniti e i governi europei non dovranno sedere al tavolo delle trattative. Le Nazioni unite e la Cina potrebbero essere coinvolte per sostenere il progetto di trattative.

In queste condizioni la Russia avrebbe rassicurazioni sulle possibilità di un negoziato costruttivo; la riduzione delle tensioni fermerebbe la spirale tra attacchi e ritorsioni, lo scambio di prigionieri porterebbe a un miglioramento della fiducia, una tregua potrebbe essere raggiunta. Se rifiutasse di prendere questa strada, Mosca si troverebbe di fronte l’insostenibilità interna e una pressione internazionale molto più ampia, questa volta anche dalla Cina.

Chi pensa – in Italia e in Europa – che la spesa per il riarmo dell’Occidente sia sufficiente per scoraggiare l’aggressività russa è già stato smentito. Un’Europa militarista ma frammentata, con strategie divergenti tra i paesi maggiori, aggressiva ma dipendente dagli Stati uniti, non può costruire una deterrenza sul piano puramente militare; è la strada della politica che può garantire una sicurezza comune, come ricordava su queste pagine Fabrizio Coticchia, e come argomentiamo nelle nostre conclusioni al volume Se l’Europa va alla guerra (Feltrinelli).

L’ITALIA CONGELA L’AUMENTO DELLA SPESA MILITARE. Come segno di distensione, rifiuta l’impegno chiesto dalla Nato di aumentare fino al 5% del Pil la spesa militare – su questo il campo largo è già d’accordo – e rifiuta di chiedere a Bruxelles i prestiti per gli acquisti di armi previsti dal programma Safe di debito comune europeo. Per il periodo di svolgimento dei negoziati, il centrosinistra potrebbe chiedere un congelamento dei programmi di riarmo dell’Unione europea. La corsa a spendere per armi 800 miliardi di euro nei paesi europei e 130 miliardi del bilancio Ue potrebbe avere una pausa, la spesa sociale e ambientale potrebbero risollevarsi, un’Europa diversa dal militarismo potrebbe risvegliarsi.

L’ITALIA PROPONE ALLA UE NUOVE FORME DI ASSOCIAZIONE PER L’UCRAINA E ALTRI PAESI. Nonché la riapertura dei rapporti economici con la Russia. Sono contributi alla ricerca di una pace stabile. Questo esito può rappresentare l’obiettivo che più può incoraggiare le parti a raggiungere un accordo. L’Ucraina si troverebbe legata alla Ue – ma non alla Nato – e sostenuta nella sua ricostruzione, senza tuttavia le rigidità dell’adesione formale. La Russia, senza le sanzioni, potrebbe tornare a esportare gas e petrolio in Europa, ritrovare il proprio ruolo, rilanciare la crescita, stabilizzare la situazione sociale.

Un’agenda di questo tipo per il campo largo avrebbe effetti rilevanti per tutta l’Europa. Una proposta di pace darebbe uno sbocco politico ai sentimenti contro la guerra che sono largamente diffusi, anche – ad esempio – tra le spinte populiste che in Germania hanno contribuito al voto per l’estrema destra. Con una proposta politica di pace e sicurezza comune, le forze progressiste in Europa potrebbero recuperare una parte dei consensi perduti in questi anni di sostegno alla guerra. Ma non solo, di fronte alla possibilità di governi di estrema destra dopo le elezioni in Spagna, Francia e Italia dei prossimi dodici mesi, un accordo di pace in Ucraina e uno stop al riarmo europeo eviterebbe che il dito sul grilletto di una guerra europea sia quello di leader reazionari.

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