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La guerra grande I ministri divisi, un paese che conta zero, stavolta come tutta l’Europa, e il tentato virtuosismo che diventa paralisi dopo aver puntato sul cavallo sbagliato: Donald Trump

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Giorgia Meloni foto Imagoeconomica Giorgia Meloni

In aula non si presenta: la figura di chi non sa che dire salvo ammettere che l’Italia, come tutta l’Europa, conta zero e può solo affannarsi per minimizzare il danno arrecato dal presunto amico Donald la facesse qualcun altro. Segnatamente il ministro Crosetto.

Che dopo aver interpretato la commediaccia all’italiana Vacanze a Dubai ci ha fatto il callo e comunque gli sta bene. Fosse per lei la premier gli riserverebbe ben più severo trattamento. Però Giorgia Meloni ruba la scena alle due comparse ministeriali in un’intervista radiofonica da caffè e cornetto non ancora consumati, di primissimo mattino. Tanto per mettere le mani avanti. Vedi mai dovessero emergere l’inconsistenza, lo smarrimento e le lacerazioni nelle quali si dibatte il suo governo.

Non che ci sia riuscita del tutto. Le divisioni non solo nella maggioranza ma nel cuore di una squadra di governo che dovrebbe essere più che mai compatta sono troppo clamorose per essere occultate. Tajani, ministro degli Esteri, stravede per la bellicosa coppia di attaccanti. Incontinente, non esita ad assicurare che le porte della pace in Medio Oriente sono state spalancate dai grappoli di missili e di bombe. Crosetto, responsabile della Difesa, i due bombaroli invece li strangolerebbe a mani nude e per quanto si sforzi non ce la fa a nasconderlo. Se l’Italia contasse qualcosa una simile spaccatura sarebbe Caporetto.

Fortunatamente è invece solo una comparsa e quando non si ha nessun ruolo nemmeno vale la pena di azzuffarsi. Ma per la Nazionalista di palazzo Chigi quello è uno squarcio nel petto più che una consolazione.

Le divisioni nel governo e nella maggioranza sono ancora il meno. Il peggio è che lo stesso elettorato di destra, per quanto rotto a molto, a spalleggiare il piccolo Cesare di Washington e il suo cinico pesce pilota israeliano, plaudendo alle bombe pacificatrici, pare che non ce la faccia. Così Meloni si trova ancora una volta tra due fuochi: strappare con il permaloso e vendicativo reuccio, e non sia mai, oppure apparire come complice obbediente ma senza diritto di parola in una decisione che la sua stessa gente considera dissennata. Postazione scomoda sempre: potenzialmente letale con una prova elettorale in cui tutti si giocano tutto dietro l’angolo.

La quadra tra i due estremi Meloni ha cercato di fornirla di persona, in diretta radiofonica. Il risultato però è un foglio bianco. Nessun giudizio. Nessuna valutazione. Nessuna indicazione. Nessun segno di esistenza in vita. Niente di niente salvo constatare che la situazione è molto preoccupante, e non è che ci volesse molto, e assicurare che l’Italia non è né vuole entrare in guerra. Parole per una volta del tutto sincere, però pare quasi di vederla fare gli scongiuri. Perché nelle guerre, spesso, ci si ritrova impantanati senza averlo scelto. Tra i missili su un Paese Nato come la Turchia e lo schieramento armato in difesa di un Paese Ue già colpito come Cipro il rischio ci sta tutto. Figurarsi se una leader politica intelligente come la premier italiana non se ne rende conto.

Non c’è nulla di nuovo nella posizione di Giorgia Meloni. Il suo è uno schema di gioco fisso. Passa sempre per il tentativo, spesso fortunato, di camminare sulla fune come un’equilibrista da circo equestre. A essere cambiato è il quadro circostante: quel che si può fare quando la temperie è più o meno mite diventa impossibile quando la fune è flagellata dalla tempesta e la guerra è sempre una tempesta. Non consente giochi di prestigio. Obbliga a scoprirsi. Rivela e mette a nudo.

Il virtuosismo dell’acrobata si è così rovesciato in paralisi. Il solito Tajani, forse il politico più coraggiosamente pronto a sfidare il ridicolo che ci sia mai stato, assicura che l’impennata dei prezzi dell’energia con la guerra non c’entra niente. Una coincidenza. Giorgia e Giorgetti sanno che le cose non stanno precisamente così. Dopo aver dispensato anni di manovre austere per fare bella figura con i conti rimessi un po’ in ordine sanno anche che è un problema formato gigante. Negli stessi anni la premier italiana ha fatto carte false per conquistarsi un posto al sole in Europa. Ma nel frattempo l’Europa stessa è finita nell’ombra, spappolata e inesistente.

Stavolta il vicolo è cieco e la possibilità di uscirne senza rompersi le ossa dipende da attori per i quali purtroppo il governo italiano non ha voce in capitolo. Il principale dei quali è proprio quello sul quale Giorgia Meloni, con azzardo incosciente, aveva puntato moltissimo: il cavallo pazzo della Casa Bianca.